Diritti riproduttivi, genetic pool ed espansionismo americano: il caso del Portorico. Lezione di Benedetta Calandra. Relazione di Virginia Quarantotto, Marco Ravasio e Veronica Sacco

La storia americana di Puerto Rico iniziò il 10 dicembre 1898, con la firma del trattato di pace di Parigi e la fine della guerra ispano-americana, al termine della quale, in cambio di 20 milioni di dollari, gli Stati Uniti ottennero Cuba, Guam, Porto Rico e le Filippine. Parallelamente alla costruzione di infrastrutture e partiti politici (all’inizio prevalentemente filo-americani), gli Stati Uniti introdussero il dollaro. La situazione lasciata in eredità dal governo spagnolo era complessa, in particolare dal punto di vista sanitario: alti tassi di mortalità infantile e ampia diffusione di malattie endemiche. 

Il governatorato militare terminò nel 1900 e venne sostituito da un governo civile, con un governatore che sarebbe stato nominato dal Presidente americano, un consiglio esecutivo e una sorta di parlamento. Si instaurò anche il libero commercio fra l’isola e la terraferma. La lingua di insegnamento divenne l’inglese. Le prime elezioni furono tenute nel novembre 1901. 

Nel 1917, con il Jones Act, i portoricani ottennero la cittadinanza statunitense e fu loro permesso di arruolarsi nell’esercito; non potevano però ancora votare o eleggere il proprio governatore – diritti che acquisirono nel 1948. Nel 1952 l’isola divenne un territorio del Commonwealth statunitense (precisamente: Stato libero associato) con la possibilità di promulgare una propria Costituzione. Con l’industrializzazione che seguì, il settore agricolo iniziò a declinare e molti portoricani cercarono fortuna nella mainland (fra gli anni Cinquanta e Settanta migrò circa mezzo milione di persone – uno spostamento noto ora come La Gran Migraciòn). 

La posizione dei dirigenti dei partiti portoricani nei confronti degli Stati Uniti fa ancora da spartiacque e lo status dell’isola è tuttora molto dibattuto. Il nazionalismo portoricano è il più longevo fra quello dei Paesi latino-americani e ha spesso dato vita a movimenti di lotta armata: quattro sono i principali movimenti armati indipendentisti, che presentano cellule attive anche all’interno del territorio statunitense. 

Un referendum tenuto nel 2012 fece emergere come la maggioranza della popolazione non fosse soddisfatta della condizione di stato libero; la seconda parte dello stesso referendum, tuttavia, chiedeva di scegliere fra indipendenza o creazione di un vero e proprio stato federale e tantissimi votanti a tale questione non risposero, sottolineando indirettamente la necessità di instaurare un dibattito sullo status dell’isola. 

Per quanto riguarda la posizione tenuta dagli Stati Uniti nei confronti di Porto Rico, moltissimi studiosi hanno parlato di colonialismo benevolo (benevolent colonialism), inquadrato come una sorta di assistenzialismo continuo mirante a controllare l’isola (il fine economico era lo sfruttamento dei territori agricoli per la coltivazione dello zucchero) in cambio di aiuti sanitari ed economici. Gli storici hanno più volte guardato Porto Rico anche come un laboratorio di pratiche poi riutilizzate nel resto dell’America Latina. 

Fra le pratiche testate sull’isola, due furono significative: la sterilizzazione di massa e la pillola anticoncezionale. 

Per quanto riguarda la prima, essa venne autorizzata all’interno del territorio americano nel 1907; fu utilizzata da principio in maniera forzata e venne giustificata come uno strumento di controllo sociale, per lenire piaghe sociali come la povertà e il sovrappopolamento. La sterilizzazione è stata spesso collegata anche a teorie e pratiche di eugenetica, piuttosto diffuse all’inizio del ventesimo secolo. 

Nel 1936 venne promulgata la Legge 116, che rendeva la sterilizzazione gratuita per le donne portoricane – senza offrire, tuttavia, alcuna alternativa contraccettiva. Le motivazioni sia imperialiste che assistenzialiste degli Stati Uniti si intrecciarono con le prime iniziative di pianificazione familiare e con la necessità di una forza lavoro efficiente da impiegare nell’industria dello zucchero. 

