L’antisemitismo nell’era Trump, tra Alt-Right e jexodus

A Riverside, in California, il rabbino della sinagoga locale inizia ormai le sue funzioni indicando ai fedeli le uscite di emergenza, in caso di pericolo. Qualcun altro, a San Francisco, ha fatto installare i metal detectors all’entrata. Sono le reazioni più immediate e comprensibili alla sparatoria avvenuta alla Congregation Chabad di Poway, California, nell’aprile scorso.

Il senso di costante pericolo avvertito dalla comunità ebraica americana, però, travalica i confini della California e assume piuttosto i contorni di un fenomeno di portata nazionale (e in realtà anche internazionale). La sparatoria a Poway arriva infatti dopo appena 6 mesi da quella avvenuta nella sinagoga di Pittsburgh, Pennsylvania, dove morirono 11 persone. “American anti-Semitism: It’s getting worse”, titolava quel giorno il Washington Post. Era stato lo stesso Trump, in quell’occasione, a paventare l’idea di schierare guardie armate all’interno delle sinagoghe per difendere i fedeli, un’idea che si è già concretizzata in diversi edifici di culto americani.

Non che l’antisemitismo made in USA sia qualcosa di nuovo, anzi, ma diversi leader della comunità ebraica ammettono oggi di sentirsi più in pericolo che mai. Molti accusano direttamente Trump, colpevole di aver gestito male il problema. Secondo quanto riportato dall’Anti-Defamation League, nel 2018 ci sono stati in America ben 1879 attacchi e aggressioni ai danni di ebrei o associazioni ebraiche. Si va dalle minacce e dalle offese fino alle aggressioni fisiche e agli atti terroristici. Dal 2018 ad oggiil numero è di oltre 3500. È il punto d’arrivo di un trend in costante aumento che, secondo l’associazione Southern Poverty Law Center, dura da circa dieci anni. Per tastare il polso della situazione basterà fare una veloce ricerca online: non c’è giornale, sito di informazione o blog che nell’ultimo anno e mezzo non abbia pubblicato almeno un articolo sul ritorno di fiamma dell’antisemitismo in America.

Questi numeri, va da sé, vanno presi con le pinze. La stessa Anti-Defamation League, tra l’altro, è stata in passato criticata per alcune sue posizioni discutibili, soprattutto riguardo accuse di violazioni di privacy e per avere indagato anche su gruppi ben lontani dallo spettro dell’estremismo. Non c’è dubbio però che qualcosa di vero in questi dati ci sia. E non solo per quanto riguarda i casi di aggressioni fisiche vere e proprie, ma anche per una diffusa cultura dell’odio che imperversa, soprattutto online, e che spesso è difficile da circoscrivere o identificare chiaramente.

Deborah Lipstadt, docente di Holocaust History alla Emory University, fa il punto della situazione quando, sulle pagine del The Atlantic, mette in luce come questi attacchi non vengano da “lupi solitari” ma facciano piuttosto parte di un “nexus of haters”, una rete razzista che ha le sue radici nei social-media e in zone d’ombra del web. L’antisemitismo, oggi, non ha bisogno di leaders, di gruppi strutturati, così come non ne ha bisogno il suprematismo bianco. Queste ideologie borderline trovano infatti le loro braccia armate online, in un vasto mondo (neanche tanto sotterraneo) fatto di meme, di siti all’apparenza più o meno innocui (si pensi alle imageboard come 4chan, o a siti come reddit) dove vige la regola dell’anonimato e dove si parla di “entrare in azione” tra il serio e il faceto, tra immagini ironiche, black humor e link ai forum alt-right. È così che si radicalizzano gli attentatori antisemiti e razzisti di oggi, prendendo ognuno esempio ed ispirazione da personaggi simili. L’autore della sparatoria a Poway, ad esempio, si è detto ispirato dall’attentatore che lo scorso marzo colpì una moschea in Nuova Zelanda, a sua volta dichiaratamente emulo di altri suprematisti.

