Nazione, nazionalismo, eccezionalismo. Lezione di Tiziano Bonazzi. Relazione di Serena Mocci e Gilberto Mazzoli

Durante la prima giornata della Quindicesima Summer School CISPEA il professor Tiziano Bonazzi ha presentato una relazione dal titolo: “Nazione, nazionalismo ed eccezionalismo”, tre concetti complessi che sono stati a lungo oggetto di analisi storiografica e controversie accademiche, e che rimangono ancora oggi al centro del dibattito pubblico contemporaneo. L’obiettivo della presente relazione è quello di mettere in luce i principali punti trattati dal professor Bonazzi e di offrire qualche ulteriore spunto di riflessione, adottando una prospettiva prevalentemente storica che resti in costante dialogo con le complesse sfide della contemporaneità per quanto riguarda le tematiche oggetto di analisi. La prima parte dell’elaborato presenterà qualche riflessione sul concetto di nazione americana ed eccezionalismo americano a partire dalla fondazione stessa dello Stato, con particolare focus sulla Dichiarazione di Indipendenza. Seguiranno alcune considerazioni sull’eccezionalismo nel periodo post-guerra civile, in particolare sulla tesi della frontiera e sul concetto di wilderness, per poi concludere sulle modalità attraverso le quali, a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, il discorso eccezionalista sia stato recepito e interpretato dalla storiografia americana e come questo sia stato successivamente declinato nel dibattito politico. È importante evidenziare che sarebbe errato considerare l’eccezionalismo come un continuum nella storia americana. Al contrario, l’obiettivo del professor Bonazzi è stato quello di considerare il concetto come una sorta di fil rouge che non può in alcun modo essere analizzato fuori dal contesto storico all’interno del quale si declina e acquista significato.

 

Alle basi dell’eccezionalismo americano: la Dichiarazione di Indipendenza

Nel suo noto studio del 1999, Bonazzi ha definito la Dichiarazione di Indipendenza non soltanto come il fondamento giuridico e ideale della nazione americana, ma come “uno dei testi fondanti della modernità politica”, perché in essa “vi si intrecciano potenti miti politici, come quelli della sovranità popolare e dei diritti naturali dell’individuo” (Bonazzi 1999: 1). La Dichiarazione, dunque, “non è un atto magico bensì un evento storico … La Dichiarazione è quindi un mythomoteur, cioè l’evento che provoca il mito” (Ibidem: 48). Un mito, secondo Bonazzi, basato su quella che il filosofo della politica Benedict Anderson agli inizi degli anni Ottanta del Novecento aveva definito una “comunità immaginata” (Anderson 1983), cioè la creazione artificiale ed ex novo di una nazione.La Dichiarazione, infatti, crea qualcosa che prima non esisteva, il popolo americano, un popolo che si identifica con il nuovo popolo di Israele fuggito attraverso le acque dell’oceano, che ha fatto una scelta di libertà, sradicandosi dal continente europeo e andando oltreatlantico, e che attraverso un “battesimo purificatore” sancisce il senso della sua missione: costruire una civiltà nuova e libera nel wilderness (Bonazzi 1999: 55).

Ma, si è chiesto Bonazzi, quanto questo motore mitico eccezionale della libertà ha un fondamento storico reale? Secondo il professore, l’eccezionalismo americano è una costruzione culturale estremamente complessa, che si è servito e continua a servirsi della supposta unicità storica e del provvidenzialismo di stampo religioso per produrre discorsi contradditori.

Se guardiamo alla Dichiarazione di Indipendenza, infatti, essa sancisce in realtà una serie di esclusioni basate prevalentemente sulla linea del genere e della razza. Il popolo americano si costituisce in quanto tale separandosi da quello britannico, intendendo affermare un universalismo eccezionalista proprio della modernità politica che in realtà si fonda su intricati processi di inclusione ed esclusione verso quei gruppi umani con cui convive: mentre i lealisti sono chiaramente esclusi in quanto rappresentano il nemico di cui liberarsi, i nativi lo sono perché sono coloro i quali ostacolano il processo di espansione della libertà americana verso Ovest. Gli afroamericani vengono esclusi perché, nonostante abbiano attraversato l’Oceano, si ritiene lo abbiano fatto in qualità di “strumenti di lavoro” in quanto schiavi, e non di “agenti morali”. L’esclusione delle donne, secondo Bonazzi, è infine quella più radicale, perché veniva giustificata non sulla base del riconoscimento della loro alterità ma sul misconoscimento della loro stessa presenza (Ibidem: 60-61, 68).

