The Fire This Time: l’omicidio Floyd e Minneapolis, una storia di lungo periodo

The Fire This Time: l’omicidio Floyd e Minneapolis, una storia di lungo periodo

James Baldwin, in un momento di crisi religiosa nel 1963, nel fermento della lotta per i diritti civili di Martin Luther King, Jr. e di quel milieu politico radicale che diede vita di lì a pochi anni al movimento del Black Power, scrisse The Fire Next Time, una raccolta di due lettere – una al nipote, una a sé stesso – che poneva al centro le discriminazioni razziali negli Stati Uniti e i paradossi di un paese che si autorappresentava come la land of liberty. Rileggendo la seconda lettera, Letter from a Region in my Mind, alla luce degli eventi a cui stiamo assistendo a Minneapolis, le parole di Baldwin sembrano tristemente attuali: a dividere la comunità nera dai bianchi americani, la “linea del colore”, quel confine politico che negli Stati Uniti e ha costituito e continua a costituire l’elemento più esplicito di una società tutt’altro che color-blind, in cui le discriminazioni e le violenze a sfondo razziale sono all’ordine del giorno. Il rischio, scrive Baldwin, è che non risolvendo quella linea del colore che separa sempre più le minorities dal resto dei bianchi americani, «s’adempirà, e presto, quella profezia biblica che uno schiavo cantò nella canzone: Dio mandò a Noé il segno dell’arcobaleno. Non più acqua: la prossima volta, il fuoco!». È inevitabile non vedere nella caserma di Minneapolis data a fuoco in questi giorni il peso delle discriminazioni razziali, della violenza istituzionale, della rabbia della comunità nera. È impossibile non sentire, per chi ha memoria, l’eco di quel Burn, Baby, Burn! diventato celebre dopo i riot di Watts del 1965 a Los Angeles, che aveva visto l’opinione pubblica americana divisa di fronte ad una comunità nera oppressa dal razzismo istituzionalizzato, dalla violenza della polizia, dalla marginalizzazione, dallo sfruttamento economico, dall’impossibilità di godere a pieno di quelle libertà a fondamento degli Stati Uniti. E quel che è accaduto a Minneapolis, in Minnesota, testimonia ancora una volta come la comunità afroamericana si ritrovi a dover rivendicare a gran voce non solo il diritto di lottare contro le discriminazioni razziali, ma anche il diritto di  distruggere col fuoco i luoghi che la hanno inchiodata, e ancora continuano ad inchiodarla, violentemente alla linea del colore. A Minneapolis, parafrasando Baldwin, il fuoco è adesso.  

È il 25 maggio 2020 e la gente si accalca attorno ad una volante della polizia. Per terra un afroamericano, ammanettato e immobilizzato da un poliziotto, Derek Chauvin che, premendogli la gola con un ginocchio, rimane impassibile di fronte ai rantoli di dolore dell’uomo. «I can’t breathe», grida il sospettato, mentre un altro agente, facendo il giro dell’automobile, osserva la scena senza intervenire.  

Sembra di essere nel 2014, a New York City, quando a gridare «I can’t breathe» era un giovane Eric Garner, bloccato e successivamente ucciso dal poliziotto Daniel Pantaleo. Ma siamo a Minneapolis, a distanza di sei anni dai fatti di New York City. Il sospettato era stato accusato dal proprietario di un negozio di aver pagato con una banconota da venti dollari contraffatta. Secondo la polizia, chiamata dall’esercente, l’uomo era probabilmente sotto effetto di stupefacenti. George Floyd, secondo le ricostruzioni degli agenti, si sarebbe rifiutato di uscire spontaneamente dall’automobile e sarebbe stato ammanettato. Costretto a terra per sette lunghi minuti dal poliziotto, l’uomo di 46 anni, viene ridotto in fin di vita di fronte all’evidente impassibilità degli altri agenti. Trasportato d’urgenza al Hennepin County Medical Center, George Floyd muore poco dopo. In quei sette minuti la folla ha assistito all’ennesimo atto di violenza da parte della polizia a danno delle minorities. In quei sette minuti diventa evidente quanto ancora sia spessa la linea del colore che attraversa la società americana. Sette minuti, e all’improvviso il nastro degli eventi si avvolge, le distanze temporali si accorciano e quell’ «I can’t breathe» diventa, ancora una volta, terribilmente attuale.  

George Floyd, la vittima

In una dichiarazione pubblica la Police Officers Federation di Minneapolis, nel tentativo di rispondere alle prime proteste che, a distanza di pochi minuti dall’omicidio, impazzano sui social, scrivono: «Dobbiamo ricontrollare tutti i video e attendere il referto medico […]. Le azioni delle forze dell’ordine e i protocolli di addestramento verranno esaminati con cura non appena gli agenti ci avranno fornito le loro testimonianze». I primi comunicati ufficiali sostengono che l’uomo sia deceduto a causa di pregressi problemi di salute. Nell’arco di ventiquattro ore, centinaia tra attivisti e dimostranti si accalcano per le strade di Minneapolis, manifestando contro gli abusi della polizia e marciando in direzione del luogo in cui era avvenuto l’arresto. Un manifestante, tra gli slogan “No Justice, No Peace!” e “I can’t breathe”, grida «Siamo qui per fare capire loro che questo non è tollerato, che ci saranno gravi conseguenze se continueranno ad ucciderci. Tutto ciò non andrà avanti un giorno di più!». 

