Kidding e l’anima bambina degli americani

Basta una breve ricerca di recensioni online sul ritorno di Jim Carrey in tv con la serie Kidding (creata da Dave Holstain e trasmessa da Showtime dal settembre 2018) per verificare come ogni critico statunitense non manchi il riferimento di rito a Mr. Rogers. Lo fanno per inciso, senza peso. E anche io inizialmente non ci facevo caso.

Ero focalizzata su altro pensando alla visione della prima e ancora unica stagione della serie. Cercavo parole per descrivere gli effetti stranianti dell’alchimia tra Jim Carrey – nei panni del protagonista Jeff Piccirillo, presentatore del programma tv Mr. Pickles’ Puppet Time – e la regia di Michel Gondry; sodalizio del resto già acclamato nel 2004 con il film Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Jeff / Mr. Pickles è un’icona della tv per bambini, pedagogica e incoraggiante, che deve fare i conti con la morte del figlio quindicenne. La sua ricerca di senso al dramma è tanto immaginifica da provocare vertigini. E se avessi dovuto tralasciare la parabola emotiva del protagonista per trovare nella serie una lettura di più ampio respiro, avrei potuto mettere in luce la sottesa critica all’odierna mancanza di ascolto verso i bambini. Ma poi sarei di nuovo velocemente sprofondata nella bolla di sentimenti amplificati e scelte radicali da sofà che me l’hanno fatta amare.

Se non che, in quelle recensioni made in US, continuava a sbucare Mr. Rogers. Come uno dei pupazzi di Mr Pickles. Ma senza storia.

“Mister Rogers’ Neighborhood left an indelible mark on the many pre-school children and their caregivers who made up its audience”, si legge in apertura di Revisiting Mister Rogers Neighbourhood, raccolta di saggi di media e cultural studies curata da Kathy Merlock Jackson e Steven M. Emmanuel nel 2016. Mister Rogers’ Neighborhood era lo spazio televisivo quotidiano di Fred Rogers e dei suoi pupazzi nel quartiere del Make Believe. La trasmissione ha debuttato sulla rete pubblica nazionale nel 1968, un anno prima di Sesame Street, ed è stata trasmessa fino al 2007, qualche anno dopo la morte del suo creatore. Fred Rogers era un animatore di pupazzi per la tv (puppeteer) e nel 1966, dopo circa dieci anni dietro le quinte a dar voce, improvvisando, alle sue creazioni, mette a punto la trasmissione che lo ha reso celebre per una stazione televisiva di Pittsburgh. Il programma è stato poi distribuito a livello nazionale dalla neonata PBS e nello stesso 1968 ha conquistato il suo primo Emmy Award. L’anno successivo Fred Rogers vince il primo Peabody Awards per l’eccellenza televisiva. In pochissimo tempo è diventato un punto fermo dell’immaginario televisivo americano, oltre che personaggio pubblico stimato, fino alla Presidential Medal for Freedom ricevuta da George W. Bush nel 2002.

Eppure Fred Rogers in origine detestava la televisione, il suo spirito commerciale, le vuote gag della torta in faccia e soprattutto il ritmo accelerato, che trovava inadatto ai bambini in età prescolare. Per questo alla metà degli anni Sessanta decise di entrare in scena e di rivolgersi direttamente ai bambini, con il suo tono quieto, i racconti cadenzati e i pupazzi parlanti di Make Believe, la cui bocca non si muoveva, come semplici bambole fatte dai bambini.

La giornalista Mary Elizabeth Williams ha iconicamente definito Rogers “one of the most radical figures of the contemporary history. He was not known for fiery speeches or his daring action. Instead he became a legend by wearing a cardigan and taking off his shoes”. Nella carriera di Fred Rogers si annodano in vero passaggi salienti della storia televisiva e sociale americana. Quella dei puppeteers è una scena molto florida tra la fine degli anni Quaranta del Novecento e i primi Cinquanta. Le stazioni televisive non erano ancora in broadcasting e dovendo investire molto per tener in piedi poche ore di trasmissioni autoprodotte – date anche le difficoltà tecniche del nascente medium – lasciarono ampio spazio ai programmi di pupazzi: necessitavano di un palco più piccolo e quindi meglio illuminato degli attori in carne ed ossa, l’audio del microfono nascosto risultava di qualità più alta e non impiegavano molto tempo in prove perché i puppeteers leggevano o recitavano uno script. Non è un caso – ricorda Mark I. West – che il teleprompter sia stato inventato proprio da un puppeteer[1]. Inoltre dedicare programmi ai bambini significava invogliare le famiglie a incuriosirsi del nuovo strumento di comunicazione e a comprarlo. Fred Rogers inizia a fare pratica in questo mondo nei primi anni Cinquanta, quando l’intrattenimento per i più piccoli stava virando verso le prime serie di cartoni animati alla Hanna e Barbera. La nicchia dei pupazzi però non scompare, cambia e nel 1969 è lo stesso Rogers a difenderla di fronte al US Senate Subcommittee on Communications. L’amministrazione Nixon aveva proposto tagli alla PBS e al suo programma e all’audizione Rogers convinse i legislatori che negare i fondi avrebbe privato le future generazioni del diritto alla felicità e ad una vita produttiva. Per dimostrarlo recitò le parole di una delle sue canzoni in Mister Rogers, che insegnava ai bambini una strategia pacifica per gestire la rabbia[2].

