A magnificent desolation: eredità e memoria dello sbarco sulla Luna

«Magnificent desolation». Può apparire strano oggi, durante il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla Luna (20 luglio 1969), che Buzz Aldrin descrivesse così la propria impressione della vista del suolo lunare. Viene, dunque, da domandarsi: che cosa rimane, oggi, dello sbarco sulla Luna? Anzi, meglio ancora: che cosa non rimane?

A lungo si è ritenuto che la causa principale della corsa allo spazio e verso l’allunaggio fosse la Guerra Fredda. I successi sovietici del 1957 con i lanci dello Sputnik 1 dello Sputnik 2 – il secondo dei quali portò la cagnolina Laika in orbita -, spinsero il Congresso americano ad approvare nel 1958 il National Aerounatics and Space Act, con il quale venne istituita la National Aerounatics and Space Administration (NASA). Gli alti costi dell’agenzia aerospaziale venivano motivati con i potenziali impieghi civili e militari che sarebbero derivati dallo sviluppo tecnologico.[1] Era, inoltre, una sfida al prestigio tra Stati Uniti e Unione Sovietica nel tentativo di conquistare, tramite il rafforzamento della propria immagine, l’opinione pubblica degli Stati esteri, tra cui il blocco dei Paesi non allineati.  Tuttavia, dalla desecretazione di alcuni documenti dell’epoca è emerso che non furono soltanto le esigenze della Guerra Fredda a muovere il Congresso: vi fu anche una componente non indifferente di idealismo che si intrecciava con un richiamo al Destino Manifesto e al mito della frontiera.[2] I due concetti, intrecciati tra loro, richiamano la convinzione che la Provvidenza abbia assegnato agli Stati Uniti il compito guidare il mondo verso un futuro nuovo e migliore: primo e più fulgido esempio fu l’espansione verso Ovest, in quei territori in cui la giovane nazione americana, affrontando in solitudine le avversità, portò la “civilizzazione”uscendone trionfante.[3] L’idealismo cui farò riferimento nell’articolo, che riguarda principalmente la retorica pubblica addotta a sostegno delle missioni spaziali, coniugava i due riferimenti al Destino Manifesto e al mito della frontiera nella visione degli Stati Uniti come faro del mondo in quanto creatori (o portatori, a seconda delle declinazioni) del progresso.

Da sinistra: Armstrong, Collins, Aldrin

Come nota Matthew Wilhelm Kappel nel suo recente volume Exploring the Next Frontier (New York, Routledge, 2016), tra gli anni Cinquanta e Settanta si assistette ad una evoluzione del mito della frontiera: da un lato la guerra del Vietnam poneva il dilemma delle conseguenze del proprio idealismo, poiché che si era chiamati a combattere anche in sua difesa, portando così ad interrogarsi sulla sua legittimità; dall’altro vi fu una rivisitazione del mito della frontiera che si allargò progressivamente dall’Ovest allo spazio in cui la colonizzazione era vista come una possibilità reale, nell’immaginario popolare e in parte di quello scientifico, di realizzare il mito del progresso che la concezione del Destino Manifesto portava con sé, sviluppando così una nuova geremiade spaziale.[4] Un esempio è il saggio scientifico del professore della Princeton University Gerard K. O’Neill The High Frontier: Human Colonies in Space, che proponeva alla NASA la creazione di colonie spaziali autosufficienti e dotate di gravità grazie ad un complesso meccanismo di rotazione il cui principio O’Neill aveva fornito nell’articolo The Colonization of the Space (1974). Il volume risale al periodo successivo alle missioni Apollo, il cui ultimo volo è del 1972, ma testimonia la persistenza dell’idea di poter colonizzare lo spazio, visto appunto come high frontier.

Nello spostamento della frontiera da un luogo fisico (l’Ovest) ad uno più indefinito (lo spazio) un momento fondamentale è rappresentato dal discorso di Kennedy alla Rice University (1962), attraverso il quale il presidente riuscì, grazie all’obiettivo dell’allunaggio alla fine del decennio, a rendere la frontiera spaziale parte del suo progetto politico: the New Frontier.[5] Nel suo discorso sono presenti quasi tutti gli elementi retorici elencati fino ad ora: il concetto di frontiera, simboleggiata da uno dei più importanti coloni di Plymouth, William Bradford, e la retorica secondo cui è nei momenti di difficoltà che emerge il carattere della Nazione; la fiducia nel progresso; l’impossibilità di sottrarsi al destino luminoso che i suoi contemporanei avrebbero dovuto perpetrare nello spazio.

 

This country was conquered by those who moved forward–and so will space.

