Black Nationalism. Lezione di Elisabetta Vezzosi. Relazione di Giovanni Frezzetti e Bruno Walter Renato Toscano

Il termine black nationalism è stato utilizzato nella storia statunitense in riferimento a quel corpus di idee, attivismo politico e azioni che – secondo Bracey, Meier e Rudwick – “vanno dalle semplici espressioni di etnocentrismo e solidarietà razziale alle […] sofisticate ideologie del Pan-Negroism o del Pan-Africanismo (Bracey, Meier, Rudwick, 1970: xxvi). 

In questo senso, la storia del nazionalismo nero si presenta come eterogenea, con punti di continuità e discontinuità tra XIX e XX secolo. Tra i due estremi, ovvero etnocentrismo da una parte e pan africanismo dall’altra, varie correnti attraversano il nazionalismo nero. Tra queste, una delle correnti più forti è sicuramente il nazionalismo culturale, basato sull’idea che vi siano elementi culturali comuni tra afroamericani, gli africani e i figli della diaspora africana. In più, i nazionalisti culturali sono dell’avviso che la cultura afro-americana sia per se stessa superiore a quella propria della civilizzazione occidentale, e questo sia da un punto di vista morale, sia da un punto spirituale. Tra le altre correnti, vi è quella nel “nazionalismo economico nero”, il quale fa riferimento sia a quegli attivisti afroamericani definiti bourgeois nationalist che sostenevano il controllo di segmenti del mercato da parte della comunità nera, sia ai nazionalisti socialisti neri che guardavano al comunitarismo preindustriale come l’unica economia possibile per le comunità nere escluse dal mercato statunitense. 

La storia del black nationalism si presenta, quindi, complessa e rappresentata da molteplici sfaccettature che non sempre coincidono con l’idea che il fine ultimo degli afroamericani sia quello di dare vita alla sovranità nazionale e all’autogoverno. Il nazionalismo nero, da questo punto di vista, può essere visto come una collezione di teorie e pratiche politiche che rispondono alla effettiva marginalizzazione della minoranza nera negli Stati Uniti, e che sono profondamente ancorate al contesto storico. Più in generale, come è possibile vedere dall’attivismo nero degli inizi del Novecento, esso converge su un punto fondamentale: l’eliminazione del vittimismo parte della narrazione sulla storia afroamericana insistendo sulla agency dei neri in qualità di soggetti attivi nel cambiamento radicale dello stato della propria comunità. 

Cosa più importante, secondo Bracey, Meier e Rudwick, il nazionalismo nero non può essere considerato come un pensiero separato rispetto a posizioni di tipo integrazionista: il confine tra nazionalismo e integrazionismo è labile, e l’accettazione di uno o di un altro elemento facente parte delle due diverse risposte non significa la mutua esclusione di altri elementi tipicamente integrazionisti. Piuttosto, il rapporto tra integrazionismo e nazionalismo altri non è che un continuo rapporto dialettico tra due identità contrapposte ed inscindibili di una comunità che vive il dramma di una duplice identità alienata, definita da William Du Bois “doppia coscienza”, e dalle cui contraddizioni sono nate risposte diverse a situazioni storiche in continuo svolgimento.  Secondo i tre autori, il nazionalismo nero e l’integrazionismo sono diverse risposte a diverse tensioni poste dalla società di riferimento in un determinato periodo storico, il cui trend dipende da quanto esse riescano a rispondere alle esigenze della comunità nera. Più in generale:  

 

Il sentimento nazionalista, sebbene passi attraverso l’esperienza dell’afroamericano inAmerica, tende ad essere più marcato quando lo status del nero subisce un declino, o quando [gli afroamericani] fanno esperienza di un intenso sentimento di disillusione a seguito di un periodo di acute ma irrealizzate aspettative (Bracey, Meier, Rudwick: xxvi). 