Il professor Bonazzi, infine, si chiede se gli Stati Uniti siano davvero, o siano davvero stati, così qualitativamente diversi dall’Europa e, in questo senso, “eccezionali”. In realtà, infatti, la Dichiarazione di Indipendenza, che dimostra una certa presunzione nel descriversi da questo punto di vista eccezionale, sarebbe invece profondamente europea, in quanto affonderebbe le sue radici nel pensiero illuminista settecentesco del Vecchio continente. Il linguaggio del documento fondativo degli Stati Uniti, evidenzia Bonazzi, è imperniato della filosofia del senso comune scozzese, ben nota in America e di cui lo stesso Jefferson era seguace, mentre la costruzione filosofico-politica della Dichiarazione è quella contrattualistica e giusnaturalistica teorizzata da Locke (Ibidem: 19-20). Anche la Costituzione del 1787 è in realtà un adattamento delle esperienze storiche e politico-concettuali europee, così come non va dimenticato il fatto che gli Stati Uniti mantennero la common lawbritannica all’interno del nuovo ordinamento. La nascita degli Stati Uniti si colloca dunque pienamente in ambito europeo, ma al tempo stesso presenta caratteri, come quello dell’espansione della libertà, che la rendono un evento nuovo e rivoluzionario. Bonazzi definisce quindi la creazione della nazione americana come una torsione dell’esperienza storica europea, una nazione creata sulla base di una narrazione eccezionalista che si costituirà in stato nazione soltanto in seguito alla guerra civile.

 

Narrazione eccezionalista, tra mito della frontiera e wilderness

Un elemento che compone questa narrazione eccezionalista è sicuramente il mito fondativo della frontiera.  Nel 1893, tre anni dopo la chiusura della frontiera, Frederick Jackson Turner presentò la sua famosa frontier thesis al congresso annuale dell’American Historical Association, (con un intervento dal titolo “The Significance of Frontier in American History”).

Secondo Turner la frontiera è un paradigma interpretativo indispensabile per spiegare la storia americana; che è una storia di colonizzazione (o conquista?) sin dall’approdo di Colombo. Dall’arrivo dei primi coloni nel New England, infatti, le popolazioni, per necessità economiche e di sopravvivenza, si sono spostate sempre di più verso Ovest, esplorando i territori che si trovavano al di làdella frontiera, spostando quindi quest’ultima sempre oltre la sua posizione precedente. La frontiera è dunque un confine mobile.

Nel pensiero di Turner, l’ambiente occupa un ruolo fondamentale: la frontiera per i coloni è certamente qualcosa d’invitante, ma comunque poco conosciuto; spostandosi oltre la frontiera, essi si trovano a sopportare condizioni ambientali molto dure, per sopravvivere sono costretti ad un adattamento continuo e costante, imparando così a conoscere, e successivamente domare, la natura selvaggia (il wilderness) caratteristica di quei luoghi, che Turner descrive come un ambiente inizialmente “troppo violento per l’uomo bianco, che deve accettare le condizioni che trova o perire” (Turner 1953: 7). Una frontiera che in quel momento dinamico diventa “il punto d’incontro fra barbarie e civiltà” (Ibidem: 6). Ed è proprio durante questi continui spostamenti che i coloni si spogliano delle loro origini europee per diventare finalmente americani e, nelle parole di Turner, “il risultato non è la vecchia Europa […], ma qualcosa di nuovo e genuino: l’Americano” (Ibidem: 7).

L’eccezionalismo americano sta proprio qui: è proprio la frontiera che svolse, secondo Turner, un ruolo fondamentale nella creazione del carattere nazionale, nel forgiare la mentalità degli americani, insinuando in loro un’abitudine al movimento: “è alla frontiera che l’intelletto americano deve le sue caratteristiche più spiccate[…] Il punto di vista vero per capire la storia di questa nazione non è la costa che guarda l’oceano Atlantico, è il grande West” (Ibidem: 6, 30).

Secondo lo storico Maldwyn Jones, la tesi di Turner ebbe un ruolo fondamentale nella presa di coscienza ambientale da parte degli americani, perché mise a fuoco il problema della conservazione: i coloni, spostandosi verso Ovest, lasciarono alle loro spalle “disastri ecologici e devastazioni, dilapidarono le ricchezze del sottosuolo, abbatterono intere foreste e trascurarono imprevidentemente il terreno coltivabile” (Jones 2009: 262).