Fra gli anni Trenta e il 1968 (ultimo periodo in cui sono reperibili i dati e momento a partire dal quale furono disponibili anche altri metodi contraccettivi) ben il 35% delle donne portoricane, appartenenti a varie generazioni, si sottopose alla pratica di sterilizzazione: l’operazione divenne così popolare da essere semplicemente chiamata dai portoricani “la operaciòn”. 

A questi numeri impressionanti contribuirono la diffusa ignoranza e la disapplicazione del consenso informato, che pure era già obbligatorio. Molti medici giocarono anche sulle ambiguità linguistiche: si era soliti dire alle donne che le tube sarebbero state legate, spingendole a credere che l’operazione fosse quindi in qualche modo reversibile. Rimangono tuttora degli elementi poco chiari sulla questione, fra tutti il perché i dati riguardanti tale pratica siano scarsi e quale fosse la posizione del mondo maschile a riguardo. 

Combattuta è anche la posizione delle femministe: mentre alcuni gruppi arrivano a parlare della sterilizzazione forzata (o quantomeno della sua scelta fortemente condizionata) come di una pratica di genocidio, altre la leggono come una mossa di empowerment: l’unica via per le donne, sottomesse ai mariti, di riprendere in mano la propria sfera riproduttiva. 

Da ricordare la posizione della dottoressa Helen Rodriguez Trias, nata a Porto Rico ma emigrata per studiare negli Stati Uniti (a New York, dove divenne medico pediatra): all’interno della comunità di emigrati portoricani dove andò a vivere, militò nei gruppi indipendentisti e iniziò a denunciare le pratiche irregolari di sterilizzazione che venivano perpetuate anche in quel contesto, attribuendo la mancanza di alternative anche alla forte e radicata presenza della Chiesa cattolica ed il successo della “operaciòn la quale, giacché gratuita, costituì una valida scelta per le donne più povere. 

 

Stati Uniti e Porto Rico, un rapporto privilegiato 

 

Le questioni che emergono analizzando la situazione di Porto Rico e che darebbero spunto per ulteriori approfondimenti sono molteplici, ma di particolare interesse è quella riguardante la natura della relazione tra la nazione caraibica e gli Stati Uniti, che nel corso dei decenni è stato visto da alcuni come un vero e proprio rapporto coloniale e che si è rivelato non poco problematico e di difficile lettura. 

Alla base della questione si registra una profonda spaccatura al livello dell’ opinione pubblica e non solo: questa polarizzazione delle opinioni è già stata rilevata per quanto riguarda il tema della sterilizzazione, ma ciò risulta evidente anche in ambito politico-istituzionale, dando origine ad uno spettro molto ampio di posizioni: se da un estremo i nazionalisti vedono la presenza statunitense come la causa principale dei problemi dell’isola, dall’altro molti portoricani giudicano in modo positivo il proprio “rapporto privilegiato” con Washington. 

Il già citato voto del 2012 non è stata la prima occasione in cui si è chiesto ai portoricani di esprimere la propria volontà riguardo allo status politico dell’isola. Il referendum che si tenne nel dicembre del 1998 si può considerare paradigmatico per questa situazione di divisione interna: all’epoca i portoricani furono chiamati a scegliere se fossero in favore dello status esistente o se preferissero l’indipendenza. Quest’ultima raccolse solo il 2,5% dei consensi, mentre la maggioranza dei votanti optò per l’opzione “none of the above”. Tale risultato si colloca in una soluzione di continuità con l’immobilismo che di fatto ha caratterizzato la questione dello status dell’isola per quasi la totalità della sua storia americana, dal 1898 ad oggi. Alla natura già di per sé indefinita del risultato del voto, si può aggiungere che esso fu interpretato in diversi modi: chi lo vide come un endorsement per il Commonwealth e chi, invece, lo percepì come un chiaro segnale di insoddisfazione per la situazione esistente. Generalmente, come dimostra anzitutto l’elevato numero di votazioni che hanno avuto luogo nell’arco dei decenni sulla questione, si concorda sul fatto che l’attuale Commonwealth rappresenti un “compromesso insoddisfacente”, un ripiego che non rende nessuno pienamente felice. 