 

Di conseguenza, il rapporto dialettico integrazionismo-nazionalismo può essere rappresentato graficamente come una coppia di curve i cui picchi dipendono da due sentimenti contrapposti: speranza da una parte, disillusione dall’altra. Questi due sentimenti però non si escludono a vicenda, piuttosto si influenzano, condividendo lo stesso momento storico, prevalendo l’uno sull’altro soltanto in casi specifici. Quando infatti la disillusione aumenta in seguito alla scarsità di risultati dell’integrazionismo, il carattere utopico del nazionalismo nero decade, e la maggioranza della comunità nera – e i suoi sostenitori – iniziano a ritrovarsi nel suo pragmatismo radicale. In altre parole, quando l’integrazionismo risulta essere una romantica utopia, il sogno di una situazione impossibile da realizzare nella realtà statunitense, le soluzioni proposte dalle varie anime del black nationalism – separatismo, gestione comunitaria di una economia basata sulla etnicità, rivoluzione violenta, rifiuto nei confronti del riformismo – diventano all’improvviso credibili.  

 

Alle origini  

Gli afroamericani hanno sempre fatto esperienza di un senso di alienazione, di separazione dalla società americana, e durante la Rivoluzione americana questo senso di differenziazione diede vita alle black church battiste. Questo senso di alienazione diede vita, fin dalla seconda metà del Settecento come dimostrato, per esempio, dalla Free African Society di Newport del 1789 all’idea che fosse necessario per i neri americani tornare in Africa. Ma fino ad allora, il nazionalismo nero era semplicemente la condivisione del sentimento di subalternità non ancora tramutato in una manifestazione di separatismo vero e proprio. Le prime istanze nazionaliste nere politicamente rilevanti vengono fatte risalire alla fine degli anni Venti dell’Ottocento, con l’Appeal To the Coloured Citizens of the World dell’abolizionista David Walker, il quale sosteneva come lo schiavo dovesse necessariamente liberarsi da solo, rompendo le “catene infernali” e rivendicandone, quindi, una agency che guardava alla fine della schiavitù esclusivamente come una responsabilità dei neri. 

È negli anni Quaranta dell’Ottocento che le posizioni politiche degli intellettuali di punta della minoranza nera convergono in una direzione più nazionalista, e questo per una serie di fattori, tra cui il fallimento del movimento antischiavista per liberare gli schiavi e l’evidente razzismo dimostrato da alcuni bianchi che facevano parte del movimento abolizionista. In questo senso, gli afroamericani capirono che, come sostenuto da Walker, fosse necessario insistere sulla agency nera per la fine della schiavitù, criticando sempre più le ingerenze degli abolizionisti bianchi. Vi era quindi la sensazione che, come sostenuto dal nazionalista afroamericano Martin Delany nel 1843, gli americani rappresentassero una “nazione dentro la nazione”. A quel punto, a partire dagli anni Cinquanta dell’Ottocento, queste istanze iniziano a prendere la forma della Black Colonization, ovvero il ritorno della minoranza nera in Africa o in altre zone a maggioranza nera (Caraibi, Haiti, etc.) 

La Guerra civile e la ricostruzione produsse un cambiamento nelle posizioni degli intellettuali neri: il proclama di emancipazione e gli emendamenti costituzionali in parte attenuarono le istanze nazionaliste della Black Colonization, ma rimase comunque in auge il sentimento condiviso dalla comunità nera che guardava a sé stessa come separata dal resto della società americana. Influirono soprattutto le leggi Jim Crow vigenti a sud della black belt, le quali avevano reso legale la segregazione razziale. Secondo ricostruzioni di alcuni storici del pensiero afroamericano, come Bracey, Meier e Rudwick, dagli anni Ottanta dell’Ottocento fino agli anni Venti del Novecento, il nazionalismo venne integrato all’interno delle posizioni di molti intellettuali di spicco della comunità nera. Soprattutto alcune tematiche vicine al nazionalismo culturale, ad esempio, iniziarono ad esser utilizzate dai primi movimenti panafricanisti guidati da Du Bois, a capo del Niagara Movement e, dal 1909, membro della NAACP. 