Roderick Nash, inoltre, ha messo in luce come successivamente l’interesse si sia spostato su ciò che si trovava oltre la frontiera – il wilderness – che diventa la caratteristica peculiare della cultura americana: è nell’incontro con la natura selvaggia che il pioniere si trasforma finalmente uomo, e poi americano. I pionieri ereditarono questo abito mentale dai primi puritani approdati in America, per i quali il wilderness rappresentava il deserto delle sacre scritture, una natura antagonista e selvaggia da attraversare per raggiungere la tanto agognata Terra Promessa. Secondo Nash, il wilderness diventa un elemento fondativo della nazione creato dalla stessa cultura americana: “The ‘wild West’ and the ‘frontier’ were products of the pioneer mind; so was the idea of wilderness”(Roderick1967: xi-xiii).

Nei primi anni Novanta è William Cronon, storico dell’ambiente, a compiere una rivisitazione in chiave post-moderna del mito della frontiera. Secondo Cronon il wilderness, in quanto mera costruzione culturale, rispecchia, da una parte, il sublime – ideale romantico avvolto di sacralità – e dall’altra i valori di una determinata cultura in un preciso momento storico: la creazione di aree protette sarebbe un capriccio delle élitesurbane del primo Novecento per ricreare e vivere il mito della frontiera (un mito prettamente maschile), esperienza resa possibile solo dalla preservazione del wilderness. La nostalgia della frontiera è vista come una particolare forma borghese di antimodernismo, e non un valore associato al wilderness: l’élite urbana avrebbe creato il wilderness per occuparsi occupare il tempo libero e, a differenza dei pionieri che si recavano nella natura selvaggia per necessità, quindi come produttori, gli abitanti delle città andrebbero nel wildernesscon velleità turistiche, come consumatori. Secondo questo ragionamento, il wilderness, in quanto mèta turistica dei cittadini, rappresenterebbe la stessa civiltà da cui si cerca la fuga. Fuga Una fuga vista come svago che risulterebbe dannosa per l’ambiente, perché diverrebbe una fuga dalle responsabilità dell’uomo verso la natura (Cronon 1996).

Patricia Limerick, studiosa di New Western History,analizza ulteriormente l’avanzata dei pionieri verso Ovest, compiendone una vera e propria opera di decostruzione. Limerick introduce nella narrazione della frontiera e dell’incontro con il wilderness anche i gruppi subalterni, perché secondo la studiosa la tradizionale storiografia dell’espansione americana ha tenuto in considerazione soltanto le impressioni di “English-speaking, westward-moving, literate, record-keeping middle-and upper-class, pre-twentieth century, white men” che, di fatto, rappresentavano solo una piccola parte dei gruppi che hanno avevano in realtà partecipato alla “scoperta” del West. Secondo Limerick, l’esperienza della scoperta deve essere nuova solo per lo scopritore, non per tutti. Quindi, in momenti diversi, diversi gruppi di persone, hanno “scoperto” il West e interagito con esso: “responding to places that were at once new to them and familiar to the original residents” (Limerick 2000: 188, 190).

Questa storiografia emersa negli anni Novanta, e che compie una revisione critica del mito della frontiera e con esso dell’eccezionalismo americano, ha messo probabilmente in discussione il discorso intorno al concetto di eccezione americana portato avanti dalla scuola del consenso.

 

Eccezionalismo ieri e oggi: gli USA sono davvero “eccezionali”?