Se è vero che buona parte dell’antisemitismo più virulento oggi si esprime online, è vero anche che gruppi più strutturati con agende prettamente antisemite non mancano di certo in America. Ed è spesso tramite questi che chi si è già radicalizzato trova quel pubblico, quel “supporto” morale per andare fino in fondo nei suoi propositi criminali. Secondo il Southern Poverty Law Center, ad oggi, ci sono negli Stati Uniti 112 gruppi neo-nazisti e altri 8 che fanno della negazione dell’olocausto il loro punto cardine. Tanti, inoltre, quelli genericamente dedicati al tradizionalismo cristiano intransigente, al suprematismo bianco e così via, tutti possibili incubatori di idee anti-semite.

Queste frange violente, comunque, non sono astratte dalla realtà che le circonda. Per quanto, e a ragione, si possano indicare negli attentatori suprematisti tutti gli indizi clinici di personalità paranoidi, depressive e psicotiche (ed esiste una buona letteratura a riguardo) essi sono comunque frutto della società in cui vivono, punti di contatto tra il mondo più o meno sotterraneo dell’odio razziale e quello alla luce del sole della realtà in cui sono cresciuti. Diversi osservatori, a questo proposito, hanno puntato il dito contro una nuova cultura dell’insofferenza e dell’incitamento all’odio da parte della politica mainstream. Ancora Lipstadt, intervistata dal New Yorker, identifica proprio nello sdoganamento dell’antisemitismo da parte della politica americana  ed europea una delle preoccupanti novità della situazione attuale. Pur non avallando mai direttamente i violenti estremismi, il mondo politico occidentale contribuirebbe a problematizzare superficialmente, a creare un senso di “noi” e “loro” tutto a favore delle frange più radicali.

Su questo punto, quello che traspare da molti media d’informazione (condiviso anche da intellettuali come Deborah Lipstadt, David Niremberg, David Hirsh) è che oggi l’antisemitismo americano, come quello occidentale in senso ampio, verrebbe tanto dalla destra quanto dalla sinistra della sfera politica, segno, secondo gli studiosi, di quel diffuso e generale senso di pericolosa intolleranza che si respira in occidente. Lipstadt, ad esempio, considera antisemitismo di destra e di sinistra perfettamente uguali, in quanto imperniati intorno ai medesimi stereotipi (soldi, finanza, controllo globale, etc.); il New York Times associa alcuni politici di estrema sinistra con cospirazioni sul controllo dell’economia globale; lo stesso avviene ad esempio nel Regno Unito, dove sia Farage che il Labour Party sono indicati da parte dei media come esempio di antisemitismo in politica.

Il problema è in realtà più sottile e riguarda il termine stesso di antisemitismo e la sua applicazione, che appare a volte fin troppo libera e disinvolta. Criticare il governo di Netanyahu e la politica israeliana equivale oggi ad abbracciare un’ideologia antisemita? Secondo molti sì, come dimostra perfettamente un articolo del 2018 di Fiamma Nirenstein sul sito del Jerusalem Center for Public Affairs intitolato Anti-Semitism in Europe Today Comes Mostly from the Left. Sembra, cioè, che alcuni media e alcune personalità politico-intellettuali tendano ad usare indistintamente il termine di antisemitismo per indicare una più ampia gamma di posizioni che vanno dall’antisionismo alla vera e propria giudeofobia. La stessa Anti-Defamation League, tramite il suo portavoce Jonathan Greenblatt, ha riferito che antisemitismo e antisionismo sarebbero due facce della stessa medaglia. Di questa “confusione” si sono accorti, oltre che una grande mole di letteratura accademica, anche alcuni organi di informazione, tra cui un esempio molto chiaro è un recente articolo del Guardian.

Usando in maniera spregiudicata lo stigma di antisemitismo, però, il rischio è evidentemente quello di applicare l’etichetta infamante anche a tutta una serie di posizioni che, in realtà, poco vi avrebbero a che fare e che riguardano piuttosto il dibattito e la contestazione politica. Ciò si rivela un problema soprattutto per la sinistra, quella americana come quella europea, cioè l’area che solitamente si è fatta promotrice di istanze filo-palestinesi e che, così facendo, ha offerto il fianco all’accusa di antisemitismo, accusa sempre grave ed invalidante che rischia di congelare il dibattito, ammutolendo le posizioni più contrastanti con la politica di Gerusalemme e dei suoi alleati.

