Una presidenza trasformativa? L’era Obama sotto la lente di Mario Del Pero

Nel febbraio del 2017 è uscito per Feltrinelli il libro di Mario Del Pero “Era Obama. Dalla speranza del cambiamento all’elezione di Trump”.

Il libro ripercorre gli otto anni della presidenza di Barack Obama, dando conto dei successi e delle sconfitte delle politiche adottate dall’amministrazione e di cosa resterà dell’eredità di Obama dopo l’inaspettata vittoria di Donald Trump contro Hillary Clinton alle elezioni presidenziali dell’8 novembre.

La premessa contenuta nell’introduzione è doverosa: il libro è un testo di storia scritto da uno storico senza però il contributo fondamentale del materiale di archivio, che sarà disponibile tra qualche decennio. Il lavoro fatto dall’autore per sopperire a tale mancanza è stato quello di attingere a una varietà di fonti, con lo scopo di evitare di dare letture unilaterali e semplificate di una figura complessa come quella di Barack Obama. Comunque ciò che risulta è un saggio riccamente documentato, soprattutto nei capitoli in cui tratta della risposta alla crisi finanziaria del 2008 e della riforma sanitaria globalmente nota come Obamacare.

La domanda centrale della trattazione è: la presidenza di Barack Obama è stata una parentesi oppure l’esperienza del primo presidente nero avrà effetti duraturi nella storia degli Stati Uniti? Del Pero dà ben otto macro risposte a questa domanda.

La prima risposta riguarda le politiche ambientali. A dispetto di un’opposizione repubblicana prigioniera di dogmi ideologici, calcoli politici e pregiudizi antiscientifici, l’amministrazione ha ottenuto risultati rilevanti in materia di tutela ambientale. Con Obama si è assistito a un cambiamento di paradigma nella visione della politica ambientale, cambiamento che il presidente ha in parte accompagnato e in parte accelerato. É cronaca degli ultimi giorni, però, di come Donald Trump stia provando a distruggere questo capitale, firmando una serie di ordini esecutivi per abrogare il Clean Power Plan, definanziare l’Agenzia per la protezione ambientale (EPA), autorizzare la costruzione di un oleodotto molto discusso e stralciare i vincoli per le emissioni per le centrali a carbone.

La seconda risposta verte sulla questione razziale. Per quanto ci fossero dei segnali, pochi avrebbero potuto immaginare una reazione così aspra e ostile di un pezzo d’America bianca e conservatrice nei confronti del primo presidente nero. Barack Obama ha cercato di arginare questa deriva prestando estrema attenzione a non offrire alcun pretesto a chi lo accusava di cavalcare e alimentare il conflitto razziale. Solo nell’ultimo biennio del mandato presidenziale, ormai libero da vincoli elettorali, Obama tornava a rivendicare la sua blackness cosmopolita per offrire un messaggio univoco: egli era il primo presidente nero degli Stati Uniti e la sua elezione nel 2008 costituiva una delle cesure fondamentali della storia del paese.

La terza risposta, anche se più che una risposta è un merito, sta nell’aver ridato prestigio all’ufficio presidenziale, con otto anni di governo immune da scandali. Anche di fronte a un involgarimento del discorso pubblico e a un inarrestabile incattivimento dell’opposizione al presidente, Obama e la sua famiglia hanno risposto agli attacchi con una dignità quasi regale.

La quarta risposta entra nel merito delle tante conquiste in materia di diritti degli omosessuali e delle donne che hanno reso l’America una società più equa e soprattutto inclusiva, allargando e diversificando il concetto di libertà americane. Per molti aspetti Obama ha accompagnato un cambiamento tanto rapido quanto inarrestabile, seguendolo e stimolandolo, prendendo anche apertamente posizione. Anche qui, i Repubblicani e Donald Trump stanno cercando di riaffermare i concetti conservatori di famiglia e società, a discapito della promozione dei diritti degli omosessuali e delle donne. Tra i primi atti della presidenza Trump ci sono stati la sospensione dei fondi federali alle organizzazioni pro-aborto e la nomina alla Corte Suprema del Giudice Neil Gorsuch, esperto ma estremamente conservatore, per tentare di riportare la giurisprudenza della Corte su binari più favorevoli alla visione conservatrice del mondo, dei valori e della libertà americane.

