#DemDebates, cosa abbiamo visto e cosa dobbiamo aspettarci da queste primarie Democratiche verso le elezioni statunitensi del 2020

Tutti li aspettavano. La NBC ne ha parlato come delle “due notti che cambieranno il corso della storia”. Sono stati trasmessi anche in spagnolo su Telemundo. Sono i #DemDebates, le prime due serate di dibattito dei candidati del partito Democratico statunitense. Dieci podi allestiti a Miami hanno ospitato il primo confronto diretto tra i venti aspiranti sfidanti di Donald Trump, presidente in carica e candidato del partito Repubblicano.

Dopo due settimane possiamo chiederci: cosa ricorderemo di queste due serate? Innanzitutto l’atmosfera di duello nel Far West, lo sguardo di Kamala Harris a Joe Biden, il busing, il saggio di spagnolo di tre candidati, il silenzio dei favoriti e la voglia di emergere degli underdog.

A preoccupare ora sono i sondaggi: le ultime rilevazioni vedono Donald Trump ai massimi storici di gradimento, con un consenso pari al 44%, ben diverso da quello di inizio giugno in cui Joe Biden superava The Donald di ben 12 punti. Il maggiore  problema dei Democratici è che non è ancora emerso un candidato rappresentativo dell’elettorato, che incarni in sé tutte le caratteristiche che ci si aspetterebbero da un candidato presidente. Il panorama Dem è affollatissimo, tanto da aver indotto il partito a istituire delle soglie di sbarramento in accesso al dibattito, facendo scendere il numero dei candidati da ventiquattro a venti. Requisito fondamentale era raggiungere il 1% nei sondaggi ufficiali oppure in uno dei quattro caucuses principali (Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina).

In alternativa, era necessario aver ricevuto donazioni da almeno sessantacinquemila donatori, di cui almeno duecento donatori unici in ogni Stato in almeno venti Stati. I venti qualificati si sono fronteggiati in due serate, il 26 e il 27 giugno.

La prima serata, mercoledì 26, è risultata essere per sorteggio riservata ai nove candidati “minori” più Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts annoverata tra i papabili vincitori di queste primarie Dem. Ma a rubarle la scena è stato Julian Castro, ex sindaco di San Antonio e Secretary of House and Urban Development durante l’amministrazione Obama, rimasto più o meno nell’ombra fino a mercoledì sera. Uno dei tre a parlare spagnolo, strategia per conquistare l’elettorato ispanico, ha affrontato di petto la questione dell’immigrazione e ha dichiarato che tra i temi che non intende trascurare ci sono i rapporti con la Cina e la questione climatica. Chi invece non si è praticamente fatto sentire, se non unendosi anche lui al tentativo di conquistare l’elettorato con la padronanza dello spagnolo è stato Beto O’Rourke. Spesso interrotto dai suoi sfidanti, senza quell’energia e quell’accoramento che ha reso iconiche le sue camicie sudate durante i rally per il midterm del 2018, O’Rourke è passato praticamente inosservato. Degna di nota anche l’affermazione della senatrice Amy Klobuchar, del Minnesota, secondo cui Trump farebbe politica estera “twittando in accappatoio alle cinque del mattino”.

La seconda serata, giovedì 27, ha avuto una sola, vera, grande stella: Kamala Harris, senatrice cinquantaquattrenne della California di origini indo-giamaicane. Doveva essere il palco di Joe Biden, il front runner dei Democratici ed ex vicepresidente di Barack Obama. Invece Harris ha affrontato direttamente Biden sulla questione razziale, senza aspettare che fossero i moderatori del dibattito a mettere in luce il problema. “There was a little girl in California who was part of the second class to integrate her public schools and she was bused to school everyday, and that little girl was me”. La frase pronunciata da Kamala Harris è diventata virale, tanto da divenire un motto per le T-shirt vendute per sostenere la sua campagna elettorale. L’oggetto di scontro è stato il busing, la pratica municipale contro la segregazione razziale che istituiva degli autobus speciali per integrare le scuole.

Kamala Harris faceva parte del secondo gruppo di studenti inseriti in una scuola a maggioranza bianca grazie a questo programma, attivato oltre vent’anni dopo la sentenza Brown v. Board of Education, che dichiarava illegale il segregazionismo scolastico. Negli anni Settanta Joe Biden era senatore del Delaware e contrario a questa legge. Dopo l’attacco frontale di Harris, Biden si è difeso dicendo che non appoggiava il segregazionismo scolastico, ma che non era favorevole a quella legge in particolare dal punto di vista burocratico. Debole difesa, in linea con il resto dei suoi interventi che non sono risultati rivelatori come ci si poteva aspettare dal favorito tra i Democratici.

È pur vero che il fuoco non è stato aperto solo da Kamala Harris, ma c’è stata una sorta di “tutti contro Joe” per cercare di guadagnare quell’attenzione necessaria per arrivare alla seconda fase del dibattito. Attenzione che non si è guadagnato Bernie Sanders, passato quasi inosservato in un’arena dominata dai giovani. A giocare contro di lui, oltre il fattore età, c’è stato l’estremismo dei suoi temi, non graditi a tutti, suonati come già sentiti nelle elezioni del 2016. Un’altra figura emersa (quasi) a sorpresa è stato Pete Buttigieg, sindaco trentasettenne di South Bend, Indiana. Il suo budget della campagna ammonta a quasi venticinque milioni di dollari, il massimo raggiunto tra i Democrats in lizza per il 2020. Se dovesse vincere le primarie ed essere eletto presidente, sarebbe il primo omosessuale dichiarato a sedere alla Casa Bianca. Insieme a Kamala Harris ha detenuto il record di interazioni su Twitter post dibattito, 278,4 mila per Harris e 214,5 mila per Buttigieg.

Axios ha pubblicato un interessante schema in cui sintetizza quali sono stati i temi principali dei dibattiti: al primo posto l’ambiente e il cambiamento climatico, seguito dalla Cina e dalle tensioni con l’Iran (e quindi il controllo nucleare). Anche i diritti delle minoranze e della comunità LGBTQ+ sono stati portati sulla scena nazionale, insieme al problema del controllo delle armi da fuoco (presentato da Cory Booker, senatore del New Jersey che con questa mossa ha risvegliato l’interesse nei suoi confronti).

I prossimi incontri, trasmessi questa volta dalla CNN, saranno a Detroit il 30 e 31 luglio, prima dei quali si assottiglierà ulteriormente il numero di aspiranti candidati presenti. La battaglia è aperta, si guarda ai sondaggi con Il Buono, il Brutto e il Cattivo di sottofondo e si preparano mosse a sorpresa: tutto per superare la soglia di sbarramento e salire sul palco del dibattito.

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