Tuttavia, questa diffusa percezione che l’antisemitismo vero e proprio non sia più appannaggio degli estremismi, bensì substrato culturale di buona parte della sfera politica, ha fatto sì che la questione diventasse terreno di scontro nell’agone politico, con reciproche accuse da ambo le parti. Gli Stati Uniti rappresentano un ottimo esempio in tal senso.

Hanno fatto molto discutere, recentemente, i casi di Ilhan Omar (rappresentante Democratico del Minnesota) e di Rashida Tlaib (rappresentante Democratico del Michigan), entrambe accusate di retorica antisemita.

Ilhan Omar, nel febbraio scorso, twittò che l’appoggio del Congresso americano ad Israele era stato comprato a suon di dollari dalla lobby pro-Israeliana AIPAC. Ne seguì un polverone, con il Partito Repubblicano che chiedeva a gran voce la sua rimozione, e lo stesso Partito Democratico inizialmente diviso e titubante. Si presentò allora una risoluzione alla Camera che condannava esplicitamente “antisemitism, Islamophobia, racism and other forms of bigotry” e che passò, abbastanza ironicamente, nonostante i 23 voti contrati espressi da rappresentati Repubblicani.

Nel maggio scorso, invece, Rashida Tlaib ha risposto ad una intervista dicendo che

There’s always kind of a calming feeling, I tell folks, when I think of the Holocaust, and the tragedy of the Holocaust, and the fact that it was my ancestors — Palestinians — who lost their land and some lost their lives, […] in the name of trying to create a safe haven for Jews, post-the Holocaust, post-the tragedy and the horrific persecution of Jews across the world at that time, and I love the fact that it was my ancestors that provided that, right, in many ways, but they did it in a way that took their human dignity away and it was forced on them.

Diversi esponenti Repubblicani, Trump in testa, hanno gridato all’oltraggio, ritenendo che il “calming feeling” provato dalla Tlaib si riferisse al pensiero dell’Olocausto e non, come appare abbastanza evidente, dal pensiero che il territorio palestinese sia servito come porto sicuro per gli ebrei in fuga durante la Seconda guerra mondiale. Certo, le parole della Tlaib contengono anche un’accusa verso le modalità con cui tutto ciò avvenne ma, a conti fatti, nulla hanno a che fare con l’antisemitismo.

Anche in questi due casi, molti hanno messo in luce come l’anatema di antisemitismo sia stato scagliato dai Repubblicani molto alla leggera e a causa di pregiudizi altrettanto gravi. Il timore che ogni cosa detta riguardo Israele da due donne musulmane venga strumentalizzato è concreto, e la stessa Omar lo ha detto chiaramente.

Questi due casi sono stati dunque al centro di un lungo e incessante dibattito sul presunto antisemitismo dei Democratici animato e infiammato a più riprese dai Repubblicani. A destra, infatti, c’è chi vede nell’asse Omar-Tlaib i sintomi di una “crisi antisemita” all’interno del Partito Democratico, come espresso ad esempio dal controverso Begin-Sadat Center for Strategic Studies, che ha ripreso un adagio caro al Presidente Trump che, parlando alla convention della Republican Jewish Colition, ha affermato che una vittoria dei Democratici nel 2020 sarebbe un gravissimo danno per Israele, dichiarazione immediatamente condannata dal Jewish Democratic Council of America. La stessa comunità ebraica americana, del resto, ha risposto a queste vicende con una moltitudine di posizioni e interpretazioni diverse e non sono ovviamente mancati coloro che hanno rigettato ogni accusa di antisemitismo verso le due rappresentati Democratiche, difendendole dagli attacchi. Il dibattito non sembra essere andato più in là di questo, cioè di un botta e risposta fatto di accuse e controaccuse tra Repubblicani e Democratici con i primi che, a detta di molti, intenderebbero semplicemente strumentalizzare la questione dell’antisemitismo per affossare gli avversari in vista delle prossime elezioni.

