Nazione e guerra nello sviluppo politico americano. Lezione di Federico Romero. Relazione di Marco Del Giorno, Alessandro Lazzarini, Matteo Rossi, Edlira Titini

L’intervento del professor Romero è stato dedicato a una ricostruzione del rapporto tra nazione, guerra ed espansione imperiale nel corso della storia statunitense, in particolare nel tentativo di interpretare la storia degli Stati Uniti come storia imperiale. Nel suo saggio Power and Connection (2011), Paul Kramer esprime proprio questa necessità di ri-orientare la storiografia statunitense a partire dalla categoria storica e politica di impero. Al di là di questioni metodologiche e storiografiche, la storia statunitense deve essere studiata come storia imperiale in quanto, come ha sottolineato Romero, la nascita della nazione americana è inseparabile dalla nascita della sua aspirazione ed espansione imperiale, ma soprattutto in quanto fin dalle origini gli Stati Uniti concepiscono sé stessi come impero.  

Secondo questa prospettiva, per la quale si può fare riferimento ai lavori di John Pocock, in particolare La ricostruzione di un impero (1996), e all’antologia sul pensiero imperiale americano di Piero Bairati (1975), ma anche a una ampia letteratura storiografica recente, tra gli altri Paul Frymer (Building an American Empire, 2017) e Anthony Hopkins (American Empire: A Global History, 2018), l’impero è il più originario e fondante programma politico della classe dirigente statunitense, fin da prima della Rivoluzione, non solo perché la fondazione degli Stati Uniti e la conseguente Guerra di Indipendenza avvengono nel contesto del sistema imperiale britannico, ma perché esse avvengono come reazione a una crisi e a una riorganizzazione di quel sistema imperiale, e soprattutto perché prendono le mosse dalla pretesa di ridefinire le condizioni della partecipazione delle colonie nordamericane a quel sistema, in particolare dalla pretesa di diventare esse stesse impero nei confronti del resto del continente.  

La struttura politica stessa che le ex-colonie si danno con la Costituzione è una struttura immediatamente imperiale. Con la Rivoluzione americana nasce uno Stato che in qualche modo riassume in sé la dimensione giuridico-istituzionale e quella strettamente territoriale del concetto di empire, in particolare nella previsione di meccanismi di espansione e di annessione di nuovi territori da trasformarsi poi in nuovi Stati dell’Unione. Con la Costituzione del 1787 nasce cioè uno Stato imperiale, nelle forme, come abbiamo visto, e nelle pratiche, da subito internamente nei confronti dei nativi americani e degli schiavi. La storia dell’espansione ottocentesca dell’Unione americana si può allora interpretare come la messa in pratica di questo programma politico originario, come la storia della costruzione di questo impero americano, nelle varie tappe che conosciamo: l’acquisizione della Louisiana da parte di Jefferson nel 1803, l’annessione della Florida, la colonizzazione del Texas, la guerra di conquista contro il Messico, l’annessione della California e in generale l’espansione verso Ovest della frontiera. Per Romero, a partire da una concezione larga di nazione organicamente fatta e definita dalla triade impero-frontiera-razza, la guerra è già nel corso del lungo Ottocento una caratteristica costitutiva ed endemica dello sviluppo economico e politico statunitense. 

In questa prospettiva va quindi rifiutata la tesi storiografica prevalente secondo la quale gli Stati Uniti sarebbero divenuti impero soltanto alla fine dell’Ottocento. Al contrario, essi nascono come impero e nascono come nazione in armi, perennemente mobilitata militarmente al proprio interno per espandere il proprio territorio, un’espansione imperiale di cui il governo federale è il motore politico, economico e infrastrutturale: è lo Stato a produrre l’impero.  

Al tempo stesso questo processo innesca una serie di crescenti tensioni e conflitti circa le conseguenze e le condizioni di questa espansione, a partire dalla questione di quale forma di lavoro introdurre nei territori conquistati. Da questo punto di vista può essere interessante interpretare la Guerra Civile americana, come fanno sia Pocock, sia Bairati, come momento di crisi dello Stato imperiale nato dalla Rivoluzione, come momento di rottura del rapporto di potere imperiale tra governo federale e governi degli Stati, una crisi che renderà necessaria, almeno in un primo momento, una vera e propria ricolonizzazione del Sud, e comunque una rifondazione costituente della forma imperiale dello Stato americano.  

