Woodrow Wilson e la filosofia internazionalista: cosa rimane dopo cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale?

Durante la settimana che va dal 4 all’11 novembre si celebra ogni anno in tutto il mondo l’anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale.

La Grande Guerra è stata la prima guerra totale, combattuta con armi di produzione industriale; la prima guerra europea dove gli Stati Uniti, una nazione extra-continentale, hanno fatto il loro ingresso con uno status di vera potenza, economica, militare, diplomatica.

Allo scoppio della guerra il 28 luglio 1914, il trauma provocato da un evento così inatteso lasciò rapidamente spazio alla scelta, inequivoca e inizialmente incontestata, della neutralità. Tale opzione permise al Paese di ribadire una volta di più la sua diversità ed eccezionalità, etica e politica, di fronte alla controparte europea. La neutralità venne infatti presentata del presidente Woodrow Wilson come una scelta patriottica, a cui si unì la riaffermazione della denuncia della politica di potenza del Vecchio continente. Negli anni della presidenza che precedettero la guerra, Wilson riformò la politica estera del Paese, rompendo con il colonialismo e il protezionismo nazionalista dei predecessori repubblicani, come Theodore Roosevelt. Da buon democratico Wilson fu anti-colonialista e a favore della libertà dei commerci, un sostenitore del cosiddetto “imperialismo della porta aperta”: informale, economico, da cui credeva che gli Stati Uniti avrebbero tratto il massimo vantaggio. Alla fine del 1914 il presidente anticipò quindi una posizione rispetto alla guerra in Europa che avrebbe sviluppato nei mesi successivi: la convinzione che una vera pace sarebbe stata possibile solo se non vi fossero stati vincitori e vinti. Le logiche della politica di potenza e la natura totale dello scontro misero però subito in difficoltà gli Stati Uniti. La neutralità non era ovviamente una scelta isolazionista: optando per essa, gli Stati Uniti parteciparono comunque al conflitto, attraverso il sostegno economico a Francia e Gran Bretagna. Allo stesso tempo, la guerra sottomarina portata avanti dall’Impero tedesco rappresentò fin da subito una violazione eclatante dei diritti di neutralità degli Stati Uniti. La doppia crisi diplomatica del Lusitania e della scoperta del telegramma di Arthur Zimmerman diede la scossa definitiva alla posizione statunitense. Il 2 aprile 1917 Wilson chiese al Congresso che fosse riconosciuto lo stato di Guerra con la Germania.

Gli Stati Uniti parteciparono per la prima volta ad una guerra europea e lo fecero in nome di un progetto di rigenerazione dell’ordine mondiale del quale non solo asserivano la necessità, ma di cui si assumevano la piena responsabilità: «un intervento necessario per rendere simili guerre impossibili[1]». Cinque ragioni specifiche indussero Wilson a entrare in guerra proprio in quel momento: le iniziative tedesche di violazione dei diritti di neutralità; il rafforzamento dell’interesse in una vittoria britannica e francese; la consapevolezza che i legami commerciali e finanziari con Londra e Parigi costituivano il cuore e la spina dorsale dell’interdipendenza mondiale; il maturare di una coscienza geopolitica che induceva a guardare con terrore all’idea che una singola potenza potesse dominare l’intero continente europeo; la convinzione che la fine del conflitto si stesse avvicinando e che solo l’intervento risolutivo degli Stati Uniti avrebbe garantito loro la possibilità di dettare i termini della pace successiva[2].