 

Nel Novecento 

Si assistette, quindi, al sovrapporsi di diverse istanze vicine sia al nazionalismo nero, tanto quanto all’integrazionismo, e questo grazie anche alla figura del jamaicano Marcus Garvey. Il movimento di Garvey, la Universal Negro Improvement Association and African Communities League (UNIA) ottenne un notevole successo dopo la red summer del 1919, quando le rivolte nere si espanderono fino ad altre 19 città americane. Ne primi anni Trenta, anche Du Bois sembrò avvicinarsi – almeno sulla questione dell’autodeterminazione – a Garvey: in un articolo su “The Crisis” sostenne la necessità, per i neri, di affermare la volontà dei neri al livello comunitario. 

Ciò che determinò una maggiore presa del nazionalismo nero sulla comunità nera fu la costruzione di legami tra le organizzazioni afroamericani con i movimenti anticoloniali africani, inspessitisi a cavallo tra le due guerre per mezzo del movimento panafricano. In realtà, a partire dalla Seconda guerra mondiale, le cose cambiarono. Il versante integrazionista divenne preminente durante la lotta per i diritti civili, grazie alle predicazioni e l’impegno politico del Rev. Martin Luther King, Jr. A partire dagli anni Cinquanta, dopo il boicottaggio degli autobus di Montgomery, si favorì la costruzione di un fronte politicamente attivo tra gli studenti bianchi e afroamericani, ma anche tra gli intellettuali neri integrazionisti e il fronte liberal progressista del Partito Democratico americano. Almeno fino alla prima metà degli anni Sessanta del Novecento, l’integrazionismo sembrò rappresentare la risposta ai problemi della minoranza nera negli Stati Uniti, galvanizzando del tutto l’attenzione dei media mainstream americani e di tutto il mondo.  

La rivolta di Watts nel 1965 segnò la fine del movimento non violento, radicalizzando sempre più la protesta. Dal 1966 si sviluppò un ampio spettro di ideologie e organizzazioni nazionaliste nere, che riecheggiarono il fermento degli anni Venti del Novecento. Il nazionalismo culturale fiorì grazie a piccole riviste come il Black Dialogue e il Journal of Black Poetry, e grazie a pubblicazioni nere di distribuzione di massa come Negro Digest e Ebony. In questo periodo la poesia nera, l’arte e la letteratura godettero così di una rinascita paragonabile a quella degli anni Venti. Si assistette, contemporaneamente, alla costruzione di una Black Aestethics al centro del nazionalismo culturale seguito da molte organizzazioni afroamericane, identificabile con l’adozione di nomi e abiti vicini alla cultura africana. 

Unintensificazione del nazionalismo religioso è evidente in opere teologiche come il Message to the Blackman di Elijah Muhammad (1965) e The Black Messiah del Reverendo Albert Cleage (1969). Cleage, ad esempio, cambiò il nome della sua chiesa a Detroit in Santuario della Madonna nera, ciò è evidenziato all’interno dell’edificio da un ritratto a parete della Madonna e del bambino nero in piena linea con la tradizione degli ortodossi africani. 

La radicalizzazione coincise con lo spostamento del centro delle lotte afroamericane dal Sud al Nord ed alla California. Raggiunta la pienezza dei diritti civili e politici, la questione principale divenne la povertà. Infatti, nonostante le riforme della Great Society, gli afroamericani non godettero degli stessi aumenti salariali dei bianchi. Fu in questo contesto sociale che il Black Power iniziò a raccogliere sempre più consensi.  

Molteplici erano le differenze tra questo nuovo movimento ed il movimento di King: da un lato, per il reverendo il sogno degli afroamericani, da lui evocato nel celebre discorso I Have a Dream, era profondamente radicato nel sogno americano e prevedeva l’integrazione tra bianchi e neri; dall’altro, il Black Power professava la separazione tra le due razze in quanto rigettavano le tradizioni della società americana. L’obiettivo del Black Power consisteva nell’esaltare la cultura di origine di molti afroamericani a scapito di quella americana, la quale cominciava a mostrare tutte le sue contraddizioni. 

