Gli Afroamericani e i 70 anni di NBA: tra razzismo e possibilità di ascesa sociale ed economica

Quest’anno si celebrano i 70 anni dalla nascita della National Basketball Association (NBA), la lega professionistica di basket statunitense. Nel corso di questi decenni la Lega si è evoluta, passando dall’essere una semplice istituzione sportiva al diventare un vero e proprio business. Questo articolo vuole indagare il contributo degli afroamericani allo sviluppo della NBA, raccontando dalle origini il loro ruolo all’interno della Lega. Anni di lotte e di battaglie, fuori e dentro il campo, sembrano aver allontanato il razzismo dai palazzetti sportivi. Ma alcuni episodi accaduti di recente risollevano la questione: il razzismo nel basket americano è stato davvero sconfitto del tutto?

In particolare, sono due le vicende che hanno riaperto una dolorosa ferita che si credeva fosse ormai cicatrizzata. Il primo, avvenuto nel 2014, riguarda la diffusione di una registrazione telefonica del 25 aprile di quell’anno, in cui il proprietario della squadra dei Los Angeles Clippers, Donald Sterling, ordinava alla sua compagna, co-proprietaria della squadra, di non invitare più ex-cestisti afroamericani ad assistere alle partite a bordocampo. Il giorno seguente, i giocatori della squadra tentarono di boicottare la partita in programma. Alla fine decisero di giocarla, ma in segno di protesta indossarono le magliette al contrario per non mostrare il logo della squadra. Il 29 aprile, quattro giorni dopo la diffusione della telefonata, il Commissioner della NBA Adam Silver multò per 2,5 milioni di dollari Sterling, espellendolo a vita dalla Lega e obbligandolo a vendere la squadra. Nonostante i tentativi di Sterling di appellarsi contro tale decisione, la squadra venne venduta e le sanzioni a suo carico rimasero invariate.

Donald T. Sterling

Il Commissioner della NBA compì l’ennesimo passo per mostrare al mondo intero quanto la Lega si impegnasse contro il razzismo. Il secondo episodio è avvenuto lo scorso 12 marzo durante una partita di basket a Salt Lake City. Durante il match tra la squadra di casa degli Utah Jazz e gli Oklahoma City Thunder un giocatore della squadra in trasferta subì degli insulti razzisti da uno spettatore in prima fila. Russell Westbrook, stella dei Thunder, riportò alla stampa la frase rivoltagli dall’uomo: “Mettiti inginocchiato come sei abituato a fare”. Tale frase richiamava la condizione di povertà di molti afroamericani se non addirittura lo schiavismo. Nacque così un alterco tra i due che lasciò gli spettatori a bocca aperta. Il tifoso, intervistato dalla stampa, minimizzò l’episodio, ma la società degli Utah Jazz decise di prendere provvedimenti, bandendolo a vita dal palazzetto. A causa del rigido codice di comportamento imposto dalla NBA ai giocatori, anche Westbrook fu multato di 25 mila dollari. Il cestista, soddisfatto della misura adottata nei confronti del tifoso, pagò ben volentieri la multa e ribadì che il suo atteggiamento nei confronti del razzismo sarebbe sempre stato quello di reagire e mai quello di rimanere in silenzio.

Russel Westbrook

A seguito di questo secondo episodio, l’opinione pubblica, gli addetti ai lavori, e gli altri cestisti rimasero sgomenti. In particolare Kyle Korver, famoso giocatore bianco, che militava all’epoca negli Utah Jazz, volle dire la sua, pubblicando una lunga lettera a cuore aperto sul The Players Tribune. La lettera, intitolata “Privilegiato”, rispecchiava pienamente lo stato d’animo di un cestista che si sentiva trattato meglio rispetto ai suoi colleghi di colore. Nella lettera Korver raccontò che, il giorno seguente all’episodio di razzismo, ad una riunione col presidente della squadra, vide i suoi compagni di colore turbati, stanchi e stufi dell’accaduto. Il cestista si rese così conto che non si trattava di un singolo episodio: il fatto, infatti, riguardava in maniera più ampia cosa significasse oggi per una persona di colore vivere in uno spazio prevalentemente bianco. In breve, riguardava il razzismo in America. Proprio a seguito di questa riunione, Korver si rese conto del suo status di privilegiato. Da uomo bianco, richiamò tutti gli altri uomini bianchi alle proprie responsabilità, “in quanto è da loro che deve essere impugnata l’arma per uccidere definitivamente il razzismo”.