Il pensiero politico americano accompagna e legittima questo processo di espansione, elaborando un concetto di impero americano che certamente è influenzato dal mito della translatio imperii, ma che viene definito in contrapposizione alle forme degli imperi europei, che vuole essere un impero diverso da tutti gli altri, eccezionale appunto, un impero che non crea colonie, ma che incorpora volontariamente e democraticamente i nuovi territori nell’Unione. La tenuta di questa ideologia dell’impero è già molto precaria per quanto riguarda l’espansione sul continente nordamericano, ma diventa ancora più problematica con la fine della frontiera e con l’affacciarsi degli Stati Uniti e della loro politica imperiale verso il mondo. 

 

L’impero americano nel mondo 

Negli ultimi decenni del XIX secolo gli Stati Uniti attraversano un intenso periodo di sviluppo: la combinazione di industrializzazione e urbanizzazione influenzano il modo di percepire la propria posizione nel mondo, con naturali ripercussioni sulla politica estera. Questo passaggio non va però interpretato come momento fondante di una narrazione imperiale prima di allora inedita. La stessa Dottrina Monroe, secondo una parte della storiografia manifesto ideologico profondamente anticoloniale e difensivo, poneva già dal 1823 le premesse dell’espansione imperiale nell’emisfero occidentale, come dimostrato da Jay Sexton. Per impedire l’espansione delle potenze europee sul resto del continente nordamericano era necessario anticiparne le intenzioni, ed estendere la propria presenza dall’Atlantico al Pacifico. In altre parole, come osservato da William Appleman Williams da una prospettiva economica, la Dottrina Monroe era «espressione dell’espansionismo intrinseco nel mercantilismo americano, che era una chiara manifestazione della sua postura imperiale». 

Nel 1904, infine, questa narrazione imperiale, ora resa possibile anche al di là dei confini nazionali dallo sviluppo economico e industriale, viene esplicitamente sintetizzata all’interno della cornice ideologica del Corollario Roosevelt, che segna un’importante fase nello sviluppo del pensiero geopolitico degli Stati Uniti, annunciando l’intenzione di estendere la propria influenza nei Caraibi e in America Centrale, dove la presenza di militari statunitensi e del grande Corporate Interest sarebbe divenuta nei decenni successivi un elemento inamovibile del paesaggio politico-economico sudamericano. A differenza del messaggio di James Monroe, Theodore Roosevelt non faceva menzione della minaccia europea, né cercava di rappresentare il globo in emisferi separati, al contrario metteva in luce gli obiettivi e le preoccupazioni di una nazione non più interessata a salvaguardare le proprie fragili dinamiche interne, ma piuttosto a proiettarsi nel Great Game delle rivalità imperiali: 

 «Chronic wrongdoing, or an impotence which results in a general loosening of the ties of civilized society, may in America, as elsewhere, ultimately require intervention by some civilized nation, and in the Western Hemisphere the adherence of the United States to the Monroe Doctrine may force the United States, however reluctantly, in flagrant cases of such wrongdoing or impotence, to the exercise of an international police power.» 

Come notato da Anthony Hopkins, la guerra con la Spagna non consegna agli Stati Uniti solamente un impero insulare (Filippine, Porto Rico e Guam), ma segna il raggiungimento de facto dell’indipendenza dalla Gran Bretagna e il consolidamento della supremazia emisferica:  

«The United States could now pull the lion’s tail; its manufactures swamped the British market; its culture had shed its long-standing deference. After 1898, too, Washington picked up the white man’s burden and entered on a period of colonial rule that is one of the most neglected features of the study of U.S. history». 

L’interventismo statunitense nei Caraibi e in America Centrale diventa così sempre più frequente, sistematico e ampio nei suoi obiettivi: una forma di imperialismo che svolgeva una duplice funzione. Da una parte, “imperialismo della civilizzazione”, necessario ad avanzare le condizioni socioeconomiche delle popolazioni latino-americane. Dall’altra, strumento di ordine e stabilità emisferiche, necessario a garantire la sopravvivenza e lo sviluppo degli Stati Uniti nel moderno agone imperiale. Una politica imperiale che non sfuggiva a categorizzazioni di tipo razziale. Nello specifico, la rappresentazione del vicino sudamericano si basava su preconcetti che univano al razzismo biologico lo scetticismo nei confronti del retaggio coloniale spagnolo.  

