Perché Chesa Boudin? Storia e politica nazionale dietro il District Attorney di San Francisco

Chesa Boudin, da quattro anni public defender a San Francisco, il 10 novembre scorso è stato ufficialmente eletto District Attorney (DA) della città. Da avvocato penalista dell’agenzia cittadina che fornisce difesa gratuita a chi non può permettersi spese legali, a capo dell’ufficio di pubblica accusa, senza mai aver seguito una causa da prosecutor (pubblico ministero). Basterebbe questo passaggio a rendere interessante l’elezione di Boudin sullo sfondo del sistema giudiziario statunitense. Ma in realtà c’è molto altro.
La sua campagna elettorale, il testa a testa con la principale sfidante Suzy Loftus e la sua vita personale accendono su Boudin una attenzione di respiro nazionale e inducono a riflettere su dinamiche socio-politiche di lungo periodo.

Chesa Boudin alla festa per la vittoria della campagna elettorale

Iniziamo dal programma. Boudin si è presentato con un’agenda molto radicale: stop all’incarcerazione di massa che colpisce prevalentemente gli afroamericani, eliminazione del deposito cauzionale in denaro per chi è in attesa di giudizio, lotta alle discriminazioni razziali nel sistema giudiziario, espansione delle cure sanitarie a chi ha disturbi psichiatrici per evitare che il carcere diventi un sostitutivo (un quinto dei detenuti della California è sotto trattamento farmacologico, secondo i dati del Board of State and Community Corrections) e protezione dei diritti degli immigrati contro le politiche di Trump. Il DA a San Francisco infatti, oltre a orientare il potere discrezionale dei prosecutors, può anche proporre dei referendum (propositions) e delle misure di riforma della giustizia.
In una città in cui le aggressioni con arma da fuoco e i furti in auto sono in calo da un paio di anni ma che affronta da tempo un alto numero di senza tetto e sporcizia anche nelle zone centrali popolate da turisti, le aspirazioni sistemiche di Boudin sono bastate a far aprire gli articoli sulla sua elezione di giornali conservatori come il Wall Street Journal e il Washington Examiner con truculenti dettagli del degrado urbano a loro parere totalmente negletto.

D’altra parte, fin dal lancio della sua agenda nel gennaio 2019 si poteva capire come la candidatura di Boudin si sarebbe posizionata in quella corrente nazionale di riforma del sistema giudiziario americano chiamata Progressive Prosecutor Movement, di cui i DA della contea di Chicago Kim Foxxe della città di Philadelphia Lawrence Krasner sono gli esponenti eletti più in vista e che hanno appoggiato Boudin.

Kim Foxx, DA di Chicago

Il movimento – in cui sono impegnati anche advocacy groupscome l’ACLU e Colors of Change – fa leva sulla responsabilizzazione del prosecutor nel riequilibrare le ingiustizie del sistema, ad esempio decidendo di non perseguire reati minori che non attentano alla sicurezza collettiva, considerare le opportunità socio-economiche dell’inquisito nel calibrare le richieste di pene e nelle raccomandazioni per la cauzione, rafforzare il ricorso a sanzioni diverse dalla prigione e i servizi riparativi dopo il carcere. Jamila Hodge, direttrice del think thank Vera – Institute of Justice e lei stessa ex pubblico ministero, ritiene che il prosecutorsia spesso una “black box […] dato che la legge non prevede alcuna supervisione civile o governativa della loro attività”. Vera ha come principale obiettivo la riduzione dell’incarcerazione di massa e dal 2005 lavora su una piattaforma di analisi, raccolta dati e linee guida in collaborazione con diversi uffici di pubblica accusa, tra cui quello di Mecklenburg County (Charlotte), North Carolina; Milwaukee, Wisconsin; San Diego, California e New York County, New York.

Shaun King e Chesa Boudin

Il movimento si ramifica ad ogni modo nella società civile e prende ispirazione e strumenti dall’opera di sensibilizzazione portata avanti in numerose battaglie per l’equità razziale dalla rete di attivisti di #BlackLivesMatter. L’azione nazionale di lobbying, persuasione ed educazione del cosiddetto Progressive Prosecutor Movement è rivolta sia a giuristi che ai cittadini-elettori. Una delle figure di spicco del movimento è Shaun King, scrittore, attivista per i diritti civili ed influencer. King ha fatto propaganda per Boudin e contribuito a finanziare la sua campagna attraverso il political action committee da lui co-fondato, Real Justice PAC, che aggrega grandi numeri di piccoli donatori.