Si è già accennato alle molteplici chiavi di lettura date all’esito del voto popolare: da una parte viene sottolineato come le attività degli indipendentisti siano state represse in modo piuttosto netto e puntuale e come di fatto, anche a causa di questa repressione, un vero e proprio dibattito aperto sull’indipendenza dell’isola tra i suoi abitanti non ci sia mai stato. La difficoltà nel trattare apertamente questi temi e nel discutere di indipendenza può essere vista essa stessa come una delle cause del fallimento dei voti più recenti riguardanti lo status dell’isola. Fatte queste premesse, bisogna comunque notare come l’indipendenza sia una questione che risulta marcatamente impopolare tra i portoricani isolani, tanto che la sua impopolarità è difficile da attribuire solamente all’attività di repressione. Un’altra chiave di lettura spiega come i portoricani ripongano scarsa fiducia in un voto di questo tipo, rimanendo scettici sul fatto che un voto popolare possa effettivamente condurre ad un cambiamento così importante e che possa essere onorato in toto dagli Stati Uniti: emergono quindi anche dei rapporti di forza che sembrano lasciare poco spazio ad eventuali scenari di indipendenza. 

Senza ombra di dubbio, un ruolo fondamentale all’interno della questione è giocato dai cosiddetti “special deals” di carattere economico di cui l’isola gode proprio grazie al suo status e che evidentemente perderebbe qualora raggiungesse l’indipendenza. Come riportato da Laura Briggs nel suo “Reproducing Empire”, il reddito pro-capite di Porto Rico corrisponde a ottomila dollari l’anno, ovvero una somma equiparabile alla metà del reddito pro-capite del Mississippi, lo stato più povero degli Stati Uniti, ma si tratta pur sempre del doppio di quello della Repubblica Dominicana, paese caraibico che ha una storia per molti versi simile a quella di Porto Rico. E se è vero che Porto Rico riceve molti meno aiuti federali rispetto ad uno stato dell’Unione, ne ottiene comunque di più rispetto a un qualunque altro stato indipendente dell’area. Alcuni studiosi che hanno analizzato questo caso specifico sostengono che dal punto di vista prettamente economico Porto Rico non avrebbe comunque la possibilità di sganciarsi dall’egemonia statunitense; per usare le parole del sociologo Ramón Grosfoguel: “Preferirebbero essere sfruttati con dei benefit piuttosto che senza di essi”. 

Seppur di grande importanza, il discorso economico di per sé non è comunque un elemento sufficiente per parlare di colonialismo statunitense. A questo proposito, la questione del controllo della popolazione attraverso la pratica della sterilizzazione può essere un’ulteriore utile (o quantomeno integrativa) chiave di lettura . Questa pratica ha infatti costituito un argomento di dibattito sia all’interno che all’esterno dell’isola, tra i suoi abitanti ma anche (e forse soprattutto) tra i portoricani residenti negli stessi Stati Uniti. Il dibattito si è incentrato principalmente su due posizioni contrapposte: mentre una vedeva la sterilizzazione come un modello che avrebbe potuto migliorare la qualità della vita dell’isola, l’altra la identificava né più né meno come uno dei sintomi dell’imperialismo statunitense, che in questo caso agiva “derubando” le donne portoricane della loro capacità riproduttiva. 

Il lavoro di Laura Briggs, in particolare, sottolinea come vi siano delle precise dinamiche politiche (e in generale di potere e di controllo) dietro alle iniziative promosse in quanto portatrici di benefici sociali. Nel caso specifico, la storica statunitense sostiene che i numerosi dibattiti incentrati sulla famiglia, la riproduzione e la sessualità siano serviti anche come opportunità per sviluppare e indirizzare tematiche molto più estese relativamente a povertà, ideologia, nazionalità, razza e genere. Il caso delle pratiche di sterilizzazione è infatti solo uno degli esempi per coloro che ritengono si possa guardare all’isola caraibica come a un’isola-laboratorio, un “colonial experiment” che sarebbe stato nel corso dei decenni utilizzato da Washington per delle sperimentazioni politico-istituzionali ma anche di carattere scientifico, proprio come in questo caso. Una delle tesi riportate dal testo di Laura Briggs (il quale critica implicitamente l’idea di “benevolent colonialism sponsorizzata da alcuni) è proprio quella che vede il controllo delle nascite, la riproduzione e la sessualità come dei temi che rendono il colonialismo a Porto Rico possibile se non addirittura necessario: riproduzione e sessualità dimostrerebbero quindi, dal punto di vista statunitense, ciò che giustifica o rende necessaria la governance e il controllo di Washington. 