Con l’intervento degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale ha inizio il progetto di costruzione di un ordine mondiale liberale e democratico animato da presupposti universalisti e dalla fiducia nel diritto internazionale: una politica internazionalista ancora intrisa di evidenti connotati imperiali e razziali. Nel suo The Wilsonian Moment (2007), Erez Manela mette infatti in evidenza le contraddizioni della politica estera wilsoniana, evidenti nella contemporanea promozione dei valori universalisti americani, di una politica di segregazione nei confronti delle minoranze interne e di un rapporto imperiale nei confronti dell’America Latina. Da un lato, il timore che disordini nei Caraibi potessero compromettere gli interessi strategici ed economici degli Stati Uniti riporta l’amministrazione a privilegiare una politica particolarmente assertiva ed in linea con l’orientamento di Roosevelt. Dall’altro, come notato da Romero, attraverso una politica di omogeneizzazione etnica della nazione e assorbimento dei tedeschi nell’alveo anglo-sassone. 

 

Imperial Policing su scala globale  

Nel mezzo secolo in cui viene superato il colonialismo europeo, la preminenza mondiale Usa si esplica in un ruolo continuo, organico di imperial policing su scala globale. Alcune guerre sono più vaste per l’incrocio con la Guerra fredda (Corea, Vietnam) o per la centralità strategica del medio Oriente (Golfo, Iraq), altre sono classiche operazioni di controllo imperiale, soprattutto in America Centrale, ma ormai anche in un arco che va dal Sahara alle Filippine. La nazione è costantemente in guerra e si autocelebra sempre più anche in rapporto al proprio profilo militare: sia in chiave istituzionale, dal momento che i militari dominano parte cospicua di spesa pubblica; sia in chiave culturale, con il profluvio di film e serie che pongono guerra, combattenti, ed eroismo al centro dell’immaginario nazionale, della grammatica condivisa del paese, senza paragoni con alcun altro paese occidentale. 

La linea politica che ha caratterizzato gli Stati Uniti, nel periodo tra la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda ed il post-guerra fredda è stato quello di essere promotori di un modello politico ed economico che fosse all’altezza delle sfide che si andavano determinando nel contesto internazionale. È emblematico il ruolo di Franklin D. Roosevelt e del suo grand design, che prima della conclusione della Seconda guerra mondiale progetta l’organizzazione dell’intero Sistema internazionale del dopoguerra. Gli Usa, si presentano come una potenza che attraverso l’impiego di tecnologie in campo militare raggiunge una posizione di privilegio nelle relazioni internazionali. Il presente grafico ci mostra la cospicua spesa militare, tra il 1950 ed il 2015 in seno alla NATO. 

Grafico 1: Spesa militare degli USA in confronto ad altri paesi NATO 

L’Amministrazione Eisenhower diminuisce la spesa delle armi convenzionali ma aumenta quella delle armi atomiche. La corsa agli armamenti atomici viene alimentata dal missile gap determinando una accelerazione del programma missilistico degli IRBM negli anni 1959-1960, insieme al programma nazionale di rifugi antiatomici. In questa fase, la spesa pubblica aumenta da 19 a 25 miliardi di dollari, con un incremento nel bilancio militare da 8,5% al 10% rispetto al PIL. Durante la presidenza democratica di Kennedy, nonostante la politica di risposta flessibile, si registra un aumento del 15% alla spesa militare negli anni 1961-1962. Nel 1964 la stessa aumenta a 60 miliardi di dollari, nel 1968 l’arsenale missilistico ammonta a 30 mila testate. Il bilancio militare viene ridotto durante l’amministrazione Nixon, tra gennaio 1969 e agosto 1974, passando da 78 miliardi a 74 miliardi di dollari, con una diminuzione delle forze armate da 3,4 a 2,2 milioni di uomini (Valdevit, 2010). 

Dopo le dimissioni di Nixon, l’8 agosto 1974, Gerald Ford Jr. assume la presidenza e nel corso del suo mandato aumenta le tasse, attua una deregolamentazione, mantiene sotto controllo i prezzi energetici per incrementare la produzione e diminuire linflazione e la disoccupazione. Nonostante, non sia presente un’ampia documentazione della spesa militare dell’amministrazione Ford, le variazioni congiunturali in relazione al PIL appaiono in lieve aumento.  