I finanziamenti non sono una variabile da poco per soppesare le corse elettorali. E l’ammontare di denaro affluito nelle campagne per District Attorney, o Attorney General a livello statale, è stato uno dei principali segnali del crescente ruolo politico dei prosecutor negli ultimi anni. Non a caso già nel 2016 Politico segnalava il singolare investimento da 3 milioni di dollari del magnate liberale George Soros verso le campagne di candidati a district attorney con programmi di radicale riforma del sistema giudiziario in sei differenti stati a partire dal 2010. Il Justice and Public Safety PAC fondato da Soros ha finanziato anche lo scorso giugno, con 1 milione di dollari, le corse dei riformisti candidati a top prosecutor di due contee della Virginia.

Dai rilevamenti di fine settembre Chesa Boudin aveva già totalizzato più di 500mila dollari di donazioni dall’inizio dell’anno, circa 150mila in più della sfidante Suzy Loftus e diverse centinaia di migliaia di dollari più avanti rispetto agli altri due candidati Leif Dautch e Nancy Tung. Ad ottobre Boudin doppiava la principale sfidante anche per il numero di piccoli donatori, a riprova della larga base di sostegno. La fiducia riposta nei district attorney progressisti per correggere le ingiustizie del sistema giudiziario americano ha ovviamente attirato anche l’attenzione degli accademici. Tuttavia è parere di David Alan Sklansky, professore all’University of California di Davis e autore dell’articolo “Progressive Prosecutor’s Handbook” e di un articolo non firmato della Harvard Law Review online, che la via imboccata sia comunque discutibile perché non altererebbe il potere discrezionale del prosecutor, come ci si attenderebbe da una pratica democratica basata sull’accountability, ma lo piegherebbe a differenti finalità rispetto allo status quo.

L’elezione di Boudin è ad ogni modo la conferma che per ora la formula convince ed attrae constituencies diversificate. A dare il loro endorsement non sono stati solo giuristi ma anche Alicia Garcia, co-fondatrice di Black Lives Matter; Angela Davis; personalità dello spettacolo afro-americane come John Legend o Danny Glover; molte sigle del labor cittadino e il Chinese Progressive Association Action Fund, un riconoscimento non da poco da parte della larga comunità cinese di fronte a una avversaria, Nancy Tung, figlia di immigrati asiatici.

Il profilo di Chesa Boudin ha ricevuto l’attenzione anche di Bernie Sanders, che in piena campagna elettorale per le primarie 2020 ha dato il suo endorsement ufficiale all’avvocato di San Francisco.

Ed è qui che di nuovo la dimensione locale e quella nazionale si incontrano. Appare chiaro che il supporto dato da Sanders è stato per Boudin una ulteriore ribalta a pochi giorni dal voto. Per Sanders, a sua volta, ha probabilmente rappresentato un tassello in più nell’avvicinamento alle cause dell’attivismo afroamericano, che per la sua campagna resta ancora un terreno spinoso. Ma le proiezioni sulle primarie presidenziali nel partito democratico non si fermano qui. L’endorsement di Sanders a Boudin ha infatti confermato come le dinamiche di polarizzazione interne al partito democratico nazionale si siano rispecchiate nella contesa per il DA di San Francisco. Se da una parte Boudin ha ricevuto gli endorsement di alcuni Democratic Club, cioè i chapters locali del California Democratic Council – una potente organizzazione statale storicamente più a sinistra della piattaforma di partito – a sostenere la principale contendente di Boudin, Suzy Loftus, era tutto l’Establishment del partito democratico californiano, Susan Feinstein in testa. Loftus ha lavorato come prosecutore General Counsel a fianco di Kamala Harris quando l’attuale candidata alle primarie presidenziali democratiche era Attorney General dello stato della California e la Harris ha fin da subito garantito il suo supporto. Così hanno fatto anche il sindaco democratico di San Francisco, London Breed e il Governatore Gavin Newsom.