All’interno di questo contesto prese vigore la Nation of Islam (NOI), un’associazione in cui entrarono a far parte molti afroamericani convertitisi all’Islam. Fondata negli anni Trenta, subì una forte espansione all’inizio dei Sessanta grazie alla guida di Malcolm X, raggiungendo una dimensione di massa con ben 250 mila aderenti. Il membro più noto fu il pugile Cassius Clay, che assunse il nome di Muhammad Ali. La guida di Malcolm X radicalizzò politicamente l’associazione, che propose l’indipendenza degli afroamericani sulla scia dell’indipendenza raggiunta da molti Stati africani in quel periodo. 

Nel 1964 Malcolm X, divenuto ospite indesiderato della NOI, venne allontanato dal movimento. Una volta espulso, iniziò a maturare un ripensamento sulla sua posizione politica, avvicinandosi al movimento non violento di King. L’anno dopo, nel 1965, venne ucciso, probabilmente da alcuni sicari inviati dal nuovo leader della NOI. 

Nel 1966 anche il Black Power assunse una connotazione fortemente politica con la nascita del Black Panther Party ad Oakland, California. Nella sua prima fase, questa nuova formazione si propose come argine alla brutalità della polizia nei confronti degli afroamericani. Successivamente, il programma si radicalizzò: veniva richiesto il pieno impiego, l’esenzione dal servizio militare e la scarcerazione degli afroamericani ritenuti “prigionieri politici”. 

Nel maggio del 1967 una manciata di militanti armati occupò l’assemblea legislativa dello Stato della California. L’iniziativa fu ideata contro un disegno di legge che vietava di portare armi cariche in luoghi pubblici, iniziativa rivolta principalmente contro le ronde delle pantere nere. Nonostante l’eclatante gesto portò le pantere alla ribalta nazionale, il partito rimase sempre una minoranza all’interno della società afroamericana, contando appena 5 mila membri. 

Intanto in questi anni, King iniziò a comprendere che la discriminazione economica nel Nord del paese stava lasciando sempre più afroamericani in condizioni di povertà. Così, nel 1966 spostò la sede della SCLC a Chicago, dove fondò il Chicago Freedom Movement. Il modo di manifestare fu lo stesso adoperato al Sud: marce e proteste pacifiche. Nonostante i risultati ottenuti, come il finanziamento di 4 milioni di dollari per promuovere la riqualificazione urbana di alcune zone abitate da afroamericani, il movimento non raggiunse mai le dimensioni di massa che aveva acquisito nel Sud, impedendo l’innescarsi di quell’eco nazionale che nel Sud aveva portato enorme solidarietà al movimento. Deluso, King lasciò, dopo solo un anno, nel 1967 la direzione delle operazioni. 

Nel 1967 scoppiò la rivolta più sanguinosa di quegli anni, quella di Detroit. Avvenuta tra il 22 e il 27 luglio, l’evento che la scatenò fu un raid della polizia in un bar notturno che provocò l’ira dei clienti afroamericani. L’insoddisfazione economica dei residenti afroamericani aggravò ulteriormente la rivolta. Il governatore dello Stato del Michigan inviò la guardia nazionale, ed il Presidente Johnson mandò anch’egli dei soldati per sedare la rivolta. Vi furono ben 43 morti e centinaia di feriti, e ben 7 mila arresti. L’evento ebbe una risonanza mediatica globale grazie ai giornali ed alle emittenti televisive.   

Se queste furono le reazioni degli afroamericani al malcontento sociale ed economico negli anni Sessanta, negli stessi anni l’amministrazione Johnson tentò di porre rimedio al continuo declino dell’immagine degli Usa attraverso la diplomazia culturale. Attraverso l’USIA e la VOA, Johnson tentò di mostrare al mondo che il problema della segregazione razziale era in via di risoluzione. Nonostante le due riforme promosse dal Presidente, il Civil Rights e il Voting rights, nel 1965 il mondo continuava a guardare con diffidenza i progressi sull’integrazione razziale negli Stati Uniti. Nonostante gli sforzi dell’USIA nel 1964 di creare un programma televisivo in cui alcuni leader afroamericani spiegassero la riforma del Civil Rights Act, un sondaggio condotto in Gran Bretagna rivelava che il 53% degli intervistati riteneva che gli afroamericani vivessero ancora in sofferenza; anche se il 60% si dichiarò soddisfatto delle iniziative condotte dall’amministrazione Johnson . 