Kyle Korver

Korver definì ridicolo occuparsi di “buffoni razzisti” nelle arene NBA nel 2019. Difatti, la questione riguardante la presenza di atleti afroamericani nelle squadre professionistiche di basket era presente prima della nascita della NBA. Ma, la NBA, nata nell’autunno del 1949 dalla fusione delle due leghe cestistiche rivali di quel tempo, la Basketball Association of America (BAA) e la National Basketball League (NBL), si pose all’avanguardia rispetto alle problematiche sociali dell’epoca ed in particolare nei confronti della segregazione razziale, aprendo le proprie porte agli afroamericani. Fino ad allora infatti la presenza degli afroamericani nelle leghe professionistiche era pari a zero. Poi, nella stagione 1950-1951, sbarcarono in NBA Chuck Cooper, “Sweetwater” Clifton, Hank DeZonie e Earl Lloyd, che in quella stagione rappresentavano il 3% dei giocatori sotto contratto nella Lega. Le radici di questo cambiamento epocale avvenuto nel 1949 sono da rintracciare nella figura di Bob Douglas che nel 1922 fondò i New York Renaissance, la prima squadra professionistica di basket interamente afroamericana.

Per questa sua iniziativa Douglas è oggi celebrato come il padre della pallacanestro nera. Ad inizio Novecento, in alcuni stati, erano infatti in vigore le cosiddette leggi Jim Crow che umiliavano profondamente i neri d’America, creando per loro un mondo parallelo.Separate but equal: questa era la dottrina che giustificava la segregazione razziale, che prevedeva la separazione tra le due “razze” nell’apparente rispetto dei diritti costituzionali di ogni individuo.A partire dagli anni Venti la necessità di emancipazione delle comunità afroamericane esplose, in particolare nelle grandi città. Ebbe origine così il Rinascimento di Harlem: artisti, poeti, pittori, rivendicavano il proprio orgoglio di discendere da una generazione di schiavi. Il basket fu parte integrante di questo movimento culturale, nonostante ancora oggi si faccia fatica ad associare lo sport al concetto di cultura. Infatti, solo a partire dagli anni Ottanta si è sviluppato un filone storiografico che ha iniziato a riconoscere il ruolo centrale dello sport, mettendolo in relazione con la politica e la società.

Bob Douglas

Il Rinascimento di Harlem ridefinì parte dei rapporti sociali negli Stati Uniti: artisti ed intellettuali neri sfidarono apertamente i bianchi esaltando la propria creatività. Un processo di così grande portata non poteva dunque prescindere da una forma così forte di espressione come lo sport. Infatti, i giocatori dei New York Rens erano mossi dalle stesse spinte socio-culturali che animavano gli artisti e gli intellettuali di Harlem, rendendo così il basket un nuovo linguaggio per i neri così come lo erano la musica e l’arte. Gli atleti iniziarono a rappresentare un modello di comportamento per l’intera comunità afroamericana.

Ad inizio Novecento, nell’Est e nel Midwest le squadre dilettantistiche bianche sfidavano le loro analoghe nere. Questa pratica era però vietata nel Sud a causa delle stringenti leggi razziali. Il processo di integrazione, spinto dai New York Rens e da Bob Douglas, fu lungo e tortuoso. Appare chiaro che né la politica né i padri costituenti del gioco del basket avevano in mente uno sport in cui i neri avrebbero avuto un ruolo di primo piano. La presenza di giocatori simbolo come Michael Jordan e LeBron James, o il fatto che oggi artisti del calibro di Beyoncé e Jay-Z siano in prima fila ad assistere alle partite, non erano certamente immaginabili nel primo Novecento. I Rens sfidarono i preconcetti dell’epoca. Bob Douglas era un seguace di Marcus Garvey, il leader politico giamaicano che predicava lo sviluppo di imprese a capitale afroamericano come mezzo di lotta sociale e, sotto la sua egida, la squadra attraversò gli Stati Uniti in autobus per esibirsi in tutto il Paese. Se in alcuni Stati del Midwest, come ad esempio in Indiana, i giocatori venivano riempiti di insulti razzisti, nel Sud gli oltraggi divenivano spesso assalti fisici che costringevano a sospendere le gare per tumulti razziali. Vincere per i Rens significava quindi aiutare l’intera comunità afroamericana a risalire la ripida scala sociale americana, ad assottigliare almeno simbolicamente la cosiddetta color line. Se oggi dunque si ha una presenza dell’oltre 70% di afroamericani nella NBA lo si deve ai Rens e a Bob Douglas, i quali riuscirono a mostrare il volto autentico della Black America.

 

BIBLIOGRAFIA

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Batchelor Bob, a cura di,Basketball in America. From the playgrounds to Jordan’s game and beyond, New York, Routledge, 2013;

Jay Kathryn, More than just a game. Sports in American life since 1945, New York, Columbia University Press, 2004;

Nelson Murry, The National Basketball League. A history 1935-1949, Jefferson, McFarland & Company, 2009;

Tranquillo Flavio, Basketball R-Evolution, Milano, Baldini&Castoldi, 2016.

 

SITOGRAFIA

Lettera di Kyle Korver https://www.theplayerstribune.com/en-us/articles/kyle-korver-utah-jazz-nba

 

 

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