Grafico 2: Spesa militare complessiva in rapporto al PIL dal 1947 al 2005

La spesa militare aumenta durante l’amministrazione Reagan negli anni dal 1980 al 1987: l’espansione bellica e la prova muscolare di tale presidenza fa accrescere la spesa militare relativa del 30.9% con un aumento medio annuo del 4.42%, nel secondo mandato l’incremento medio annuo era di 5.02% (Ibidem). Oltre al noto aspetto dello scontro bipolare durante la Guerra fredda in termini di capacità militare dei due attori, gioca un ruolo determinante nel timore politico interno agli USA. L’angoscia per un nemico imprevedibile esterno, l’URSS, determina lo sviluppo della cultura del timore, di un  timore organico (Craig, Logevall 2009) che trova riscontro anche in un nemico interno, in coloro che sino a quel momento erano considerati un corpo estraneo: le minoranze etniche. È noto il caso della contestazione nell’Università del Mississippi il 29 settembre del 1962 e dello scontro tra Kennedy e Barnett (governatore del Mississippi) contrario all’iscrizione di J. Meredith, uno studente afroamericano la cui ammissione all’università viene resa possible da una sentenza della Corte suprema e dall’utilizzo delle truppe della Guardia Nazionale.3 Gli Usa si trovano all’interno di una guerra perenne, verso un nemico interno, le minoranze etniche, e verso l’esterno rappresentato da un nemico altrettanto instabile come quello sovietico (Sherry 1995).  

Nell’epoca della Guerra fredda il nazionalismo era realizzato nel dominio statunitense di un ordine mondiale intrinsecamente antagonistico. La missione nazionale, raffigurata in linguaggio eccezionalista, si incarnava nel ruolo di leadership mondiale e questo contemplava diversi piani. Quello militare e securitario, progressivamente più marcato e centrale, oltre che ramificato in vari continenti, e quello civico del modello democratico, del sostegno allo sviluppo, del progresso economico e tecnologico. Anche se siamo sempre più consapevoli di quanto anche questa seconda componente fosse strutturata intorno un immaginario bellico, essenzialmente coloniale nei primi decenni e poi dagli anni Settanta via via più imperniato sul disciplinamento neoliberista per via finanziaria e di mercato, che comunque non escludeva affatto metafore e realtà semi-belliche, come la “guerra alla droga” ed altre imprese para-militari.  

 

L’impero dopo la Guerra fredda 

Dopo la fine della Guerra fredda, tuttavia, la natura intrinsecamente imperiale, bellica e bellicosa della nazione, lungi dall’essere ridimensionata, si è cementata divenendo definitivamente centrale nell’immaginario nazionale. Con il momento unilaterale degli anni Novanta e l’estensione dell’ordine occidentale su scala globale, che esclude ogni pacificazione negoziata con gli ex-avversari, e poi soprattutto con la crescente guerra al terrorismo, la guerra si fa condizione endemica, paesaggio “naturale” del rapporto statunitense con la globalità, a cui solo la presidenza Obama cercò di mettere un freno peraltro parziale e presto abbandonato. 

Per Romero, sicuramente dall’11 settembre 2001 in poi, con la nozione esplicitamente vaga e illimitata di war on terror, ogni distinzione tra pace e guerra sparisce. La nazione non conduce questa o quella guerra, per poi fare una pace. La nazione è perennemente in guerra. Il mondo è guerra, in varie forme, e il nazionalismo americano trova in esso tutti i veicoli della sua autoriproduzione su grande scala: un rapporto tra esterno e interno intrinsecamente se non unicamente antagonistico, su ogni terreno, dalle migrazioni all’economia; la gerarchizzazione per razze e civiltà rilanciata come lente precipua di lettura e di riordinamento dell’ordine sia interno sia esterno; e naturalmente la preminenza della metafora della guerra su ogni fronte, con annessa ed ulteriore elevazione delle istituzioni militari e securitarie a specchio fondamentale della nazione. Romero ha infine concluso citando Marilyn Young, che, in un saggio del 2012 su Diplomatic History, ha affermato: «The shadow of war, as Michael Sherry called it fifteen years ago, seems not to be a shadow but entirely substantial: the substance of American history». 

 

BIBLIOGRAFIA 

 

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Pocock J.A., La ricostruzione di un impero. Sovranità britannica e federalismo americano, Roma, Lacaita, 1996. 

 

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Valdevit G., La Guerra Nucleare Da Hiroshima alla difesa antimissile, Mursia, Milano 2010. 

 

SITOGRAFIA  

http://americanradioworks.publicradio.org/ 

www.agi.it/ 

http://ricardo.ecn.wfu.edu/ 

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