Monumenti per la nazione nel lungo Ottocento americano. Lezione di Arnaldo Testi. Relazione di Federico Chiaricati e Vincenzo Gargiulo

 

Nella relazione “Monumenti per la nazione nel lungo Ottocento americano”, Arnaldo Testi pone la domanda che si fecero gli americani all’indomani dell’indipendenza sulle ragioni per cui erigere monumenti nazionali. In un primo momento, infatti, personalità del calibro di Jefferson e Adams sostennero come la Repubblica e la democrazia fossero “naturalmente” iconoclaste. I monumenti potevano infatti essere considerati come atti perniciosi e di ostentazione dato che la vera memoria era un elemento vivente nei protagonisti. Queste posizioni sembrano rispecchiare le idee di quel popolo che nel 1776 a Manhattan aveva abbattuto la statua equestre bronzea del re Giorgio III. Partendo da queste considerazioni, l’analisi ha incluso il cosiddetto lungo Ottocento, che percorre gli anni post-rivoluzionari iconoclasti fino alla Prima guerra mondiale, il cui spartiacque è rappresentato dalla monument mania scaturita in seguito alla guerra civile. L’analisi dei monumenti presi in considerazione ha tenuto conto delle categorie di razza, genere e classe che mostrano come i concetti stessi di nazione e popolo siano mutati nello spazio e nel tempo. Tra diciannovesimo e il ventesimo secolo, infatti, l’idea stessa di monumento cambiò radicalmente e la natura prevalentemente nazional-celebrativa ottocentesca lasciò il passo a immagini e significati profondamente differenti, simbolo della complessa storia del Novecento. La pretesa immutabilità dei contenuti espressi nei monumenti, così come l’illusione che essi facessero intrinsecamente parte del paesaggio nel quale erano inseriti, attirò critiche già nella seconda metà del diciannovesimo secolo, in particolare da parte di Nietzsche, nel suo passaggio sulla storia monumentale. Questa pretesa di fissità concettuale si dimostra infatti illusoria, perché frutto di determinate condizioni storiche, culturali e politiche che possono mutare ed evolversi nel corso del tempo, provocando in questo modo un passaggio dal concetto di  monumenti ai cosiddetti contro-monumenti, in parallelo con la contrapposizione tra memoria e contro-memoria di cui parla James Young (1999) prendendo i casi specifici dei monumenti tedeschi. Da un primo rifiuto del monumento negli Stati Uniti si è arrivati a una proliferazione di statue, sculture e pratiche commemorative che hanno portato negli ultimi venti anni a una vera e propria gemmazione di studi definito da Kirk Savage (2012) memory boom”. Questo pone anche la necessità di studiare la natura di ciò che si intende per “memoria” e di come essa sia stata concepita nel passato. 

