Deep (South) in Trump Country: Il voto di novembre in Louisiana, Mississippi e Kentucky

 

Questo novembre gli occhi di molti americani (e non solo) sono stati puntati sulle quattro elezioni che si sono tenute al Sud, vero e proprio banco di prova per testare la tenuta del controllo Repubblicano su quegli stati tradizionalmente conservatori che nel 2016 avevano votato in massa (con l’eccezione della Virginia) per Donald Trump.

In Kentucky, Mississippi e Mississippi si è andati alle urne per eleggere il governatore, mentre in Virginia per rinnovare entrambe le camere del congresso statale. Il bilancio finale parla di un successo dei Dem, che hanno vinto ovunque tranne che in Mississippi. Non è certamente un dato da poco, considerata la rigida lealtà Repubblicana di questi stati. Una storia a sé è quella della Virginia, l’unico stato del Sud a scegliere Hillary nel 2016 ed in cui la tradizione conservatrice è meno marcata rispetto ad altre zone del meridione. Dal 2002 ad oggi, ad esempio, ha avuto quattro governatori Democratici su cinque.

Insomma, apparentemente un duro colpo per Donald Trump, che era sceso in campo in prima persona per sostenere le campagne elettorali dei repubblicani Eddie Rispone (Louisiana) e Matt Bevin (Kentucky), ma i cui reiterati appelli a votare contro gli estremisti “liberal Democrats” non hanno influenzato sufficientemente l’elettorato conservatore di questi stati. L’opinione più diffusa, sui media, parla di un flop del Presidente, tanto più significativo in quanto le Presidenziali del 2020 sono dietro l’angolo. L’endorsement di Trump e la sua presenza sul palco in Louisiana e Kentucky, dunque, non sarebbero stati sufficienti a dare al GOP una vittoria che sembrava quasi scontata. Strano? Non così tanto.

Prima precisazione necessaria: in realtà, i candidati Democratici vincitori (e anche quello uscito sconfitto in Mississippi) sono tutt’altro che “liberal” e probabilmente qualcuno potrebbe facilmente scambiarli per Repubblicani. Per certi versi, sono la cosa più vicina ad un Repubblicano che si può trovare nel Partito Democratico. John Bel Edwards (Louisiana) e Jim Hood (Mississippi) hanno fatto una campagna elettorale in perfetto stile “Southern Moderate”, corteggiando anzi il voto conservatore con le loro posizioni anti-abortiste e a favore delle armi da fuoco. Hood in particolare si è presentato con un’immagine tipicamente country-meridionale fatta di fucili, cani da caccia e pick-up, un armamentario simbolico solitamente associato all’area più conservatrice di destra. Lo stesso dicasi di Andy Beshear (Kentucky), che come i suoi colleghi ha evitato accuratamente ogni accenno all’impeachment o a qualsiasi altra questione troppo scottante che rischiasse di polarizzare l’elettorato. Tanto i candidati Dem sono stati attenti a non presentarsi come espressione dei “national Democrats” e a fugare ogni possibile accusa di “estremismo liberale” quanto i Repubblicani (Trump in testa) hanno provato a screditarli proprio evocando quest’idea. La chiamata alle armi del Presidente, sceso in Kentucky per sostenere Bevin, è stata: “Tomorrow you will vote to reject the Democrats’ extremism, socialism and corruption”. Lo stesso adagio, più o meno, è risuonato in  Louisiana:

Louisiana cannot take four more years of a liberal Democrat governor raising your taxes, killing your jobs, attacking your industries, and taking money from open borders extremists

e in Mississippi: “Jim Hood does not stand with our president. He stands with the radical liberals”.

Può sembrare ironico, dato l’assoluto centrismo dei Democratici in questione, ma data la naturale diffidenza del Sud per l’etichetta di “liberal” questa strategia è tutt’altro che futile, ed ha già dato i suoi frutti in passato.