L’8 gennaio 1918, ad alcuni mesi della dichiarazione di guerra alla Germania e in prossimità con il ritiro della Russia Sovietica grazie al trattato di Brest-Litvosk, Wilson promosse la più eclatante iniziativa pubblica del periodo in cui gli USA furono in guerra: l’annuncio di un programma di pace articolato in quattordici punti, divisi in tre parti. Nella prima (1-5) si enunciavano alcuni principi generali cari all’internazionalismo progressista statunitense; nella seconda parte (6-13) si affrontavano invece specifiche questioni territoriali e si prospettava la possibile ridefinizione della mappa postbellica dell’Europa. Il principio dell’autodeterminazione era affermato come elemento intrinseco del fondamento democratico su cui avrebbe poggiato il nuovo ordine internazionale e con esso si stabiliva l’impossibilità di terminare la guerra con un preciso ritorno allo status quo ante. Il quattordicesimo punto prevedeva la creazione di una grande organizzazione internazionale che avrebbe dovuto regolare le rinnovate relazioni internazionali: la Società delle Nazioni. L’enunciazione dei Quattordici punti costituì uno straordinario successo politico e diplomatico per il presidente americano, il picco del consenso interno al disegno wilsoniano.

All’apertura della Conferenza di Parigi, i Quattordici punti erano al centro dell’agenda dei negoziati per la pace. I lavori si aprirono il 18 gennaio 1919 nella reggia di Versailles vicino Parigi e si protrassero per oltre un anno e mezzo. Si doveva ridisegnare la carta politica del vecchio continente, rimasta pressoché immutata per oltre mezzo secolo e ora sconvolta dal crollo contemporaneo di ben quattro imperi (tedesco, austroungarico, russo e turco). Si doveva ricostruire un equilibrio europeo.

L’ideale che il sistema internazionale dovesse conoscere una trasformazione radicale della sua struttura e del suo modus operandi e che spettasse agli Stati Uniti catalizzare e guidare questo rinnovamento era radicato in Woodrow Wilson. Il presidente diede voce alla storica vocazione universalistica del nazionalismo statunitense e alla loro visione messianica. Quello wilsoniano era a tutti gli effetti un rinnovato eccezionalismo; un nuovo destino manifesto, ripensato e adattato al mutato scenario internazionale e, ancor più, a equilibri di potenza alterati in profondità dall’ascesa degli Stati Uniti. Wilson inserì aspetti almeno in parte nuovi entro una retorica, quella politica statunitense, mai priva di eccessi. Il primo fu rappresentato dalla fiducia nelle opinioni pubbliche interna e internazionale e nella possibilità che esse costituissero l’architrave di un sistema mondiale riformato e razionale. Il discorso wilsoniano erodeva vie intermedie e tendeva a polarizzare la contrapposizione tra internazionalismo assoluto e anti-internazionalismo radicale. Quella via mediana scompariva dall’orizzonte di un dibattito esasperato dalla volontà di mobilitare le opinioni pubbliche e condizionato in modo decisivo dalla portata della tragedia in atto. Wilson spinse, così, un dibattito annoso oltre i limiti usuali, contribuendo alla trasformazione della cultura di politica estera del Partito Democratico e ponendo le premesse per l’egemonia di una filosofia internazionalista radicale. Wilson contribuì in modo decisivo alla formazione di una coscienza internazionalista estrema nella forma, polarizzante nel dibattito politico interno e, spesso, binaria nelle categorie e nelle partizioni usate per leggere il sistema internazionale. Un terzo elemento di novità fu rappresentato dal graduale emergere di una coscienza geopolitica nella politica statunitense. Wilson esplicitò una visione olistica e globale della sicurezza degli Stati Uniti, fondata sulla convinzione che essa dipendesse dal corso della storia globale e dalla necessità specifica di evitare che una singola potenza potesse controllare l’Eurasia e le sue risorse[3].

L’ordine internazionale ipotizzato da Woodrow Wilson non sopravvisse alla stipula e alla ratifica del trattato di pace, firmato a Versailles il 28 giugno 1919. Il colpo più grave e inatteso all’impianto di sicurezza collettiva uscito dalla Conferenza di Parigi lo ricevette proprio dagli Stati Uniti.