Lo scontro diventa in poche ore violento e gli agenti in tenuta antisommossa, formando un cordone sanitario attorno al quartiere, iniziano a sparare fumogeni e granate flash sui dimostranti. Mentre il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ottiene il licenziamento dei quattro agenti, la famiglia di George Floyd chiede giustizia, sottolineando la necessità di accusare di omicidio i quattro agenti coinvolti nella morte dell’uomo. È il terzo giorno di scontri: i dimostranti hanno incendiato una caserma della polizia, saccheggiato i negozi, distrutto le automobili della polizia, il governatore Walz chiede l’intervento della Guardia Nazionale. Nel caos generale, a quattro giorni di distanza dalla morte di Frey, Chauvin viene arrestato. 

KEREM YUCEL/AFP VIA GETTY IMAGES

L’arresto, tuttavia, non risolve i problemi strutturali che costituiscono la realtà di Minneapolis. Quel che è successo e sta succedendo a Minneapolis, infatti, ha delle  radici profonde, le quali si innervano nella storia dei rapporti razziali della città e dello stato del Minnesota, che vanno indagati per comprendere l’escalation violenta a cui abbiamo assistito in questi giorni. 

Esaminando la storia recente di Minneapolis, dal 2000, sono state 193 le vittime per mano della polizia; di queste, circa il 25% (49) erano afroamericane, 8 delle quali disarmate al momento dell’omicidio. Alcuni ancora i casi molto discussi dalla comunità nera di Minneapolis. Uno tra tutti quello di Courtney Williams: era il 24 ottobre 2004 quando, a seguito di una chiamata per colpi d’arma da fuoco, l’agente Scott Mars si imbatté in Williams che, con un gruppo di coetanei, fuggì all’arrivo della volante. Secondo i documenti del tribunale di Minneapolis, Mars aprì il fuoco sul ragazzo dopo che questi, fermatosi all’ennesima richiesta da parte dell’agente, avrebbe estratto una pistola nascosta all’altezza della vita. In realtà, secondo l’avvocato della famiglia Williams che ha sporto denuncia nei confronti di Mars e della città, la calibro .45 incriminante, quella che secondo l’agente di polizia possedeva il ragazzo, si trovava a circa cinque metri di distanza dal luogo del delitto e oltre ad una siepe. Dalle foto del coroner, inoltre, sembra che uno dei proiettili abbia colpito la vittima alla spalla, lasciando intendere che Williams abbia alzato in aria le braccia nel tentativo di arrendersi. Mars è stato licenziato soltanto quattro anni dopo i fatti, nonostante i familiari avessero denunciato ripetutamente l’agente e la città di non aver fatto abbastanza per fare luce sull’omicidio del quindicenne. A chiudere definitivamente la partita, il grand jury: per decisione della senatrice Amy Klobuchar, procuratrice della contea di Hennepin dal 1998 al 2007 ed ex candidata alle democratiche di quest’anno, l’ultima parola su buona parte dei casi di abusi da parte della polizia è sempre spettata al grand jury, accusato da parte della società civile di aver parteggiato sempre per la polizia.  

Il caso Floyd, insomma, non è per niente isolato. In oltre otto anni a partire dal 1999, la città di Minneapolis ha pagato circa 4.8 milioni di dollari in spese legali per i 122 casi di mala condotta da parte della polizia, quest’ultima coinvolta nella morte di circa 29 civili. In quegli otto anni , l’allora procuratrice Klobuchar cercò in tutti i modi di abbassare il picco di criminalità elevato che aveva finito per rendere nota la città come “Murderapolis” – tanti erano gli omicidi registrati ogni anno. Questo portò la procuratrice a decidere di avviare una serie di riforme della giustizia criminale e delle norme di pubblica sicurezza, le quali comportarono da un lato una decrescita significativa del numero di crimini violenti, ma finirono dall’altro con l’inspessire gli attriti tra una comunità afroamericana considerevole, corrispondente al 18.6% della popolazione locale, e le forze di polizia. Guidata dalla teoria delle “finestre rotte”, ampiamente applicata a New York da Rudy Giuliani dal 1994, la procura di Minneapolis ha dato vita ad una politica di tolleranza zero nei confronti dei petty crimes, finendo con il colpire significativamente, come nel caso di New York, le minorities della città e, in definitiva, dell’intero Minnesota.  