La caratteristica che emerge con più forza da questo quadro sintetico è dunque la grande frammentazione di opinioni e di posizioni riguardo lo status politico-istituzionale di Porto Rico, che come abbiamo visto trova un richiamo anche all’interno della questione della sterilizzazione. Questa frammentazione complica non poco sia l’inquadramento della questione istituzionale sia la prospettiva di un sua possibile risoluzione. 

 

Porto Rico: analisi dei dati demografici nel contesto delle relazioni internazionali 

 

Per comprendere il caso della sterilizzazione del Porto Rico è necessario inserirlo in un contesto internazionale più ampio. A partire dagli anni Quaranta del Novecento, il controllo demografico diviene una vera e propria ossessione soprattutto da parte degli stati sviluppati nei confronti dei paesi di recente indipendenza. La dicotomia sviluppodemografia diviene il nodo nevralgico attorno al quale accademici e funzionari di stato si interrogano e, in nome di essa, inaugurano le politiche di pianificazione familiare.  

È proprio tra gli anni Cinquanta e Sessanta che le politiche demografiche sono state protagoniste nei paesi in via di sviluppo. Non solamente l’America Latina, ma anche l’Africa e l’Asia sono state coinvolte in questo ossessionato controllo demografico da parte degli Stati sviluppati al fine di modernizzarli, convinti che una crescita demografica fuori controllo potesse essere causa di sottosviluppo. Dunque, si riteneva fortemente che non ci potesse essere alcuno sviluppo in quei paesi senza un controllo meramente quantitativo della popolazione; alla luce di ciò, le politiche di pianificazione familiare si inseriscono in un contesto generale di politica economica, sociale e del territorio. Così, tali politiche assumevano l’aspetto di un nuovo imperialismo, dove i programmi di pianificazione familiare vennero trapiantati nei paesi in via di sviluppo senza che vi fosse una coscienza pronta ad accoglierla e senza prestare attenzione al contesto dove venivano attuate. I paesi in via di sviluppo percepivano il controllo sulla popolazione come uno dei tanti mezzi utilizzati dall’Occidente per penetrare nei paesi di recente indipendenza; il caso del Porto Rico è un esempio di ciò che sono state le politiche di demografia. 

In accordo con i dati del tasso di fecondità totale (tab. 1), dagli anni Settanta la pianificazione familiare coercitiva iniziò ad attenuarsi e questa è la prova che il caso di Porto Rico è in perfetta sintonia con il quadro delle relazioni internazionali sul tema del controllo demografico. Infatti, nel 1974, alla Conferenza internazionale sulla popolazione di Bucarest, venne sancita per la prima volta la politica di popolazione, un concetto complesso che si spinge molto più avanti rispetto alle mere politiche demografiche. Per politica di popolazione si intende l’insieme di interventi pubblici che prendono in considerazione il contesto sociale, economico, politico nel quale inserire obiettivi di natura demografica e non solo. Dunque, in nome delle politiche di popolazione, dagli anni Settanta-Ottanta le politiche demografiche persero sostanzialmente interesse per la comunità internazionale e, per tale ragione, vennero attuate sempre meno. 