I limiti del progetto wilsoniano restano essenzialmente due. L’universalismo dei principi generali contenuti nei Quattordici punti rendeva indifferenziata e omogenea una realtà mondiale frastagliata e complessa, non esauribile entro le categorie dell’internazionalismo liberale wilsoniano o attraverso la partizione binaria tra soggetti civilizzati e non civilizzati. L’autoderminazione usata per ridisegnare l’Europa fondata sugli Stati-nazione finì per acutizzare quei nazionalismi che s’intendeva soddisfare e quindi sedare. Il secondo grande limite risiedeva sul fondamento di un ordine mondiale che avesse come presupposto eguaglianza e pariteticità tra i suoi membri legittimi che si rivelò impossibile da rispettare. La pace raggiunta attraverso la vittoria militare poneva le basi a misure punitive che Wilson aveva accettato e in parte giustificato ma che minavano sul nascere il nuovo ordine internazionale.

Negli Stati Uniti, il dibattito intorno sulla Società delle Nazioni resuscitò il tradizionale divario tra idealisti e realisti. Nella tradizione jeffersoniana, Wilson credeva nella capacità della ragione, della legge e del progresso sociale per condurre a un mondo giusto e pacifico. Questo credo era il fondamento della fiducia di Wilson nella Società e nella capacità del sistema globale di sicurezza collettivo di evitare la guerra. Il presidente accettò una implementazione permissiva dell’impianto legale della Società delle Nazioni pur di non pregiudicarne la nascita. Nonostante i tecnicismi legali, gli Stati Uniti, come firmatario dello statuto della Società delle Nazioni, avrebbero avuto una obbligazione morale ad agire contro le aggressioni, un obbligo che alla fine era più importante di ogni cavillo. Per Wilson, i tanti compromessi accettati in sede di discussione del trattato di pace apparivano indispensabili per giungere a un accordo onnicomprensivo, che incorporasse anche la nascita della Società delle Nazioni. I termini degli accordi e le modalità attraverso cui questi furono raggiunti resero Wilson maggiormente vulnerabile sul piano interno, dopo la riconquista da parte dei repubblicani del controllo del Congresso alle elezioni del 1918. L’opposizione repubblicana capeggiata da Henry Cabot Lodge presentò gli accordi di Parigi e la Società delle Nazioni come una replica aggiornata del concerto di potenza creato dal Congresso di Vienna più di un secolo prima: un’alleanza incaricata di preservare lo status quo globale e d’intervenire per mantenere l’ordine e la stabilità. Interpretando gli orientamenti dell’opinione pubblica americana – che non vedeva di buon occhio un eccessivo coinvolgimento del paese nelle vicende europee – il Senato degli Stati Uniti respinse nel marzo 1920 l’adesione alla Società delle nazioni e fece cadere anche l’impegno assunto da Wilson circa la garanzia dei nuovi confini franco-tedeschi. Il presidente difese con forza crescente la Società delle Nazioni e gli accordi di pace, consapevole che la nuova struttura di sicurezza collettiva andava difesa per salvare non solo l’Europa da una nuova guerra, ma anche la stessa democrazia statunitense.

La Società delle Nazioni nasceva senza la partecipazione degli Stati Uniti. Il sistema di sicurezza post bellico mancava dell’unico soggetto in grado di guidarlo e farlo funzionare[4].

Nel corso del Novecento la filosofia internazionalista di Woodrow Wilson non scomparì del tutto dal dibattito intorno alla politica estera statunitense.

Il grande progetto di Franklin Delano Roosevelt alla fine della Seconda Guerra Mondiale portò a riproporre alcuni degli elementi cardine del progetto di Woodrow Wilson. La costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite richiamò la filosofia della Società delle Nazioni, cercando di superarne i limiti strutturali.

Allo stesso tempo, la filosofia wilsoniana non fu risparmiata dalle critiche. A titolo esplicativo si forniscono due esempi.