La sesta risposta si concentra sulla politica estera e più nel dettaglio sulla posizione degli Usa nel mondo. Barack Obama ha contribuito a rilanciare con forza un topos centrale dell’internazionalismo statunitense: l’idea che gli Stati Uniti si collochino al centro di un mondo sempre più interdipendente e unitario, lo possono rappresentare grazie alla loro natura plurale e guidare con politiche negoziali e multilaterali. Si prende qui ad esempio la complessa situazione mediorientale, emblematica per la presidenza Obama perché è stata una delle tematiche principali della campagna elettorale del 2008. Il nuovo pragmatismo obamiano del contagement (engagement con attori che da nemici esistenziali ritornavano ad essere avversari negoziali; containment degli avversari con cui non era possibile negoziare) ha raccolto almeno un successo e una sconfitta. Il suo successo è stato la demolizione dell’agenda neoconservatrice di George W. Bush, superando la sua divisione moralistica in buoni e cattivi, ma allo stesso tempo il contagement si è rivelato in affanno nel disegnare un nuovo Medioriente, all’indomani delle primavere arabe del 2011.

La risposta alla crisi economica del 2007-2008 può essere inquadrata con gli stessi parametri di luci ed ombre delle iniziative di politica estera. Qui l’esempio pratico può essere dato dagli sforzi resi da Obama sul terreno dell’equità e della lotta alle disuguaglianze. L’amministrazione ha promosso svariate iniziative finalizzate a ridurre i livelli di diseguaglianza e a contrastare tassi di povertà elevatissimi per un paese sviluppato come gli Stati Uniti. Sono stati attivati programmi destinati ai ceti deboli, sgravi e incentivi fiscali per le famiglie a basso reddito e gli studenti. L’approvazione della legge Dodd-Frank per la regolamentazione di Wall Street – e che i Repubblicani hanno promesso di smantellare – rende sterile la retorica trasversalmente in uso secondo cui la “Main Street” dell’America onesta, lavoratrice e politicamente sottorappresentata è contrapposta alla “Wall Street” di una finanza rimasta influente e capace di condizionare il processo decisionale, a dispetto delle sue gravissime responsabilità rispetto alla crisi del 2007-2008. Ciò nonostante è facendo leva anche su questa retorica che Donald Trump ha conquistato la Casa Bianca, forte di un malcontento diffuso soprattutto in quella “Main Street” che si sente davvero sottorappresentata ed esclusa dalla ripresa economica.

L’ultima e cruciale risposta e vera eredità duratura di Obama è la riforma sanitaria nota come Obamacare, un successo che lo collocherà nella stessa categoria di presidenti come Roosevelt (Social Security) e Johnson (Medicare) in virtù dell’impatto duraturo della sua riforma sul benessere americano. Pensare oggi di modificarla e/o abolirla, come promettono da sette anni i Repubblicani, significherebbe privare ampie fasce della popolazione della copertura sanitaria garantita da Obamacare; all’atto pratico un vero e proprio suicidio politico ed elettorale. Paradossalmente, però, la sconfitta in Congresso per la proposta di legge sulla Sanità presentata dalla maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti e sostenuta da Donald Trump è avvenuta per il mancato sostegno dell’area più libertaria di destra dei repubblicani stessi, il Freedom Caucus, per cui Obamacare va semplicemente abolita, suicidio politico o no non importa.

In conclusione Mario Del Pero afferma che si capirà col tempo se quella di Barack Obama sia stata una fase trasformativa della politica statunitense, o se, come hanno argomentato in molti dopo il voto del 2016, essa abbia costituito una parentesi dalle fondamenta fragili e incerte, destinate a essere sradicate dal ciclone conservatore scatenato dall’elezione di Donald Trump.

 

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