William Bradford, speaking in 1630 of the founding of the Plymouth Bay Colony, said that all great and honorable actions are accompanied with great difficulties, and both must be enterprise and overcome with answerable courage. […]

Those who came before us made certain that this country rode the first waves of the industrial revolutions, the first waves of modern invention, and the first wave of nuclear power, and this generation does not intend to founder in the backwash of the coming age of space. We mean to be a part of it–we mean to lead it. For the eyes of the world now look into space, to the moon. […]

Our obligations to ourselves as well as others, all require us to make this effort, to solve these mysteries, to solve them for the good of all men, and to become the world’s leading space-faring nation.

 

Lo slogan «We choose to go to the Moon», quindi, non guidò soltanto gli sforzi per arrivare sulla Luna entro la fine del decennio, ma sovrappose la corsa allo spazio con quella alla Luna, la quale divenne la rinnovata espressione del mito della frontiera e, quindi, del Destino Manifesto.

L’ampia diffusione della passione per la fantascienza in quasi ogni settore del mercato – dal cinema ai fumetti, dai romanzi alla musica e al design – testimoniava che il discorso idealistico sull’esplorazione spaziale faceva presa sul pubblico americano. Ciononostante, questa retorica iniziò ad incrinarsi già tra la metà degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, portando ad un largo disinteresse, nel pubblico americano, per le missioni successive all’Apollo 11. Gli omicidi dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King e di Malcolm X, la deriva violenta di una parte dei movimenti degli anni Sessanta e l’acuirsi delle tensioni razziali negli stessi anni, così come l’inasprimento della guerra in Vietnam contribuirono infatti a mutare quel clima favorevole alla frontiera spaziale.[6] Un mutamento che raggiunse il proprio apice agli inizi degli anni Settanta: prima con la pubblicazione dei Pentagon Papers (1971) e i bombardamenti in Cambogia e Laos, poi con lo shock petrolifero del 1973 che pose fine al mito del benessere illimitato ed, infine, con il Watergate che portò alle dimissioni di Nixon nel 1974. Da non trascurare, inoltre, il contesto della Guerra Fredda: la Luna era stata conquistata e, ciò offriva la possibilità, concretizzata da Nixon, di spostare i fondi verso le missioni spaziali che, rispetto ai costi elevati delle missioni Apollo, avevano una utilità più immediata all’interno di una logica bipolare. [7]

In un certo senso, l’affermazione di Aldrin «magnificent desolation» ben descrive il disincanto riguardo la corsa allo spazio successivo all’Apollo 11.

I mutamenti della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta spiegano, però, solo parzialmente il calo d’interesse nel pubblico americano per l’esplorazione spaziale. Soprattutto, non credo chiariscano l’assenza di una memoria pubblica forte quanto quella dell’Apollo 11 per le missioni precedenti e le successive.

Nella narrazione che coinvolge e ha coinvolto l’Apollo 11, l’allunaggio è ritenuto e descritto come un «evento». L’evento è, solitamente, pensato come qualcosa di unico: un avvenimento che segna l’irruzione dell’irripetibile nella catena del tempo e che, come tale, non ha nessun antecedente con cui può essere confrontato. In tal senso, il solo modo di dare profondità storica all’evento è affidargli un senso teleologico, cioè una narrazione che lo carichi di significato. L’interpretazione dello sbarco sulla Luna come evento è, inoltre, frutto della produzione dell’avvenimento da parte dei media. La stampa, la televisione e la radio, non agivano, infatti, soltanto come mezzi indipendenti dai fatti, ma come condizione stessa della loro esistenza. La diretta televisiva dell’allunaggio ha infatti permesso di dialogare con la Storia direttamente attraverso la voce dei suoi protagonisti, dando al discorso la solenne efficacia del gesto irreversibile. Eliminando ogni dilazione temporale e presentando l’azione durante il suo svolgimento, inoltre, la diretta ha proiettato l’evento nel vissuto delle masse e, quindi, nel regno della memoria pubblica.[8]  Ciò che  quindi rimane dell’Apollo 11, ed in generale delle missioni Apollo, è la memoria e il mito che su di essa si fonda. Ciò che non rimane è una vera consapevolezza storica di quell’evento. Il mito spiega chi siamo, dove siamo e perché siamo, costruendosi a partire dalla memoria che non solo è selettiva ed esclusiva, ma portatrice di una verità intesa come vissuto personale. La diretta televisiva ha, difatti, creato una sovrapposizione di esperienze tra gli astronauti dell’Apollo 11 e gli spettatori, che hanno avuto in questo modo la possibilità di vivere lo sbarco in prima persona pur non prendendovi parte. L’Apollo 11 è così divenuto una componente della memoria personale e collettiva e, come tale, soggetta al mito nazionale e alla sua narrazione, che lo hanno reso un elemento di coesione culturale. La cornice teleologica in cui collocare l’allunaggio-evento era, inoltre, fornita dalla tradizione politico-culturale statunitense, ed era quella relativa al mito della frontiera e al concetto di Destino Manifesto, in cui i media e la pop culture giocarono un ruolo di primo piano. 