All’indomani del periodo post-rivoluzionario iniziò il dibattito sulla trasmissione della memoria della lotta per l’indipendenza. La crescita di nuove generazioni e l’arrivo di immigrati rese infatti necessaria la presenza di luoghi a tutti gli effetti didattici che sarebbero dovuti servire ad istruire sui valori che dovevano tenere assieme la Nazione. Diventava quindi necessario capire a chi dedicare monumenti e di che natura essi dovessero essere. La prima ondata di monumenti predilige forme impersonali e collettive che ricordano con estetica austera e sobria le battaglie del conflitto per l’indipendenza. La forma scelta fu quindi quella dell’obelisco che, posto in luogo pubblico, diveniva uno strumento didattico che di fatto faceva “parlare” il luogo. Questa pratica fu poi abbandonata per essere ripresa in un secondo momento dopo la guerra civile. Con il consolidamento dello Stato diventava difficile sfuggire al culto dei padri fondatori e questa dinamica pose il problema riguardante le pratiche celebrative ad essi dedicate, avvicinandosi conseguentemente alle forme che erano state precedentemente rifiutate. Tra i padri fondatori, Testi prende in considerazione il caso di George Washington, analizzandone quattro rappresentazioni monumentali. La prima, con Washington ancora in vita, risale al 1792 ad opera di uno scultore francese, che – ad un primo progetto bronzeo – sostituì l’uso del marmo, una scelta ricorrente per quasi tutta la prima metà del diciannovesimo secolo. Ciò che contraddistingue la statua è la scelta di Washington stesso di essere rappresentato non in abiti antichi – Houdon aveva proposto un abbigliamento che richiamasse la romanità repubblicana – ma in tenuta contemporanea, di militare che torna alla vita civile, come una sorta di Cincinnato. La simbologia presente attorno alla statua – la spada che muta in aratro – richiama infatti l’abbandono delle armi per il ritorno alla vita di cittadino, rifiutando quindi il legame ideale con Cesare, a differenza di Franklin che scelse invece di essere raffigurato con la toga. Per circa trent’anni si fermarono le raffigurazioni di Washington, per riprendere solamente nel 1821 con l’opera di Canova che venne inaugurata nel Campidoglio della North Carolina, in luogo periferico e al chiuso come il precedente. In questa versione, pur ribadendo la rinuncia al potere, Washington è espressamente raffigurato come civis romanus, richiamandone quindi le virtù romane repubblicane, scegliendo un’estetica mediata dalla rappresentazione neoclassica e perciò più aulica. Questo elemento divenne prevalente e controproducente in occasione dell’inaugurazione nel 1841 presso la Rotunda del Campidoglio della Capitale, la terza statua di cui si occupa Testi. Questa rappresentazione, anch’essa collocata in un luogo chiuso, è costruita esplicitamente sull’immagine dello Zeus Olimpio di Fidia. Washington è infatti assiso in trono nell’atto di rendere la spada e di indicare il cielo conferendo all’immagine in questo modo un tono imperiale e non repubblicano. Questo atteggiamento fu però profondamente schernito dai contemporanei che ne riconobbero un codice comunicativo di fatto inadeguato, provocando la fine dell’esposizione di Washington in termini classicheggianti e imperiali. Il monumento successivo avrebbe infatti tratto ispirazione dalla statua equestre del presidente Jackson ad opera di Clark Mills Collocata davanti alla Casa Bianca nel 1853, in essa emergono da un lato la natura pubblica e dall’altro l’estetica immediata e dinamica della rappresentazione scultorea. Nel 1860 si ruppe definitivamente il tabù della monarchica statua equestre; sempre Mills avrebbe infatti raffigurato Washington non solo a cavallo ma in abiti militari, quelli del comandante vittorioso sul campo di battaglia. Ciò che risalta è la criniera del cavallo modellata su quella rappresentata da David nel famoso quadro Napoleone valica il Gran San Bernardo. Secondo alcuni la statua equestre non rappresentava solamente un generale vittorioso ma anche e soprattutto la nazione che proprio in quel periodo aveva completato una grande spinta verso Ovest. 

Come anticipato, gli anni della Guerra Civile cambieranno profondamente la natura e l’identità della nazione; in questo contesto Testi introduce le categorie di razza e genere, centrali nelle pratiche memorialistiche del periodo post-bellico. La nazione infatti sembra incarnarsi in una fortezza maschile dove le rappresentazioni monumentali si moltiplicano e diffondono seguendo lo schema dell’uomo in armi. Le donne, pur partecipando allo sforzo monumentale con raccolte fondi, deposizioni di fiori e momenti organizzativi, non sono però rappresentate rispetto alla loro specificità e individualità. La donna è raffigurata come un corpo simbolico, come quello della dea Abbondanza, di Lady Liberty o della Statua della Libertà, che alla fine del secolo cambia di significato. Nata come simbolo dell’internazionalismo repubblicano – la libertà che illumina il mondo – alla fine dell’Ottocento divenne la madre degli esiliati e degli immigrati, i quali iniziarono a rivendicare a fronte di una loro organizzazione politica spazi di inclusione simbolica di eroi e personalità della propria tradizione nazionale di origine per affermare la propria partecipazione alla vita e alla costruzione della nazione americana 

Nonostante problema della rappresentazione delle donne invece diventi più pressante con il crescere del movimento suffragista, la prima vera raffigurazione monumentale personale femminile si avrà solamente all’indomani dell’approvazione del dodicesimo emendamento nel 1921. Le suffragiste avrebbero conseguentemente donato al Campidoglio la statua delle tre eroine del movimento, Elizabeth Cady Stanton, Susan B. Anthony e Lucretia Mott, rivendicando la propria agency nel processo di nation building 