Seconda precisazione necessaria: i candidati Repubblicani usciti sconfitti erano tutt’altro che avversari imbattibili, anzi. Bevin, che cercava la rielezione, si è fatto una pessima reputazione durante il suo precedente mandato, venendo contestato pesantemente dal suo stesso elettorato. Una recente classifica lo mostrava al secondo posto della top ten  dei governatori più impopolari del paese.  Rispone, un parvenu della politica, ha invece condotto una campagna elettorale considerata da molti estremamente mediocre, scialba e poco incisiva, sperando di fatto che bastasse l’arrivo di Trump nel suo stato a consegnargli la vittoria. E anche così, nonostante tutto, hanno perso con un margine estremamente ristretto (di 1 punto in Kentucky, appena 5000 voti, e di 3 punti in Louisiana). Una situazione che ricorda quella dell’Alabama nel 2017. Il Democratico Doug Jones era riuscito a strappare solo per pochi punti il posto di senatore a Roy Moore, un candidato però al limite dell’impresentabile, su cui gravavano accuse di violenza sessuale su minori. Anche allora qualcuno, in campo Democratico, si era sbilanciato fino a dire che il controllo Repubblicano sul Sud aveva iniziato a traballare, che il partito dell’asinello avrebbe potuto ampliare il suo consenso e vincere negli stati della ex Confederazione. Di fatto, però, così non è stato, e se i Dem hanno recentemente vinto al Sud è sempre stato secondo un pattern ben preciso: un candidato repubblicano debole o già contestato; una campagna elettorale democratica il più moderata e centrista possibile e la scelta di tralasciare la politica nazionale. Quando queste condizioni non si sono avverate, come in Mississippi, il GOP ha retto.

D’altra parte, invece, è evidente che un filo rosso accomuna tutti e tre i candidati Repubblicani: una fortissima vicinanza a Trump e la precisa scelta di sfruttarne l’immagine a fini elettorali. La figura del Presidente, evidentemente, è sufficientemente popolare tra l’elettorato di destra, e le campagne elettorali Repubblicane nel Sud lo dimostrano. L’esatto contrario di quanto accade invece per i democratici locali, che tentano di distanziarsi il più possibile dall’élite nazionale del partito. Il Repubblicano Eddie Rispone, in Louisiana, ha fatto circolare due advertisement elettorali durante la sua campagna: in entrambi non compare mai lui personalmente, ed è Trump a farla da protagonista.  Tate Reeves, in Mississippi, ha vinto dichiarando che “We’re gonna run this state like Donald J. Trump is running America”. Né la procedura di impeachment a Trump sembra aver causato un ripensamento negli elettori Repubblicani, in questo aiutati anche dalla precisa scelta strategica degli avversari di non tirare mai in ballo la questione. Sondaggi recenti lo dimostrano. E ancora, va tenuto conto che le ultime statistiche mostrano un grado elevatissimo di approvazione per Trump in buona parte del Sud.

Certo, nel 2016 Trump aveva vinto in Kentucky e Louisiana con ampissimi margini di scarto (rispettivamente 30% e 20%) ed oggi questi stati hanno scelto, seppur di poco, un governatore democratico. Il che tuttavia non significa affatto che alle Presidenziali del 2020 i Democratici avranno qui una base maggiore ed un più grande consenso. Non solo perché, tendenzialmente, al Sud vige la regola per cui le elezioni Presidenziali sono un conto, e quelle statali un altro. Ma anche perché se il candidato Democratico alla presidenza dovesse essere, o anche solo apparire, troppo “liberal”, allora tutta la grossa fetta dell’elettorato centrista meridionale sceglierebbe con ogni probabilità di confermare Trump.

Ecco allora che la strategia repubblicana di bollare ogni Democratico come un estremista left-winged acquisisce di senso, sia a livello locale che a livello nazionale. Joe Biden, certo tutt’altro che un socialista estremista, si è arrischiato a promettere in vista delle presidenziali: “I plan on, if I’m your nominee, winning Georgia, North Carolina, South Carolina, believe it or not”. E potrebbe anche riuscirci, ma la macchina elettorale di Trump si è già messa in moto in tal senso, tacciando il candidato Democratico di avere una “extremist liberal vision for America” o affermando che “Biden has shifted to the radical left on every issue concerning swing voters”.

Le elezioni di questo novembre, comunque, mostrano anche qualcos’altro. Ad esempio, che il voto si è ulteriormente polarizzato tra aree urbane-suburbane e aree rurali. In linea di massima, infatti, i Democratici hanno vinto con ampi margini nelle città e nei loro hinterland, mentre i Repubblicani si sono affermati con grande facilità nei distretti rurali. Il che significa, ad esempio, che in Louisiana hanno votato Democratico le aree di New Orleans e quelle di Baton Rouge; in Kentucky la contea di Jefferson, sede della capitale Louisville. Anche il Mississippi e la Virginia hanno mostrato la stessa situazione. Ed infatti il Mississippi, uno degli stati meno urbanizzato del paese, è rimasto al GOP mentre la Virginia, con un tessuto suburbano molto esteso, ha votato Democratico. Questo trend si ripresenterà anche nel 2020? Difficile dirlo. Solo un decennio fa, ad esempio, i Democratici avevano molto più consenso nelle aree rurali a livello nazionale di quanto sembrano averne oggi.  Certo è che se questa polarizzazione continuasse, vincere negli stati rurali diventerebbe sempre più difficile per i Dem. Allo stesso modo, i Repubblicani dovrebbero forse preoccuparsi più del fatto che stanno perdendo i suburbs che del singolo risultato in Kentucky e Louisiana.

