Famiglia e nazione, Lezione di Maurizio Vaudagna. Relazione di Leonardo Ravaioli e Anna Nasser

La famiglia nel contesto americano ha assunto nel tempo differenti definizioni e significati, esemplificando come la storia della famiglia, nella sua dimensione di istituzione e di concetto, sia necessariamente la storia di una crisi perpetua, come è stato sottolineato da Melinda Cooper nel suo testo Family Values. Infatti, osservare l’istituzione della famiglia e le categorizzazioni a essa legate – famiglie nucleari e famiglie pluralistiche ad esempio mettendo al centro la polisemia, e polemicità, del concetto stesso, rende possibile comprendere la centralità che per molti ha avuto l’istituzione della famiglia come indicatore sociale e microcosmo attraverso il quale osservare, organizzare e riprodurre l’ordine sociale. L’idea che la famiglia sia, quindi, un elemento cruciale della formazione sociale è strettamente legato al fatto che questo concetto si muova sul “controverso crinale” tra pubblico e privato. In questo breve resoconto si cercherà di ripercorrere, attraverso tre momenti storici cruciali della storia della famiglia americana, proprio l’intersecarsi di queste due dimensioni. 

La famiglia è stata da molti considerata come elemento basilare nella definizione della salute/status della società. Intesa come unità base della nazione, come mattone fondamentale. Infatti, l’analisi della famiglia si colloca all’interno del rapporto tra spazio pubblico e spazio privato, dal momento che essa si è posta, a partire dall’Ottocento, come istituzione sociale che ha avuto un’importanza centrale, in momenti diversi, sia nella sfera pubblica che in quella privata. Proprio su questa dimensione si è determinato il rapporto tra nazione e famiglia: la rilevanza acquisita dalla famiglia nella sfera pubblica si coglie in quanto essa diventa luogo privato della formazione del cittadino. In maniera non meno rilevante, la famiglia si presenta come istituzione necessaria per trasmettere e riprodurre gerarchie legate allo status sociale. Di conseguenza, non è certamente secondario sul piano della riproduzione di un determinato ordine sociale che l’interdipendenza tra uno specifico modello di famiglia, quella nucleare e tradizionale, e una determinata definizione di nazione americana si intensifichi nei periodi di crisi. Nota a tal proposito Nancy Cott che il matrimonio nella storia della nazione americana si è presentato come una form of governance (Cott 2000: 7) attraverso cui le autorità pubbliche modellano i comportamenti individuali. Questi elementi del rapporto tra nazione e famiglia, nel loro articolarsi tra la dimensione pubblica e quella privata, sono ripercorribili nell’analisi proposta dal professor Vaudagna nell’evoluzione della famiglia a partire dall’Ottocento e dal periodo vittoriano.  

La famiglia  americana primo-ottocentesca, infatti, si presentava come una famiglia bianca, nucleare, con una forte dimensione pubblica legata alle relazioni con altre famiglie e caratterizzata da una chiara divisione dei ruoli di genere al suo interno, sia su un piano simbolico che materiale. Gli uomini, ad esempio, dovevano rappresentare il cittadino modello: proprietario, moralmente ed economicamente autonomo, ambizioso al fine di promuovere il progresso del paese. La relazione tra l’essere capofamiglia e l’essere un “buon” cittadino repubblicano diventano due elementi complementari nella definizione del ruolo maschile. Come notato da Cott, il ruolo delle donne è invece principalmente legato alla dimensione morale e della disciplina. Alla donna spettava il compito di proteggere e riprodurre uno specifico discorso sulla società, quella vittoriana, così da educare i figli come cittadini patriottici e buoni protestanti. Alla famiglia, insomma, veniva richiesto di svolgere un vero e proprio ruolo di disciplinamento sociale, quale luogo preposto a fondamento dell’integrità della nazione. Questa definizione di famiglia, e i ruoli ad essa collegati, riflette una frattura centrale della società americana, quella che corre lungo la “linea del colore”. La famiglia diventa veicolo di un nazionalismo razzializzato. È dunque a partire da un’idea di nazione razzialmente separata e incentrata su una possibile assimilazione del diverso che si articola una definizione specifica di famiglia e delle relazioni tra i suoi componenti. Lo dimostrano, ad esempio, le leggi sulla miscegenation, che comprendevano anche gli immigrati non bianchi, e la definizione di chi fosse nero a partire dalla one-drop rule. Il nazionalismo razzializzato non sembra, tuttavia, cambiare in modo significativo nemmeno in seguito alla crisi aperta dalla guerra civile e alle sue conseguenze sulla ridefinizione dell’idea di americanità. L’elemento di reale cambiamento, tra il periodo vittoriano e il periodo successivo alla guerra civile, sembra piuttosto esplicitarsi nello spostamento del ruolo della famiglia come istituzione a una dimensione soprattutto privata, come dimostra, ad esempio, la nuova urbanistica incentrata sulla costruzione di case unifamiliari di campagna a partire dai progetti dell’architetto Andrew Jackson Downing.  