I quattro candidati a DA di San Francisco. Da sinistra verso destra, Leif Dautch, Nancy Tung, Chesa Boudin, Suzy Loftus

Il profilo di Loftus è perfettamente allineato con la linea di progressismo centrista dell’attuale partito democratico nazionale. Da presidente della San Francisco Police Commission, dal 2012 al 2017, ha ad esempio perseguito la risoluzione che ha introdotto le videocamere da indossare in servizio per i poliziotti, una delle misure di sicurezza contro eventuali atti di abuso di potere. Ma dal suo programma elettorale si coglieva bene come dall’esperienza di direzione della commissione abbia tratto una immagine di imparzialità e capacità di negoziazione con la polizia. Anche perché nelle varie forme di civilian oversight che si sono avvicendate nella storia delle amministrazioni locali americane dalla fine degli anni Quaranta, la struttura attuale di San Francisco non si distingue per una particolare autonomia di azione dal dipartimento di polizia. E la Loftus sembra aver interpretato la sua guida nella prospettiva più longeva del partito democratico dagli anni Settanta in avanti, cioè verso il rafforzamento delle relazioni tra polizia e comunità di riferimento come antidoto per gli abusi e la delinquenza [Si veda per un trattamento esteso della materia Goldsmith, Andrew J e Colleen Lewis eds., Civilian Oversight of Policing. Governance, Democracy and Human Rights., Hart Publishing, Portland: 2000]. Parole centrali della campagna di Loftus erano infatti “giustizia e sicurezza”. Va da sé che il programma di Boudin suonasse fin da subito molto più destabilizzante. Contro di lui hanno speso centinaia di migliaia di dollari in propaganda alcuni sindacati di polizia come la San Francisco Police Officers Association.

Loftus ha una lunga esperienza nell’associazionismo e nel sistema scolastico cittadino e ha ricevuto numerosi endorsement da enti e istituzioni locali. La sua posizione moderata, in grado di coalizzare un consenso trasversale, è stata di fatto vincente nel conteggio del ranked- choice voting fino a quattro giorni dopo l’elezione. Poi, con il completamento dello spoglio dell’alta percentuale di voti per posta (intorno al 70%), il voto first-choice che aveva premiato Boudin fin da subito è risultato determinante. Di fronte a una tale analisi delle scelte di voto e a uno scarto di poco più di 2mila voti, alcuni commentatori si sono interrogati sulle ragioni per cui Loftus non abbia scelto di allearsi con uno degli altri due contendenti per assicurarsi la seconda scelta dei loro elettori, dato che rappresentavano una linea politica più vicina alla sua. La risposta è che gli eventi delle ultime settimane hanno acuito la tensione elettorale e messo Loftus all’angolo. Quando infatti il precedente DA George Gascon ha deciso di lasciare l’ufficio in anticipo per candidarsi come DA di Los Angeles nel 2020, al suo posto il sindaco Breed ha designato ad interim proprio Loftus, la sua candidata preferita. Questa decisione è stata giudicata scorretta all’unanimità dagli avversari nella corsa elettorale, mentre Loftus ha accettato l’incarico dicendo di rispondere a una richiesta di servizio per la città. La visibilità concessale dall’incarico un mese prima dell’elezione non pare aver quindi giocato a suo favore ed è probabile che l’opinabile uso della leva istituzionale da parte di Breed sia stata imputato da una parte dell’elettorato alla presunta spinta manipolatrice della machine democratica. Che Boudin ha a sua volta cavalcato ribadendo la provata estraneità della sua carriera a tali giochi irrispettosi della libertà di scelta dei cittadini. Dunque Boudin come il perfetto candidato anti-Establishment?

Può darsi. Ma per capirlo bisogna affrontare il terzo e ultimo nodo della risonanza nazionale dell’elezione di Boudin: la sua famiglia. I genitori dell’eletto DA sono infatti Kathy Boudin e David Gilbert, due nomi pesanti come macigni nella storia politica americana. Entrambe sono stati militanti dei Weathermen, il più noto gruppo radicale bianco, antimperialista e contro la guerra in Vietnam, che dal 1969 ha imbracciato la violenza politica come arma di contestazione, organizzando atti dinamitardi contro obiettivi governativi fino alla metà del decennio successivo. Kathy Boudin sopravvisse nel 1970 all’esplosione incidentale in una townhouse a New York dove morirono tre compagni di lotta mentre preparavano dell’esplosivo e con Gilbert ha per lo più vissuto in clandestinità per un decennio. Quando Chesa Boudin aveva poco più di un anno, nel 1981, i genitori furono arrestati per aver partecipato ad una rapina a un veicolo porta valori organizzata dal Black Liberation Army che costò la vita a tre persone, tra cui due poliziotti. Kathy Boudin è stata in carcere fino al 2003 e Gilbert ci resterà probabilmente a vita. Il figlio venne allora affidato a due amici della coppia, Billy Ayers e Bernhardine Dhorne, anche loro ex Weathermen ed è cresciuto con la famiglia adottiva a Chicago. Chesa Boudin ha fin da piccolo visitato i genitori in carcere, ha frequentato l’University of Chicago, ha studiato legge a Yale e ottenuto una Rhodes Scholarship nel 2003 per perfezionare la formazione a Oxford, in Gran Bretagna. Da giovane ha viaggiato molto in Sudamerica, dove ha anche lavorato come interprete per Chavez. Da quelle esperienze è nato il suo libro, pubblicato nel 2009, “Gringo. A coming-of-age in Latin America”. Boudin si è impegnato personalmente con una petizione firmata da molti professori di Yale per ottenere la libertà vigilata per la madre dopo 22 anni di carcere e pubblicamente non si è mai sottratto dal parlare della sua storia. Non ha mai smentito il valore dell’impegno politico trasmessogli dai genitori biologici ed adottivi, pur chiarendo che le sue radici gli hanno insegnato ad aborrire ogni forma di violenza e che proprio l’esperienza nelle carceri è stato ciò che l’ha spinto a scegliere la carriera di giurista.