Un altro segnale che arriva dal Sud riguarda le key-issues Democratiche. Louisiana e Kentucky hanno infatti eletto dei governatori le cui campagne elettorali avevano come tema l’espansione del programma Medicaid, un tema che tocca da vicino moltissimi americani. “Medicaid expansion’s popularity amongst the electorate is growing and thus will remain a prominent policy issue in the 2020 election”, ha detto Capri S. Cafaro dell’American University’s School of Public Affairs ed ex membro del Senato dell’Ohio. Non solo il Sud, ma anche Idaho, Nebraska e Utah hanno votato solo un anno fa per espandere Medicaid (e tutti e tre questi stati nel 2016 avevano votato per Trump). Se, ed in che modo, i Repubblicani recepiranno questo messaggio è ancora tutto da vedere.

Le elezioni di novembre al Sud, più che altro, sembrano aver avuto un certo impatto proprio su alcuni Democratici, che ne hanno tratto alcune considerazioni importanti riguardo il futuro del partito. Cedric Richmond, rappresentante della Louisiana a Washington e support di Biden, ha affermato che ““If you look at Kentucky, if you look at Louisiana, it shows 2020 could be a very good year for Democrats, but we have to read the tea leaves right, learn the real lesson of what these races are saying”. E le “foglie di thè” da interpretare, la lezione da imparare sarebbe, sempre secondo Richmond, che “the country is not as far to the left as people would have us believe”. Il partito, insomma, non solo al Sud, beneficerebbe di un candidato moderato capace di vincere i voti dei Repubblicani più centristi. Si tratterebbe, secondo qualcuno, di un momento estremamente favorevole per l’ala moderata dei Dem. Non lo dimostrano solo i risultati nel Sud, ma anche l’entrata in campo di due nuovi contendenti centristi come Michael R. Bloomberg e Deval Patrick, e perfino un monito dello stesso Barack Obama che ha avvertito i candidati a non spostarsi troppo a sinistra.

I sondaggi in vista della primarie Dem, intanto, mostrano in testa Joe Biden in tutti gli stati meridionali  con percentuali abbastanza significative. Il quadro si andrà delineando già il prossimo febbraio, quando in quattro stati si voterà per le primarie. Tra questi c’è la “sudista” South Carolina, non a caso uno dei grandi obiettivi della strategia del moderato Biden. Quasi come chiosa alle parole di Cedric Richmond, il manager della campagna di Biden ha commentato che “when you get to states like South Carolina that actually look like the country, that is where I think the strength of a Biden candidacy is and will finally be reflected”, che si traduce in: la South Carolina rispecchia il paese, e in South Carolina vince sempre il Democratico più moderato. Anche nel 2016, del resto, Bernie Sanders uscì distrutto nelle primarie del Sud, dove Hillary vinse in tutti gli stati. In quelli del profondo Sud con percentuali che oscillavano tra il 70 e l’80% (in South Carolina, in Georgia, in Louisiana, in Mississippi).

Nel 2020 si avrà quindi una nuova svolta centrista del Partito Democratico? Per saperlo, si dovranno attendere le primarie, a partire dal prossimo febbraio-marzo.  Certo è che alla difficoltà che incontrano i Dem più a sinistra nell’ottenere successi nel Sud non è certamente estraneo anche un motivo storico-culturale, che rende difficile immaginare che le cose possano cambiare nel breve termine. Per comprendere come mai gli elettori Democratici meridionali abbiano quella che sembra un naturale avversione per l’etichetta di “liberal” o “left-winged”, si deve infatti considerare anche la relazione conflittuale che c’è stata, storicamente, tra il Partito Democratico nazionale e la sua ala sudista. Uno scontro con le sue radici nel sistema segregazionista della prima metà del novecento, quando il partito Democratico era di fatto l’unico esistente al Sud e quindi anche quello che garantiva il mantenimento dell’ordine razziale suprematista. Nel sempre più evidente gap tra Democratici del Sud e Partito Democratico nazionale, ampliatosi a partire dal secondo dopoguerra, sta buona parte della questione. Mentre il Partito, già sotto Truman, aprì ai Diritti Civili e al voto afroamericano, l’ala sudista dei Democratici mise in atto una rottura, non allineandosi. È in questo contesto che l’etichetta di “liberal” divenne anatema, non solo perché associata ad un presunto “sopruso”, cioè a quell’ingerenza federale nella southern way of life che minava il quieto vivere locale, ma anche perché vista come una serie di “imposizioni culturali” dettate da forze esterne alla regione.

 

 

 

 

 

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