Le storie raccontate da Fred Rogers si focalizzavano infatti sullo sviluppo della psiche e dei sentimenti dei bambini dai due ai cinque anni, instillando un’attitudine al ragionamento  etico e morale. Grazie all’allestimento del regno del Make Believe, Rogers mostrava inoltre ai più piccoli cosa potevano fare nei loro quartieri. “They can have a responsible attitude toward life, toward themselves, and toward others”, ha scritto nel suo libro You are special, del 1994. Con il suo programma Rogers promuoveva valori di tolleranza, non-violenza, collaborazione amicale tra vicini e responsabilità sociale[3]. Principi che raccontano anche uno spaccato socio-culturale contemporaneo. Rogers, pur eliminando ogni riferimento religioso dalle sue trasmissioni, aveva avuto una formazione da ministro presbiteriano ordinato in tarda età e nella sua pastorale si condensava il liberalismo progressista degli ultimi anni Sessanta. La trasmissione trovò terreno fertile negli anni Settanta, un decennio che negli Stati Uniti ha in parte maturato il lascito dei precedenti movimenti di contestazione con una forte crescita dell’attivismo sociale di comunità.

E allora ecco perché non si può fare a meno di conoscere Mister Rogers se si guarda Kidding: il personaggio creato da Dave Holstain riassume in sé moltissimi omaggi al presentatore reale. In Mr Pickles’ Puppet Time non ritroviamo solo richiami al quartiere del Make Believe come la longevità del programma, l’uso di pupazzi parlanti ma inanimati, la distribuzione su PBS e le canzoni scritte e interpretate dal presentatore. Ci sono elementi molto più sostanziali che ritornano.

Innanzitutto, Jeff Piccirillo è la stessa persona dentro e fuori dallo studio televisivo. E così era per Fred Rogers: nessuno sforzo attoriale, solo se stesso.

E quando il personaggio non esiste – o non è cosciente di esserlo – è molto difficile analizzarlo, prendere le distanze. Dato che oggi uno dei fattori chiave dell’intrattenimento è l’ironia, il candore del protagonista di Kidding provoca quasi un senso di straniamento. Al contempo – forse per le stesse ragioni – si resta ammaliati da Mr Pickles e dalla sua aspirazione a realizzare quotidianamente un mondo che combatta il cinismo e sia costruttivo e responsabile malgrado le frustrazioni. Cos’altro se non una trasposizione attuale dell’etica di Mister Rogers?  Mr Pickles resta nei cuori dei suoi spettatori ormai adulti che continuano a scrivergli e ringraziarlo per il senso di autostima che ha insegnato loro. Ed infatti il suo discorso più celebre è una parafrasi di una delle canzoni-manifesto di Mister Rogers, “I like you just the way you are[4].

Questo back-and-forth tra realtà e fiction è a mio parere tale che anche il principale motore della trama di Kidding – apparentemente irrealizzabile nella serie – è qualcosa che Mister Rogers ha già fatto decenni fa: parlare della morte in un programma per bambini. La prima volta nel 1970, con “Death of a Goldfish” e più tardi in una puntata dedicata alla perdita della sua cagnolina Mizie. “She got to be old and she died (…) – raccontava seduto in giardino – And my dad said we had to bury Mizie. And I did not want to, pretending she was still alive. But my dad said her body was dead” (su You Tube).  Sincerità senza fronzoli, fino all’incoraggiante disincanto della canzone di chiusura: “The very same people who are sad, sometimes, are the very same people who are glad, sometimes”.

“Mr. Pickles is the adult Mr. Rogers viewers need”, è la chiosa di Ben Travers per Indiewire, lanciando un ponte tra passati riferimenti e reinvenzione per lo spirito contemporaneo.

Se tutto questo fosse nelle intenzioni della produzione è difficile dirlo. Dave Holstein ha dichiarato fin da subito a Variety che “Jim Carrey, just being a vessel for joy, imbues with certain nostalgia that’s reminiscent of Mr. Rogers”, aggiungendo poi: “In the time that we live in right now, if we had a Mr. Rogers around to tell us to do the right thing, we’d see a lot of different things on the television than we do now.” Michel Gondry, d’altra parte, ha addirittura detto di non conoscere molto di Mister Rogers e di aver chiesto a Carry di allontanarsi il più possibile da quel modello.

Strategia di marketing? Ossessione da storici? È forse vero che in fondo, nell’arte, uno ci vede quel che crede.

 

[1] Mark I. West, “Fred Rogers and the Early Use of Puppetry on American Children’s Television”, in Kathy Merlock Jackson and Steven M. Emmanuel eds., Revisiting Mister Rogers’ Neighborhood, Jefferson, NC: McFarland & C, 2016, p. 147

[2] Kathy Merlock Jackson, “Social Activism for the Small Set”, in Kathy Merlock Jackson and Steven M. Emmanuel eds., Revisiting Mister Rogers’ Neighborhood, Jefferson, NC: McFarland & C, 2016, p. 12

[3] Merlock Jackson, op. cit., pp. 13-18

[4] Id., op. cit., p. 15

 

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