L’accentuarsi della connotazione privata assunta dalla famiglia è rintracciabile anche negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo. Questo periodo, infatti, è stato caratterizzato da una commistione tra il culto neovittoriano della domesticità, legato all’etica vittoriana e al ruolo di educazione morale della famiglia, e a una conformazione sociale legata all’abbondanza. L’idea di essere una land of plenty si è esplicitata nella formazione di una specifica società dei consumi legata all’american way of life e a uno status sociale e una “responsabilità civica”, come sottolineato dall’analisi sul dopoguerra della storica Lizabeth Cohen (2004: 236). Si osserva negli anni Cinquanta un ritorno in auge del mito della famiglia nucleare suburban come luogo dell’americanità, della prosperità e della sicurezza. Nel contesto della guerra fredda, la famiglia viene investita simbolicamente della missione di preservare questo nuovo mito americano, legato a una determinata idea di libertà, a sua volta percepita come minacciata dal conflitto con l’Unione Sovietica. In questo periodo critico, il discorso su famiglia e nazione si presenta in una declinazione particolare: la famiglia è ciò che mantiene salda, e in ottica oppositiva nel conflitto bipolare anche forte, la nazione americana. La famiglia è nuovamente rappresentata come indicatore per misurare la “salute” della società e come l’unità fondamentale della nazione. 

Se la percezione della famiglia nucleare suburbana, tutrice della sicurezza, è stato un elemento centrale e una narrazione vincente della società americana, come dimostrato anche dall’incremento delle nascite nel periodo del baby boom, le contraddizioni legate all’etica vittoriana e ai processi di trasformazione della società si sono manifestate pienamente a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta. Infatti, il ruolo della famiglia come elemento centrale della società del consumo aveva perso la centralità dei decenni precedenti e il modello di famiglia nucleare, fondata sul matrimonio eterosessuale e rigidi ruoli di genere, era stato messo in crisi dalle rivendicazioni dei movimenti del 1968 e dai successivi. Le battaglie portate avanti da questi movimenti sociali, in particolare quelli femministi e studenteschi, restituiscono l’immagine di alcuni importanti cambiamenti in atto nel modo di concepire la famiglia e i ruoli di genere. Mentre aumentava la distanza delle nuove generazioni dall’idea tradizionale di famiglia, cresceva parimenti la richiesta di maggiore libertà, non solo sessuale, ma anche sociale (una richiesta che andrà articolandosi intorno alle tematiche del lavoro, del welfare e del matrimonio). Le rivendicazioni relative ai diritti riproduttivi e alla libertà sessuale, come intorno all’introduzione della pillola anticoncezionale e altri contraccettivi (Griswold v. Connecticut, 1965) hanno così portato a un tramonto del consenso sull’esistenza di una tipologia di aggregazione famigliare condivisa. Queste rivendicazioni si univano a una critica della società middle class, sia nella dimensione del consumo sia del suo ruolo universale, determinando un rinnovato scontro sui significati di famiglia e la formazione di un nuovo modello, quello della famiglia pluralistica. In particolare, i movimenti e le organizzazioni di donne, tra le più conosciute la National Organization of Women (NOW), formatesi sulla scia dei movimenti studenteschi del 1968, sono stati centrali nella ridefinizione del ruolo della famiglia nella sua dimensione di istituzione sociale, avanzando una forte critica alla divisione sessuale del lavoro. Proprio su questa tematica è possibile rintracciare una frattura all’interno dei movimenti femministi e un rinnovato scontro sulla definizione dei ruoli nella famiglia. Infatti, sebbene le femministe liberal abbiano a lungo rivendicato una differente idea di womanhood, e il diritto di avere una carriera al pari degli uomini, altre donne hanno incentrato la propria denuncia sul tema double shift ovvero il “doppio turno” dentro e fuori dalla casa e rivendicato, in alcuni casi, un salario per il lavoro domestico.  

