Di riparazioni, schiavitù e razza negli Stati Uniti

Nel 2014, Ta-Nehisi Coates pubblica il saggio The Case for Reparations sull’Atlantic. Sembra un azzardo improbabile: un lunghissimo articolo che sostiene la tesi che donne e uomini afroamericani dovrebbero ottenere una compensazione (finanziaria, ma non solo) per la violenza subita in schiavitù. La proposta è senza dubbio controversa e problematica, ma è anche argomentata con efficacia e perizia. Coates allarga il discorso, non parla solo del periodo precedente alla liberazione del 1865, anzi si sofferma in gran parte del saggio su come dopo la Guerra Civile la discriminazione è continuata con altri mezzi: legislazione Jim Crow, linciaggi, discriminazioni in politiche federali, incarcerazione di massa. L’articolo introduce un concetto fondamentale per comprendere l’influenza della razza negli Stati Uniti, quello a cui ora si fa riferimento con l’etichetta di institutional (o systemicracism. Il razzismo istituzionale non è un fatto episodico, casuale. Non è l’insulto per strada, o la violenza del gruppo di bianchi sull’uomo o la donna di colore. È il pregiudizio che si fa sistema, permea le leggi, e distorce la società generazione dopo generazione. I figli ereditano dai genitori non solo il colore della pelle, ma anche la condizione di deprivazione e povertà.

Ta-Nehisi Coates, giornalista e scrittore.

L’articolo evita saggiamente gli aspetti pratici della questione (a chi dare queste compensazioni? In che forma? Dove prendere i soldi? Domande a cui, ancora oggi, è arduo dare una risposta) e anche grazie a questo Coates ottiene il risultato sperato: la proposta è abbondantemente discussa nei circoli liberal intellettuali del paese, e se ne inizia a parlare su alcuni media nazionali. La domanda sul tema delle riparazioni arriva persino a Hillary Clinton e Bernie Sanders, che in quel momento sono già impegnati in una lotta senza quartiere per la nomina presidenziale Democratica. Ma proprio la loro risposta sembra chiudere il discorso. Entrambi svicolano, liquidano la questione con sufficienza, dicendo che è divisiva e impraticabile. Coates (che nel frattempo grazie a questo saggio ha aumentato di molto il suo status di intellettuale afroamericano di riferimento a livello nazionale) continua defilato la sua battaglia. Fa suo l’H.R. 40, un disegno di legge pensato dal Democratico afroamericano John Conyers, il cui obiettivo è di istituire una commissione in Congresso che studi la fattibilità di un piano di riparazioni per afroamericani, e inizia a fare lobbying tra i membri di Senato e Camera dei Rappresentanti. Ma il tema sembra sfumare all’orizzonte. 

Not quite. A febbraio 2019 Elizabeth Warren si dichiara apertamente a favore dell’HR40. A ruota, moltialtri candidati si esprimono sul tema. Il diverso atteggiamento dei candidati democratici è una buona cartina tornasole di quanto a sinistra si sia spostato il dibattito pubblico nel mondo progressista e di sinistra americano negli ultimi anni. Ma certo non bisogna esagerare: il disegno di legge sostenuto da Coates non mira a dare le riparazioni, ma semplicemente a studiarne la realizzabilità. E gli opinion polls confermano che il tema rimane uno dei più controversi in assoluto, con un grado di approvazione piuttosto basso (anche tra gli elettori democratici).

Nikole Hannah-Jones, curatrice del 1619 Project per il New York Times Magazine.

Ma ben più interessante è vedere come sia esploso l’interesse intorno ad alcuni temi toccati da Coates nel 2014. Ad agosto il New York Times ha pubblicato The 1619 Project, una ambiziosa serie di articoli a cavallo tra giornalismo e storiografia in occasione del quattrocentesimo anniversario dell’inizio della schiavitù negli Stati Uniti. L’obiettivo del progetto è dimostrare come ogni aspetto della società americana sia in qualche modo legato al passato schiavista del paese. O meglio, non legato — fondato. Si parla di produzione dello zucchero, sistema educativo, redlining (il criterio di assegnazione di assistenza federale su base geografica che ha enormemente contribuito a perpetuare discriminazioni razziali dagli anni ’30 in avanti), black music, incarcerazione e violenza e molto altro.

Il New York Times alza l’asticella, e suggerisce che il 1619, l’anno dell’arrivo in Virginia della prima barca di persone di colore destinate ad essere vendute come schiavi, dovrebbe rimpiazzare il 1776 come la vera data di fondazione del paese (proposta che ha fatto letteralmente dare di matto a molti Repubblicani, come era prevedibile). La serie del Times è innovativa sotto tantissimi punti di vista, per format, approccio e contenuti. Guardandola con l’occhio dello storico, è davvero significativo che sia stata elaborata e attuata una riuscita operazione di public history, che ha permesso di allargare a un pubblico mainstream un dibattito scientifico che spesso è limitato alle aule universitarie. O ancora meglio, di come il dibattito storiografico scientifico – fatto con i dovuti crismi e supportato da un giornalismo colto e consapevole – possa diventare il faro guida del dibattito pubblico sull’identità di una nazione.

A guardarsi indietro, ha quindi più senso vedere il dibattito sulle riparazioni come una tessera di un mosaico assai più ampio, un mosaico che vede la discussione sull’institutional racism farsi sempre più strada nel dibattito pubblico statunitense. Forse ci siamo messi alle spalle le invocazioni alla ‘responsabilità individuale’ degli anni Novanta, quando sembrava ragionevole credere che i colpevoli della perdurante condizione di inferiorità degli afroamericani fossero i padri e le madri di famiglia che non erano sufficientemente severi coi propri figli, o che i criminali afroamericani fossero ‘superpredators’ con qualche predisposizione a infrangere la legge ‘naturalmente’ insita nel colore della pigmentazione della loro pelle.

Forse. Poi guardi chi è Presidente, e qualche dubbio in più ti viene.

 

 

 

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