Per riscuotere maggiore consenso intorno alle riforme, Johnson implementò la cosiddetta Jazz Diplomacy, inviando in giro per il mondo, in particolare in Africa ed in Europa Orientale, gruppi ed artisti jazz afroamericani. Ci si rese conto che il jazz era un’arma potentissima contro la cattiva reputazione che gli Stati Uniti avevano sulla questione razziale. Negli stessi anni, l’USIA continuò a produrre numerosi documentari sul tema dei diritti civili. 

Contro questa iniziativa vi fu la protesta di molti leader afroamericani. In particolare, i giornali afroamericani criticarono duramente l’amministrazione in quanto attraverso la Jazz Diplomacy ed i documentari dell’USIA la società e la cultura nera venivano rappresentati in modo stereotipato. Per questa ragione, durante gli anni Sassanta, alcuni leader afroamericani iniziarono a viaggiare in giro per il mondo, facendosi ambasciatori della loro cultura, sottraendola alla rappresentazione distorta che ne faceva l’USIA.  

Le Black Panthers emersero come la principale organizzazione nazionalista tra la gioventù nera. Nel 1969, le Black Panthers non enfatizzavano il loro nazionalismo e lavorarono a stretto contatto con i gruppi di sinistra bianchi come lo Students for a Democratic Society (SDS) e il Partito Comunista Statunitense (CPUSA). 

La solidarietà razziale o la coscienza nera pervase tutti gli strati degli afroamericani. Vennero organizzati nuovi black caucus da parte di insegnanti, assistenti sociali, sacerdoti, avvocati, studiosi e atleti. I neri divennero molto più visibili nella politica, nell’industria privata e nei mass media. Nel movimento sindacale, i caucus neri iniziarono a guadagnare più rappresentanza nelle posizioni di comando. In termini di ideologia, la maggior parte delle caratteristiche del nazionalismo nero degli anni Sessanta ricoprirono diversi settori: nazionalismo culturale, separatismo territoriale, emigrazionismo, nazionalismo religioso, nazionalismo economico e nazionalismo rivoluzionario. 

Inoltre, vi fu la condivisione di ideologie delle nazioni africane indipendenti; la tendenza di alcuni neri a rifiutare completamente la legittimità dei valori e delle istituzioni americane e la diffusa volontà di esercitare l’autodifesa e le rappresaglie armate. 

 

Conclusioni  

Il nazionalismo nero negli Stati Uniti deve essere visto come un esempio delle tendenze nazionalistiche caratteristiche delle minoranze etniche negli Stati-nazione moderni. La sua storia ha parallelo con le ideologie degli ebrei europei e dei gruppi che sono emigrati negli Stati Uniti dall’Europa, dall’America latina e dall’Asia. L’esperienza degli uomini neri è, ovviamente, non identica a quella degli altri gruppi minoritari e le minoranze razziali americane, i neri e gli indiani d’America hanno sofferto un’oppressione e discriminazione molto più dura.  

L’integrazione e l’assimilazione del nazionalismo sono state più forti tra le classi nere medio-alte, mentre le tendenze separatiste sono state probabilmente più forti tra le classi inferiori, i cui membri erano maggiormente alienati dalla società. Negli anni Sessanta, con la combinazione di successi e insuccessi del movimento per i diritti civili, alcuni giovani neri della classe media si rivolsero sempre più a una retorica nazionalista nel tentativo di ottenere ampio sostegno per i loro obiettivi e di massimizzare i guadagni delle loro ribellioni estive che vi furono ogni anno. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, ci fu un movimento nazionalista nero in piena regola con una leadership nazionalista e un’ideologia nazionalista che è accettata e apertamente sposata da tutti gli strati della popolazione nera.  

L’ascesa ed il declino del nazionalismo nero fu strettamente collegato al miglioramento delle condizioni di vita degli afroamericani o dalla sola percezione di un cambiamento. 

 

 

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