Proprio intorno al tema del lavoro e della divisione sessuale del lavoro si articola parte della critica delle donne afroamericane. Per molte di loro, ma anche altre donne non appartenenti al mondo middle-class, il lavoro era percepito come un elemento della quotidianità e non come un diritto da acquisire: il dover lavorare era piuttosto una condizione oppressiva da cui liberarsi al fine di poter vivere liberamente la sfera privata e la propria motherhood. Le controversie legate al lavoro e alla domesticità esplicitano pienamente un punto centrale della critica alla famiglia come luogo di riproduzione e stabilizzazione dei rapporti sociali. Riprendendo la critica di alcuni gruppi femministi radicali degli anni Settanta, è proprio nella famiglia che è possibile cogliere l’intersezione delle fratture di genere, razza e classe presenti nella società americana e non solo. Un esempio di questa dimensione della famiglia come luogo nel quale si inseriscono una molteplicità di linee di divisione è rintracciabile anche attraverso lo studio delle politiche di welfare nel contesto americano. Attraverso le lotte dei welfare rights movement è possibile osservare l’intreccio tra un sistema patriarcale e il nazionalismo razzializzato che permea la società americana. Lo stereotipo delle donne di colore come principali beneficiarie delle politiche di welfare e della famiglia nera come istituzione disfunzionale in quanto ipoteticamente fondata sul ruolo matriarcale e tirannico delle donne nere – presunte responsabili dell’alto tasso di famiglie monoparentali e dell’incapacità degli uomini afroamericani di avere un ruolo di autorità – è stato a lungo centrale nel dibattito relativo ai programmi di aiuto, ad esempio il programma AFDC (Aid to Families with Dependent Children). L’immagine delle welfare queen riproposta da Ronald Reagan durante la campagna presidenziale del 1976 è stata a lungo collegata alle single mothers afroamericane, riproducendo una determinata frattura di razza nella fruizione materiale di questi programmi federali. Relativamente alla tematica del matrimonio e delle relazioni tra uomini e donne nell’istituzione famigliare è di particolare interesse la critica portata avanti da alcuni gruppi femministi separatisti di donne lesbiche. Queste ultime hanno infatti coniugato la critica al ceto medio con il separatismo come possibilità di sottrazione al dominio maschile in quanto all the discriminatory practices against women are patterned and rationalized by this slavery-like practice. We can’t destroy inequalities between men and women until we destroy marriage (The Feminists 1970: 537).  