Ovviamente questa lettura – espressa da Boudin fin dai primi anni Duemila – non gli ha permesso di sfuggire al peso della sua storia familiare. Dal lancio della candidatura all’annuncio della sua elezione, quasi la totalità delle testate nazionali ha inserito un riferimento ai suoi genitori nel titolo e una spiegazione dettagliata del loro arresto nei primi paragrafi. Tuttavia il modo in cui la vita privata di Boudin è entrata nella campagna elettorale permette di trarre alcune considerazioni.

Innanzitutto è stato lui stesso a usare a suo favore l’esperienza personale: l’infanzia e gli affetti dietro le sbarre sono stati presentati come la chiave di volta della sua candidatura.

In secondo luogo, dagli articoli della stampa mainstream a lui dedicati – a parte quelli con un chiaro taglio partigiano e conservatore – non si è evinto il sottile biasimo per il suo singolare percorso tra radicalismo di sinistra e scuole di élite che trapelava fino a una decina di anni fa.
Va premesso che sono molti gli esponenti della New Left che tra gli anni Settanta e i primi Ottanta sono entrati nei rinnovati programmi universitari progressisti, nel mondo dell’educazione e dei social work. Al riguardo quindi il profilo di Boudin, quale figlio di quella generazione, non sembra affatto anomalo. Tuttavia la narrazione pubblica delle esperienze politiche radicali di cinquant’anni fa ha mantenuto nei decenni successivi – trasversalmente e per diverse ragioni – una prospettiva per lo più stigmatizzante.

Si ha dunque l’impressione che la candidatura senza infingimenti di Chesa Boudin abbia fornito l’occasione per normalizzare un frangente della storia politica nazionale finora demonizzato. È accaduto nei media ma è accaduto soprattutto nelle urne elettorali. Fatto salvo il carattere liberale della base di San Francisco, il consenso ricevuto sembra aver obliterato (o assorbito) la sua storia familiare per lasciare spazio all’essenzialità e radicalità del suo personale messaggio. È stata probabilmente premiante la scelta di Boudin di raccontare le emozioni e le difficoltà che ha vissuto e a cui ha assistito nei decenni di colloqui, attese e visite in carcere, da bambino e poi da giurista. Perché questa è l’esperienza che vive più di un terzo della popolazione americana con un parente in istituti di correzione, a prescindere dalle motivazioni. Non sorprende, da questo punto di vista, il sostegno pubblico a Boudin di molti afroamericani, visto che sono in assoluto la constituency più colpita dall’incarcerazione di massa.

Mark Gonzalez, DA texano eletto nel 2016

Vero che la parola socialism è ormai da quattro-cinque anni nel lessico dei millenials anche in un Paese che l’ha storicamente espulsa dal discorso pubblico, ma l’ideologia è una variabile che non compare affatto nel sostegno o nell’attivismo per la riforma del sistema giudiziario. Piuttosto quest’ultimo concerne una vasta riconfigurazione delle identity politics negli Stati Uniti dell’era Trump, di cui anche Chesa Boudin è agente e parte. I casi di studio in questa direzione potrebbero essere molti, a partire dalla storia personale del DA texano Mark Gonzalez. Che poi per tutti i motivi di cui sopra si torni in futuro a parlare di Boudin in altre elezioni a livello statale o nazionale ad oggi non si può escludere. Kamala Harris docet.

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