Sempre nel periodo post-guerra civile, Testi introduce anche la categoria della razza come elemento centrale nella memoria divisa tra Nord e Sud. Gli eroi confederati ed i loro monumenti divengono infatti la memoria della sconfitta della causa sudista sul campo di battaglia ma, allo stesso tempo, della vittoria nel processo di segregazione dei neri liberati dal Nord. Gli afroamericani, assenti nella memorialistica del Sud, sono invece rappresentanti al Nord in maniera contradditoria. L’immagine più famosa è infatti quella di Lincoln Il liberatore del 1876, in cui il politico americano viene raffigurato nell’atto di liberare lo schiavo riconoscente del quale viene al contempo sottolineata la subalternità nella scala gerarchia razziale della nazione, confermando in un certo modo la narrazione proposta dai monumenti confederati. L’eccezione è invece rappresentata dal memoriale bronzeo ai soldati unionisti afroamericani del 1897 a Boston. Nonostante l’ufficiale a cavalloe quindi il superioresia bianco, i soldati afroamericani sono immortalati con espressioni decise sottolineandone quindi la agency nel processo di liberazione. Questo monumento fu in realtà “notato” nuovamente solo a partire dagli anni Sessanta del Novecento durante le lotte per i diritti civili, trovandosi quindi al centro di una mutazione semantica che lo trasformò nella percezione pubblica da monumento ad anti-monumento, cioè come un elemento estraneo o contrapposto alla narrazione nazionale. Sui monumenti relativi alla guerra civile – e in particolare sulle persistenze nel Sud di statue dedicate a molti dei protagonisti dell’esercito secessionista – si è aperto negli ultimi anni negli Stati Uniti un profondo e aspro dibattito che ha interessato molti degli aspetti ritenuti oggi simbolo dell’imperialismo WASP nei confronti delle minoranze etniche, da quelle afroamericane a quelle ispaniche, ai nativi. Per capire l’importanza di questa contrapposizione basti pensare che il dibattito sul mantenimento di statue a eroi del Sud è stato riportato anche nelle puntate conclusive della seconda stagione di “Designated Survivor che andarono in onda nella primavera 2018.  

Introducendo la categoria di anti-monumento, Testi ha poi inserito nella sua lezione l’elemento del conflitto di classe, prendendo ad esempio il monumento per i martiri di Haymarket che si trova nel cimitero di Forest Park a Chicago. Pensato originariamente come monumento funebre, esso assunse presto una natura pubblica; numerosi esponenti del movimento operaio statunitense decisero infatti di essere seppelliti nella sua prossimità, come a voler rimarcare la loro opposizione alla narrazione ufficiale nazionale. In quel periodo infatti fu eretto a Haymarket anche il monumento per i poliziotti caduti negli scontri che, come ricorda William Adelman nel suo Haymarket Revisited del 1976, a causa di tensioni dovette essere poi spostato all’interno dell’ufficio di polizia di Chicago, perdendo così la sua natura di monumento pubblico. Al contrario il memoriale di Haymarket nel 1997 fu inserito nella rete dei National Historical Landmarks, che provocò numerose proteste da parte del movimento anarchico il quale accusò la nazione di voler compiere una sua ri-semantizzazione per includerlo nella storia ufficiale di fatto glorificando sé stessa. 

Da ultimo, ci si chiede se sia possibile includere in una narrazione nazionale monumenti che nascono come anti-monumenti. Narrazione che nel corso dei decenni ha incluso anche gli altri momenti topici della storia americana come la Seconda guerra mondiale, la guerra del Vietnam e il periodo della lotta dei diritti civili. Questo è stato possibile, nell’analisi di Kirk Savage nei suoi lavori The Past in the Present e History Memory and Monuments, grazie alla compresenza di due anime all’interno di ogni monumento: da una parte un’anima pubblica che è frutto del momento storico che lo produce, e dall’altra quella privata dell’osservatore la cui sensibilità si modifica nel tempo. Appare quindi come le categorie prese in considerazione appartengano a questo secondo aspetto. Ed è tale discrepanza a generare la mobilità semantica dei monumenti. 

Questo dimostra come la memoria di una nazione sia prevalentemente narrazione di ciò che la nazione è in quel determinato momento storico. 

 

BIBLIOGRAFIA 

 

Young, J.E., Memory and Counter-Memory. The End of the Monument in Germany, Harvard Design Magazine, 9 (1999): 1–10. 

Savage K., History, Memory, and Monuments: An Overview of the Scholarly Literature on Commemoration. Organizazion of American Historians and National Park Services, Washington D.C., 2012. 

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