La questione, in effetti, avrebbe poco senso di esistere se si pensa, tra l’altro, che l’élite del Partito Democratico è tutt’altro che antisionista ed è anzi dichiaratamente ben salda sulle sue storiche posizioni filo-israeliane. La vicenda va piuttosto inserita nel contesto di una strategia politica con cui il GOP sta tentando di portare via il voto ebraico al Partito Democratico, il cosiddetto jexodus (nelle scorse elezioni di midterm circa il 79% degli ebrei americani avevano votato Democratico). Secondo Aaron David Miller del Wilson Center il quadro è chiarissimo: con una mano Trump tenta di ridisegnare il Partito Repubblicano come il vero partito filo-isrealiano, mentre con l’altra vuole infangare i Democratici con accuse di antisemitismo. È un piano, in realtà, messo in atto già da qualche anno. Nel 2017, ad esempio, qualcuno già si chiedeva come mai il GOP fosse diventato un Partito pro-Israele a discapito del classico assunto “Ebrei americani = Partito Democratico”.

È stato lo stesso Trump ad annunciare un po’ trionfalisticamente nel marzo scorso che “Jewish people are leaving the Democratic Party”. In realtà, non solo la valutazione sembra essere errata, ma tutto l’impianto propagandistico Repubblicano sembra basarsi su un assunto anch’esso discutibile, ovvero che la popolazione ebraica voti semplicemente in base ai sentimenti riguardo Israele. Né si può negare che tanto Trump quanto diversi esponenti di spicco del GOP abbiano un curriculum non esattamente immacolato quando si tratta di accuse di antisemitismo e di hate speech, cosa che i Democratici non mancano di ricordare. Inoltre, come mette in luce un recente articolo di Jennifer Rubin sul Washington Post, la maggior parte dell’elettorato ebraico sarebbe tutt’altro che favorevole all’attuale amministrazione Repubblicana, in cui vedrebbe piuttosto una delle origini del clima teso e violento avvertito dalla comunità. Né vale a molto quella “corrispondenza d’amorosi sensi” tra Trump e Netanyahu, che, va detto, è un leader criticato da molti ebrei americani. Bisognerà comunque aspettare il 2020 per poter tirare le somme definitive sul jexodus.

Concludendo, si parla qui di due “antisemitismi” americani diversi tra loro per natura e modalità di espressione. Da una parte c’è un antisemitismo militante che si dipana tramite reti difficili da sondare, soprattutto online, e che appare oggi effettivamente in ascesa. Non è un movimento preciso, le agende perseguite sono tante quanti sono i forum che le ospitano. Alla base, comunque, permangono vecchi cliché e luoghi comuni legati al potere economico e alla manipolazione della vita politica per scopi “anti patriottici”. Questi antisemiti, del resto, sono all’occorrenza anche suprematisti bianchi che odiano i neri, gli ispanici, e anche le donne, come si evince dai loro “manifesti” pubblicati online. C’è poi c’è un presunto antisemitismo politico che in realtà è piuttosto un discorso riguardo l’antisemitismo, molto spesso oggetto di strumentalizzazione a fini propagandistici. I Repubblicani sembrano essere stati i più disinvolti in tal senso, ma non sono stati gli unici, come dimostra il curioso caso di Cynthia Nixon avvenuto durante le primarie Democratiche del 2018 per la carica di Governatore dello Stato di New York.

Questi due fenomeni, l’antisemitismo violento che monta dal basso e la banalizzazione strumentale ad opera della politica, tuttavia, non sono separati tra loro. Si intrecciano piuttosto per formare un clima di tensione generalizzato che è difficile non cogliere. Su questo punto sembrano  particolarmente valide le parole del Rabbino Jason Kimelman-Block riportate da USA Today il mese scorso:

Ultimately, all the faux outrage and manufactured smears have real life consequences: they reduce the time, attention, and resources devoted to tackling the real sources of anti-Semitism that are actively putting my community and others at greater and greater risk.

The best way to respond is to keep the focus where it belongs, on the radical ideology of white nationalism and its normalization in our politics, and to reject efforts to divide our communities from each other.

 

 

 

 

 

 

 

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