Relazioni UE-USA: il punto a due anni dall’insediamento di Trump

America first è stato il motto che ha caratterizzato la campagna elettorale del candidato che è poi diventato il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Dietro quelle parole vi era – tra le tante – la volontà di anteporre una peculiare concezione nazionalista dell’americanismo al globalismo, nonché quella di intendere il ruolo degli Stati Uniti come slegato da quel sistema di relazioni internazionali andato rafforzandosi dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. A due anni da quel motto e dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017 è opportuno domandarsi in che modo quell’auspicio abbia influenzato la presenza degli Stati Uniti sullo scenario globale e su quali direttrici si sia definito il rapporto tra quel paese e uno dei suoi alleati di più lunga data: l’Europa e, in particolare, l’Unione Europea.

È innanzitutto importante ricordare come, nonostante alcuni paesi membri dell’UE avessero dato prova di sostenere la candidatura di Trump nel 2016 (soprattutto paesi dell’Europa centro-orientale), i rappresentanti delle istituzioni europee non gioirono di fronte all’elezione del tycoon. Nel giorno dell’elezione, il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, inviò insieme al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, una lettera a Trump in cui auspicò che gli Stati Uniti mantenessero gli impegni presi in precedenza e non si tirassero indietro di fronte alle proprie responsabilità globali. Ad influenzare Juncker e Tusk avevano contribuito le parole di Trump rispetto alla NATO e al Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), che erano stati descritti come strumenti obsoleti e non appropriati to make America great again. I rapporti tra i due poli non presero quindi avvio sotto i migliori auspici, e si può sostenere che tale tendenza sia continuata, immutata, fino a oggi. È infatti possibile contare almeno quattro avvenimenti che, negli ultimi due anni, hanno contribuito a deteriorare ulteriormente la relazione tra i due attori.

All’indomani della sua elezione, uno tra i primi leader stranieri che Trump decise di incontrare fu Nigel Farage, politico britannico e discusso promotore della Brexit. Ricevendolo nella sua Trump Tower al 725 della Fifth Avenue di New York, il neoeletto presidente non solo accolse Farage con calorose strette di mano, ma arrivò addirittura ad affermare di volerlo come ambasciatore inglese negli Stati Uniti, dimostrando così stima per colui che aveva guidato una feroce campagna contro l’UE nei mesi precedenti e suscitando lo sdegno delle istituzioni europee.

Qualche mese dopo, e precisamente nel giugno del 2017, la presidenza Trump stabilì di uscire dall’accordo sul clima che era stato siglato a Parigi nel 2015 con lo scopo di limitare l’innalzamento del riscaldamento globale. La reazione dell’UE fu alquanto dura. Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, bollò con un secco pacta sunt servanda la presa di posizione statunitense, mentre la Commissione europea si disse rattristata per una tale retromarcia.

Ancor più grave agli occhi europei fu però, nel maggio 2018, l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, che era stato portato a termine nel 2015 grazie all’importante contributo politico e diplomatico dell’UE. L’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, espresse profondo rammarico per la decisione statunitense e salutò negativamente l’intenzione degli Stati Uniti di apporre sanzioni economiche nei confronti dell’Iran.

Last but not least, non bisogna dimenticare come lo scorso luglio 2018 Trump arrivò a parlare dell’UE come del peggior nemico commerciale degli Stati Uniti – ancor più di Cina e Russia. Gli rispose a stretto giro Donald Tusk sostenendo come «America and the EU are best friends. Whoever says [they] are foes is spreading fake news».

Queste tappe, a cui tante altre se ne potrebbero aggiungere, ci consegnano un quadro di rapporti tesi tra Stati Uniti e UE. La relazione tra Trump e le istituzioni europee sembra ormai essere del tutto compromessa. Certo, va sottolineato come le difficoltà nelle relazioni transatlantiche non siano una novità. Lo storico Mark Gilbert ricorda come negli anni Settanta si poté quasi assistere a un divorzio tra i due attori. Tuttavia, per quanto il paragone con quel decennio possa sembrare interessante, non si può omettere una differenza sostanziale tra ieri e oggi: se negli anni Settanta uno dei motivi del dissidio tra gli Stati Uniti e l’allora Comunità Europea consisteva nell’aspirazione statunitense a mantenere un ruolo globale relegando la CE a potenza regionale, oggi pare che gli Stati Uniti vogliano sfilarsi dagli impegni internazionali per perseguire una politica unilateralista caratterizzata da diversi interessi geo-economici. Continua perciò la propaganda di Trump contro la NATO, accusata di sfruttare la ricchezza statunitense senza offrire in cambio nulla di concreto. A questo si aggiunga, come sottolinea l’ISPI in un suo rapporto, che la presidenza Trump ha ridotto di circa 4 miliardi di dollari i propri aiuti bilaterali e i fondi all’ONU. Lo stesso documento, però, ci consegna un altro dato interessante: a non apprezzare Trump non sono solo le istituzioni europee, ma anche la società civile europea. Il gradimento per The Donald è al 20% contro il 73% del suo predecessore, Barack Obama. Per quanto Obama avesse contribuito a sua volta a un riposizionamento della potenza statunitense sullo scacchiere globale, egli non aveva voluto rinunciare ad affermare la leadership del suo paese e aveva mantenuto rapporti distesi con le maggiori organizzazioni sovranazionali, tra cui l’UE. Negli scorsi mesi, Obama ha ottenuto un grande successo con le sue conferenze in giro per l’Europa in qualità di ex presidente: è difficile immaginare che per Trump possa, un domani, accadere altrettanto.

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