Questi ultimi passaggi spiegano in parte anche il disinteresse per le missioni successive l’Apollo 11. L’allunaggio fu un evento nella misura in cui segnò uno spartiacque: fu la constatazione in mondo visione che «si può fare», che si possiedono le competenze per poter compiere un viaggio di andata e ritorno, con un equipaggio di tre persone ed un certo margine di sicurezza, dalla Terra alla Luna. Il fatto che gli allunaggi successivi non abbiano riscosso grande successo – come del resto oggi non lo riscuotono, se non in casi “eccezionali”, le missioni sulla stazione internazionale – è in parte dovuto al fatto che il vero evento è stato andare sulla Luna. La possibilità di ripetere il viaggio ha normalizzato l’impresa, sottraendole il fascino dell’evento. Una volta entrata nell’orizzonte del “già visto” ha perso dunque attrattiva. Accanto a questo discorso è, inoltre, necessario aggiungere la constatazione che negli anni della corsa allo spazio larga parte del popolo americano era scettica riguardo la reale utilità e necessità delle alte spese che l’esplorazione spaziale richiedeva. Pertanto, terminato l’entusiasmo per lo sbarco, molti americani ritennero che non fosse più necessario continuare a destinare ampi fondi alla NASA per le sue missioni.[9] In tal senso, la narrazione mitica che coinvolge l’Apollo 11 oggi è, in parte, frutto di una costruzione a posteriori in cui a lungo ha prevalso un racconto bianco e maschile, ha tralasciato il ruolo delle donne e delle minoranze. Aspetto, quest’ultimo, che inizia invece oggi ad essere messo in rilievo sia nella letteratura scientifica che nella produzione culturale, come nel film Hidden Figures (2016), che narra la storia vera di tre scienziate afroamericane alla NASA alla fine dei Cinquanta.

Concludendo, la storia dell’Apollo 11 appare oggi una non-storia: un evento che, come tale, non ha avuto un prima e un dopo ma che si è semplicemente verificato. A prova di ciò è sufficiente pensare al silenzio assordante riguardo i programmi Mercury (1958-1963) Gemini (1965-1966), la morte degli astronauti dell’Apollo 1 Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee nell’incendio del 27 gennaio 1967, oppure riguardo l’Apollo 15 che portò il rover sulla Luna nel 1971. L’unica eccezione è rappresentata dall’Apollo 13 (1970): grande fallimento della NASA presentato come un successo, tale da rinforzare il mito della frontiera.

Dalle vicende dell’Apollo 13 è stato tratto anche un film diretto da Ron Howard

Il lieto fine e la grandiosità dell’impresa in quel caso risedettero nell’avere riportato i tre astronauti sulla terra sani e salvi dopo che un’esplosione nel modulo di servizio aveva compromesso gravemente la sicurezza e la possibilità di rientro dell’equipaggio. L’Apollo 13 fu, infatti, presentato dal presidente Nixon come un tributo al coraggio umano e all’ingegno americano, che anche nel momento del disagio trova una via d’uscita tale da rendere le missioni successive più sicure. L’Apollo 13 rappresenta, quindi, la vera epica della frontiera: tre uomini che affrontano uno spazio desolato in solitudine, ma che hanno dalla loro parte il destino e che, grazie alla loro astuzia, riescono a prevalere sulla natura, uscendone più forti e maturi di prima.

 

 

[1]Roger D. Launius, Howard E. McCurdy, NASA Spaceflight. A History of Innovation, Washington, Palgrave MacMillan, 2018, pp. 13- 33 e ss.

[2]Matthew Wilhelm Kappel, Exploring the next frontier, New York, Routledge, 2016, p. 108 e ss.

[3]Cfr. Anders Stephanson, Destino Manifesto. L’espansionismo americano e l’Impero del bene, Milano, Feltrinelli, 2004.

[4]Kappel, Exploring cit., p. 113.

[5]Ivi, pp. 107-108.

[6]Alberto Mario Banti, Wonderland. La cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd, Bari, Laterza, 2017, pp.170-173.

[7]Cfr. John M. Logsdon, After Apollo? Richard Nixon and the American Space Progam, Washington, Palgrave MacMillan, 2015, cap. III e IV.

[8]Jacques Le Goff, Pierre Nora, Fare la Storia. Temi e metodi della nuova storiografia, Torino, Einaudi, 1997, p. 141 e ss.

[9]Matthew D. Tribbe, No Requiem for the Space Age: The Apollo Moon Landings and American Culture, New York, Oxford University Press, 2014, p. 9 e ss.

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