Un attacco venne dal fronte realista composto da personalità come George Kennan e Henry Kissinger[5]. Essi attribuirono a Wilson le maggiori responsabilità della natura parziale e fragile della pace uscita dalla Grande Guerra, che avrebbe poi portato ad una nuova e devastante guerra mondiale.

Di segno opposto, la critica mossa dalla cosiddetta Nuova Sinistra al Cold War Liberalism[6] prese di mira anche Wilson. L’accusa mossa all’internazionalismo wilsoniano fu quella di essere essenzialmente una replica della politica commerciale detta «della porta aperta», una diplomazia imperiale al servizio del capitalismo frutto del mito eccezionalista di presunta superiorità e diversità statunitense[7]

Il biennio 2018-2019 segna il centenario dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla firma degli accordi di pace di Versailles. Cosa resta dell’internazionalismo wilsoniano a un secolo di distanza?

Con il crollo del blocco comunista che controllava l’Europa orientale dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’ordine liberale sembrava aver preso il sopravvento come modello di gestione dell’ordine mondiale uscito dalla Guerra Fredda, riportando in auge la filosofia internazionalista nata proprio un secolo fa con Woodrow Wilson. Per ordine liberale si intende un sistema internazionale governato da una rete di norme amministrate da istituzioni multilaterali e finalizzate a promuovere forme sempre più intense d’integrazione economica e collaborazione politica. L’egemonia dell’ordine liberale poggia su tre pilastri: economico, geopolitico e ideologico.

L’ordine economico è quello di un’integrazione capitalistica fatta di abbattimento di barriere agli scambi commerciali e alla crescente circolazione di capitali. L’ordine geopolitico rimanda a un sistema unipolare dove vi è l’indiscusso primato di un unico soggetto – gli Stati Uniti – capace di proiettare globalmente la sua impareggiabile potenza e imporre, quando necessario, stabilità e disciplina. L’ordine ideologico, infine, è quello di un cosmopolitismo liberale che giustifica e celebra queste dinamiche, la mobilità – di merci, persone, conoscenze – che esse alimentano, i processi di apertura e democratizzazione che a lungo si è ritenuto conseguissero naturalmente.

Studiosi e commentatori parlano sempre più frequentemente di crisi dell’ordine liberale, identificata con i seguenti fattori. La crescente fatica del pilastro del sistema – gli Usa – ad adempiere al proprio ruolo: a “fare” egemonia. Perché i costi umani e materiali del mantenimento dell’ordine globale risultano sempre più indigesti a un numero crescente di americani. Perché la debolezza del lavoro di fronte al capitale, e l’esplosione della finanza globale, ha contributo soprattutto negli Usa ad acuire forme estreme di diseguaglianza nella distribuzione di reddito e ricchezza. Con Barack Obama gli Stati Uniti hanno cercato almeno in parte, e non senza incoerenze, di riposizionarsi al centro di un ordine globale adeguatamente aggiornato, come ben hanno dimostrato gli accordi sul clima del 2015 e quello sul nucleare iraniano. Ma è la graduale defezione americana – che nel rozzo nazionalismo di Trump trova oggi la sua sublimazione – la variabile fondamentale dietro la crisi, drammatica, dell’ordine mondiale contemporaneo.

Dopo un secolo, l’internazionalismo americano che ha le sue origini con Woodrow Wilson è stato quindi del tutto abbandonato? Si direbbe di si. Ma in un mondo sempre più interconnesso, non è facile abdicare alla propria vocazione internazionalista, ad un ruolo egemone che nonostante tutto ancora si detiene.

[1] Mario Del Pero, Libertà e Impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1776-2006. Bari, Laterza, 2008

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] G.Kennan, American Diplomacy, 1900-1950, Chicago, Chicago University Press, 1951

[6] William Appleman Williams, The Tragedy of American Diplomacy,New York, W.W. Norton & Company, 2009

[7] Mario Del Pero, Wilson e wilsonismo: storiografia, presentismo e contraddizioni, Ricerche di storia politica, Fascicolo 1 marzo 2013

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