 

Guardando ai dati di oggi, possiamo concludere senz’altro che Porto Rico abbia portato a termine la propria transizione demografica, al contrario di Haiti, Giamaica e Repubblica Domenicana.  Un dato rilevante è l’andamento del tasso di fecondità totale, che dal 2000 è al di sotto del livello di sostituzione (tab. 1). Tale risultato, in perfetto allineamento con i TFT dei paesi sviluppati, è stato raggiunto senz’altro attraverso il processo di sterilizzazione che, pur avendo apportato problematiche non indifferenti a livello sociale, da un punto di vista meramente demografico è riuscito nel suo obiettivo quantitativo di contenimento demografico. La transizione demografica si è dunque svolta rapidamente, confermandoci il modello di transizione dei paesi in via di sviluppo. In soli cinquant’anni si è passato da un TFT del 4,97 all’1,51, seguendo un andamento costantemente decrescente con picchi di riduzione negli anni Sessanta–Settanta (tab. 1), quindi in perfetta sintonia con gli altri programmi di pianificazione familiare che si stavano svolgendo nel resto del mondo. Inoltre, il TFT di Porto Rico toglie dell’eccezionalismo al caso stesso, in quando manifesta un andamento piuttosto omogeneo con le politiche demografiche contemporanee negli anni Sessanta a livello globale. Il calo drastico del TFT si ha infatti negli anni Settanta, coincidendo con l’inizio delle politiche demografiche nel resto del mondo (ad esempio il caso di India e Cina). 

La piramide demografica di Porto Rico (grafico 1) fornisce indicazioni piuttosto precise per analizzare in profondità la situazione demografica attuale. La speranza di vita in Porto Rico è di circa ottanta anni, dunque alla pari di un paese sviluppato, mentre il resto dei Caraibi presenta numeri notevolmente inferiori al riguardo. Il fenomeno dell’invecchiamento si sta verificando dunque anche nella piramide portoricana, confermando di essere un paese che ha portato a termine la propria transizione demografica. L’invecchiamento demografico infatti è dato da una speranza di vita elevata e il TFT sotto la soglia di rimpiazzo, comportando come negli altri paesi sviluppati la diminuzione della popolazione attiva e così un aumento dell’indice di dipendenza. 

Un altro dato che risulta utile per comprendere la realtà attuale di Porto Rico è l’indice di dipendenza totale che risulta pari al 49,6%1. Mostrando un valore al di sotto del 50%, pur essendo un caso limite, questo significa che il paese comunque non manifesta un disordine generazionale.  

Per completare la panoramica demografica di Porto Rico e delle conseguenze della sterilizzazione, è utile riportare la percentuale di giovani (15–24 anni) che è pari al 13,71%. Questo elemento indica che il fenomeno dello youth bulge appare lontano dalla realtà portoricana e non è da escludere che in questo la politica di pianificazione familiare abbia avuto un ruolo di primo piano 

 

Grafico: Piramide demografica di Porto Rico, 2019.

 

Ci si interroga, dunque, se la pianificazione familiare abbia contribuito, se non addirittura permesso, il processo di transizione demografica e se dunque realmente gli Stati Uniti, attraverso tale politica, abbiano contribuito al processo di sviluppo del Porto Rico. 

Come ogni politica demografica, vi è chi ha ottenuto un guadagno, osando concludere che la popolazione del Porto Rico abbia in parte giovato di questa politica perché ha permesso un miglioramento delle condizioni di vita in quanto ha contenuto la dimensione della popolazione. Sicuramente vi è anche chi è stato sacrificato in nome di meri obiettivi demografici, tra cui donne e bambini, ma il loro prezzo demografico è stato apparentemente considerato accettabile, non solo da parte degli Stati Uniti. 

 

BIBLIOGRAFIA 

 

Briggs L., Reproducing Empire: Race, Sex, Science and U.S. Imperialism in Puerto Rico, Berkley, University of California Press, 2003. 

 

Calandra B., “Impero seduttore”. Il soft power nelle relazioni Stati Uniti-America Latina, numero monografico di Ácoma, Rivista Internazionale di Studi Nordamericani, nuova serie, n. 8, Anno XXII, Primavera-Estate 2015  

 

Castro, J., Guerra en el vientre, Centro de Estudios Bicentenario, 2017. 

 

SITOGRAFIA 

www.indexmundi.com 

www.worldometers.info  

COMMENTI

WORDPRESS: 0
DISQUS: 1

VOL 3 (2019) CALL FOR SUBMISSIONS!

FIND MORE HERE