Amy Klobuchar

Quello a cui stiamo assistendo oggi, poi, non è il primo riot della città: oltre a quello storico del 1967 a Plymouth Avenue, nel 2002 la comunità nera di Minneapolis diede vita ad una serie di scontri con la polizia a seguito di una sparatoria in uno dei quartieri neri più grandi della città, Jordan. In quell’occasione, durante una retata per spaccio, uno degli agenti sparò un colpo e finì per ferire ad un braccio un ragazzino di undici anni. L’ira dei residenti si riversò per le strade. Era sempre più evidente come la politica delle “finestre rotte” avesse finito per rendere difficile il rapporto tra la comunità locale e le forze dell’ordine. Nel caso di Jordan nel 2002, così come in quello di Courtney Williams del 2004, gli agenti di polizia vennero sospesi, poi licenziati, ma non perseguiti legalmente, fatto che rese ancora più palese come il grand jury amministrasse una giustizia parziale a danno delle vittime. Stessa cosa risultò evidente nel 2016, quando il grand jury decise di non convalidare l’arresto di due poliziotti che nel 2015 uccisero Jamar Clark, un afroamericano di 24 anni disarmato: quella notte del 15 novembre i due agenti, Mark Ringgenberg e Dustin Schwarze, intimarono l’uomo, che stava passeggiando per il quartiere, di tirare fuori le mani dalle tasche. La situazione degnerò in breve, Clark venne atterrato da uno dei due agenti e Schwarze, che successivamente accusò il ventiquattrenne di aver cercato di afferrare la pistola dalla fondina del collega, decise di sparare. Nel giro di  61 secondi dall’incontro tra l’afroamericano e i due poliziotti, Jamar Clark venne ucciso a sangue freddo. Nessuno dei due poliziotti coinvolti fu mai accusato di omicidio. 

In una delle città più progressiste del paese, con una lunga tradizione di lotte sindacali, dove il Partito Democratico vince le elezioni dal 1978, le discriminazioni razziali sono evidenti, la violenza della polizia è all’ordine del giorno e la tensione sociale  a seguito delle politiche della procura contro i petty crimes è arrivata alle stelle. In quei sette minuti di esecuzione sommaria che hanno scioccato gli Stati Uniti e il mondo – che a molti attivisti radicali ha dato l’impressione di essere simile ad un linciaggio, tanto era esplicita la discriminante razziale – la città di Minneapolis ha assistito all’ennesimo atto brutale ai danni della comunità nera.  

La morte di Floyd, in meno di una settimana, ha dato vita ad una serie di riot lungo tutto il paese (tra cui Detroit e Louisville in Kentucky), rendendo evidente come la questione, apparentemente locale, sia in realtà di più ampia rilevanza. Perché in quelle sequenze di lunedì scorso, le minorities non hanno assistito soltanto alla morte brutale di un uomo: esse hanno visto per l’ennesima volta il volto del razzismo istituzionalizzato, l’incapacità di un’altra amministrazione presidenziale di ascoltare il disagio della comunità nera attaccata e non protetta dalla polizia, la rabbia nei confronti di una amministrazione locale che ancora temporeggia nel fare giustizia lì dove anche le prove risultano evidenti. Non comprendere ciò che queste rivolte urbane vogliono comunicare, non dare ad esse una risposta politica capace di risolvere le disparità razziali ed economiche che affliggono il paese significa soltanto rimandare il problema. Non comprendere le motivazioni che hanno generato quell’incendio che, simbolicamente, sta bruciando gli Stati Uniti, significa mancare di risolvere – ancora una volta – le tensioni di un paese incredibilmente lacerato. Significa, in definitiva, aspettare l’ennesimo incendio. 

JORDAN STROWDER/ANADOLU AGENCY/GETTY IMAGES

E mentre l’opinione pubblica appare parteggiare per i manifestanti e la famiglia Floyd, ad un occhio più attento essa sembra essere frammentata. Contrari al riot di Minneapolis, alcuni moderati del paese e opinionisti conservatori dichiarano a gran voce di comprendere la rabbia e la disperazione della comunità nera, richiamando a modello politico di riferimento la tradizione non violenta del radicalismo afroamericano segnato, indelebilmente, da Martin Luther King, Jr, ma non i riot, stigmatizzati come atti immorali ed esecrabili. «People do not loot seeking justice for George Floyd», scrive Michael Brendan Dougherty sul National Review, «they loot for the loot». Ed ecco come la narrazione conservatrice americana finisce per inchiodare le rivolte urbane ai gesti irresponsabili e immorali di una massa incontrollata, definite come atti esecrabili che finiscono con il non risolvere gli attriti razziali e sociali che costituiscono la storia di questo paese. Impauriti dal fuoco, dalla distruzione politica dei simboli più espliciti di quella linea del colore che ha esasperato la comunità nera, l’opinione pubblica conservatrice e i moderati compiono, per l’ennesima volta nella storia dei riot americani, uno degli errori di valutazione più evidenti: le rivolte urbane fanno parte della lotta politica di una comunità che non riesce a farsi ascoltare. Come ricordato da uno degli innumerevoli cartelloni di protesta visti in questi giorni a Minneapolis che cita le parole di Martin Luther King, Jr. «”Riot is the language of the unheard”. SO START HEARING». 

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