La scuola del consenso, che si sviluppò tra il 1940 e 1960, costruiva la propria narrazione storica su una totale opposizione tra passato americano ed europeo. Gli storici appartenenti a questa scuola intendevano dimostrare che gli Stati Uniti, a causa delle loro radici egalitarie e democratiche e dunque qualitativamente differenti rispetto all’Europa, non avevano conosciuto gli sconvolgimenti sociali che avevano incendiato il Vecchio continente a partire dalla metà del diciannovesimo secolo. Secondo questi studiosi, infatti, negli Stati Uniti non esisteva la frammentazione di classe che in Europa aveva portato a esasperanti lotte tra la borghesia e il proletariato, né di conseguenza vi era potuta essere la creazione e la seguente radicalizzazione di partiti socialisti o comunisti. Al contrario, la scuola del consenso era convinta che i conflitti che si verificarono negli Stati Uniti contribuirono invece ad un graduale processo di ampliamento della democrazia e non ad un suo indebolimento o alla sua scomparsa. La guerra civile, che portò all’abolizione della schiavitù, rappresenta per questi storici un buon esempio e allo stesso tempo la prova del fatto che la conflittualità americana ha storicamente portato ad un sensibile ampliamento della base democratica del paese. Un altro punto cruciale di questo discorso eccezionalista è la narrazione intorno al riformismo di fine Ottocento che avrebbe tolto impulso e stroncato sul nascere le rivolte sociali, così come il New Deal degli anni Trenta del Novecento, che avrebbe riformato il capitalismo prima che il malcontento popolare sfociasse, come in Europa, nella instaurazione di regimi totalitari. Nel secondo dopoguerra il focus principale della scuola del consenso è la volontà di presentare il paese come intrinsecamente libero e quindi l’unico, nel panorama mondiale, capace di guidare la lotta contro il comunismo sovietico. Con la presidenza di Eisenhower, questa lotta assume una valenza propagandistica anche di tipo religioso, che vede contrapposti il cristianesimo americano e l’ateismo comunista. Il tema dell’America come nazione eccezionale con il compito di guidare il mondo verso la libertà si ripresenterà anche negli anni Duemila sotto la presidenza di George W. Bush, quando gli Stati Uniti si autoproclameranno l’unica nazione al mondo in grado di guidare la lotta contro il nuovo nemico letale della libertà: il terrorismo. Oggi l’eccezionalismo non svolge più un ruolo egemonico nel pensiero accademico americano ma è comunque ancora presente all’interno del dibatto politico, sia tra una ridotta minoranza bianca al potere che in alcuni settori delle etnie latine ed asiatiche.

In conclusione, è certamente possibile affermare che il discorso eccezionalista antieuropeista abbia avuto un enorme impatto nella storia americana. Tuttavia, è necessario considerare come in realtà esso acquisti significato soltanto se il concetto e la sua stessa definizione vengono calati nel rapporto conflittuale tra Europa e America, nella dicotomia ancien régime e governo democratico, repubblica e monarchia, individualismo e corporazioni/classi sociali. Basti pensare che, come sostenuto nella prima parte della relazione, la rivoluzione americana è di matrice illuminista, quindi europea; allo stesso modo la rivoluzione industriale che investì il paese nella prima metà dell’800 fu possibile soprattutto grazie ai macchinari ed ai capitali provenienti dall’Europa; anche il riformismo di fine secolo è, in realtà, figlio degli stretti legami politici con l’ex madrepatria. Per quanto forte sia la specificità americana, essa non può quindi in alcun modo essere collocata al di fuori di una comune storia americano-europea. La narrazione eccezionalista perde dunque di valore quando si adotta una prospettiva d’analisi globale che, infatti, ha la capacità di rendere manifesto il fatto che la nazione americana sia in realtà molto meno eccezionale rispetto a quanto sia stato lungamente sostenuto.

 

BIBLIOGRAFIA

Anderson B., Comunità immaginate. Origine e diffusione dei nazionalismi. Prefazione di Marco d’Eramo, Manifesto Libri, 1996 (originale: Benedict Anderson, Imagined Communities: Reflections on the Origins of Nationalism, London, Verso, 1983).

Bonazzi T. (a cura di). La Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, con testo a fronte. Venezia, Marsilio Editori, 1999.

Ceasar J.W., “The Origins and Character of American Exceptionalism”, in American Political Thought, Vol. 1, No. 1, 2012, pp. 3-28.

Cronon W., The Trouble with Wilderness, or, Getting Back to the Wrong Nature, «Environmental History», Vol. 1 (No. 1 January 1996), pp. 7-55.

Jones M.A. The Limits of Liberty: American History, 1607-1992, Oxford, Oxford University Press, 1984 (trad. it. di E. Peru, G. Bombi, A. Lichtenberger, R. Bernascone, A. Silvestri, Storia degli Stati Uniti d’America. Dalle prime colonie inglesi ai giorni nostri, Milano, Bompiani, 2009).

Limerick P.N., Something in the Soil. Legacies and Reckoning in the New West, New York, Norton, 2000.

Roderick F.N., Wilderness and the American Mind, New Haven – London, Yale University Press, 1967, (4th edition 2001).

Turner F.J., The Frontier in American History, New York, Henry Holt, 1953 (trad. it. di Luciano Serra, La Frontiera nella storia americana, Bologna, Il Mulino, 1967).

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