Oltre a una forte critica teorica, i movimenti di liberazione delle donne hanno portato avanti anche una serie di battaglie incentrate sia sul diritto all’aborto (per esempio nel caso Roe v. Wade 1973) e sul divorzio, determinando una vera e propria “rivoluzione matrimoniale”. Nel 1980 i divorzi riguardavano il 50% dei matrimoni, con un aumento rispetto al decennio precedente del 10%. I mutamenti legati alle lotte per i diritti portate avanti dai movimenti sociali tra il 1968 e il 1975 hanno così fortemente messo in crisi il ruolo della famiglia tradizionale e nucleare, imponendo una ridefinizione del modello che riuscisse a tenere conto della presenza di diverse forme di aggregazione di coppia e famigliari differenti da quella prettamente eterosessuale e legata al contratto matrimoniale. Si deve infine ricordare il backlash politico che seguì con l’arrivo degli anni Ottanta portato avanti, ad esempio, attraverso alcune politiche di regolamentazione del welfare e volto a riproporre il ruolo della famiglia nucleare e tradizionale in un contesto completamente mutato. È stato grazie alla capacità di tutti quei soggetti, componenti i movimenti dei diritti delle donne, i movimenti per i diritti LGBT+ e radicali, di rovesciare un determinato discorso sulla famiglia, sul matrimonio e, in un certo senso sulla nazione e sullo Stato, che si è potuto osservare il superamento della divisione vittoriana e neovittoriana di una separazione tra sfera pubblica e sfera privata configurata sul genere. La frammentazione e la pluralità del nuovo modello famigliare, tuttavia, sembra aver messo in crisi il rapporto tra famiglia e nazione e il tradizionale ruolo della famiglia nel rinforzare la coesione e la missione nazionale. Infine, è possibile osservare come i cambiamenti avvenuti nella società americana a partire dagli anni Sessanta hanno determinato una maggiore attenzione sui diritti legati all’individuo, e non alla famiglia, e a soggettività particolari, aprendo nuove questioni legate alla bioetica e alla tutela dei diritti dell’infanzia e delle donne. Il personale e l’individuale sembrano essere diventati gli elementi centrali dell’azione statale, caratterizzandosi come più importanti rispetto al rapporto tra stato e famiglia come istituzione di aggregazione, modificando fortemente il rapporto tra famiglia e nazione. 

 

 

BIBLIOGRAFIA 

 

Brueske M., Wages for Housework: New York Wages for Housework Committee; New York; 1975, In Penny A. Weiss (ed.), Feminist Manifestos: A Global Documentary Reader, New York, New York University Press, 2018, pp. 260264. 

Cohen L., A Consumer’s Republic. The Politics of Mass Consumption in Postwar America, Journal of Consumer Research, 31.1 (2004): 236239. 

Collins P.H., It’s All in the Family. Intersection of Gender, Race, and Nation, Hypatia, 13.3 (1998): 6282. 

Cooper M., Family Values. Between Neoliberalism and the New Social Conservatism, New York, Zone Books, 2017. 

Cott N., Public Vows. A History of Marriage and the Nation, Cambridge, Harvard University Press, 2000. 

Davis, F.J., Who is Black? One Nation’s Definition, Philadelphia, Penn State University Press, 2010. 

Douglass F., The Color Line, The North American Review, 132.295 (1881): 567577. 

Du Bois W.E.B., The Souls of Black Folk, Chicago, McClurg, 1903. 

Eisenstein Z.R., The Patriarchal Relations of the Reagan State, Signs, 10.2 (1984): 329337. 

Friedan B., The Feminine Mystique. New York, W. W. Norton, 2001. 

Gerstler G., The American Crucible. Race and Nation in the Twentieth Century, Princeton, Princeton University Press, 2017. 

Moynihan D.P., The Negro Family. The Case for a National Action, United States Department of Labour, Office of Policy Planning and Research, March 1965. 

Nadasen P., Expanding the Boundaries of the Women’s Movement: Black Feminism in the Struggle for Welfare Rights, Feminist Studies, 28.2 (2002): 270301. 

Nadasen P., From Widow to “Welfare Queen”. Welfare and the Politics of race, Black Women, Gender, Families, 1.2 (2007): 5277. 

 “Welfare Queen Becomes an Issue in Reagan Campaign”, New York Times, 15 Febbraio 1976, p. 51, https://www.nytimes.com/1976/02/15/archives/welfare-queen-becomes-issue-in-reagan-campaign-hitting-a-nerve-now.html (07/09/2019). 

Spigel L., Make Room for TV: Television and the Family Ideal in Postwar America, Chicago, University of Chicago Press, 1992. 

The Feminists, Women: Do You Know the Facts about Marriage?, in Robin Morgan (ed.), Sisterhood is Powerful. An Anthology of Writings from the Women’s Liberation Movement, New York, Vintage Books, 1970, pp. 536537. 

Tillmon J., Welfare is a Women’s Issue, Ms. Magazine, 1972. 

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 1

VOL 3 (2019) CALL FOR SUBMISSIONS!

FIND MORE HERE