Trump, la blackness e gli spazi urbani: note da Washington

Come Alice, sono arrivata negli Stati Uniti esattamente all’inizio di febbraio. Il nuovo presidente è in carica da un mese e mezzo e nella vasta area urbana che circonda Washington DC non si parla d’altro. In ambiente accademico, all’avversione politica nei confronti della nuova amministrazione si somma la preoccupazione causata dall’imprevedibilità e dall’inesperienza del presidente e dei suoi collaboratori. Dopo aver appreso che sono venuta dall’Italia per fare ricerca sugli Stati Uniti, un grad student del dipartimento mi ha risposto: “maybe I can go to Europe, and you can stay in this dumpster of America”.
La città riflette in parte questo misto di incertezza e avversione. In particolare, il rapporto tra attivismo e spazio urbano è evidente nell’area che compone lo storico quartiere afro-americano, Shaw. Nonostante questa zona sia stata oggetto di grossi cambiamenti negli ultimi anni – è divenuta una delle parti più alla moda di Washington – essa è nota per essere stata al centro degli scontri razziali che investirono la capitale nel 1968, in seguito all’assassinio del reverendo Martin Luther King Jr. Se si cammina per il quartiere, seguendo l’African American Heritage trail fino alla casa dello storico Carter G. Woodson e poi verso la Howard University, l’opposizione a Trump spazia dallo scherno fino all’invito all’organizzazione politica. I cartelli contro il presidente – alcuni dei quali in lingua spagnola – penzolano dalle finestre delle abitazioni private, accanto alla bandiera americana. Qualche metro più in là, in Georgia Avenue, la proprietaria del salone di bellezza sorride dalla vetrina, in una foto che la ritrae accanto a Michelle Obama.

Con l’avvicinarsi del campus, gli insulti scribacchiati sui muri e gli adesivi ironici appiccicati ai semafori (recanti immagini che sembrano richiamare alcune copertine dedicate a Trump da Time e Der Spiegel, e un lessico che fa riferimento alla terminologia utilizzata dal Black Power nei confronti della polizia) cedono il posto a volantini che pubblicizzano i meetup organizzati dalle associazioni studentesche e di quartiere. Alcuni di questi gruppi hanno obiettivi che esulano dalla sola opposizione all’amministrazione Trump e sono coordinati a livello nazionale e internazionale. Nel manifesto della Black Is Back Coalition, ad esempio, figurano punti come il ritiro delle truppe americane dal Medio Oriente e il riconoscimento della Palestina. In generale, a colpirmi di più sono l’assenza di un qualsiasi riferimento a Hillary Clinton e il frequente collegamento tra Trump e il fascismo, qualunque sia il livello di profondità intellettuale del messaggio.

Proprio nei pressi della Howard, uno stendardo pubblicitario recante il motto dell’università, “Truth & Service”, raffigura lo scrittore e ex-studente Ta-Nehisi Coates. L’autore afro-americano è noto per i suoi saggi, pubblicati su The Atlantic, e per le opere A beautiful struggle e Between the world and me. Quest’ultima è stata scritta in forma di lettera indirizzata al figlio Samori e affronta la questione della blackness negli Stati Uniti, in relazione alle esperienze vissute da Coates a Baltimora. Venerdì 10 febbraio, l’autore ha preso parte ad una conversazione con la scrittrice nigeriana – ma permanent resident negli States – Chimamanda Ngozi Adichie, presso la conferenza annuale organizzata dall’Association of Writers and Writing programs (AWP). L’autrice ha appena pubblicato un saggio intitolato Dear Ijeawele, or A Feminist Manifesto in Fifteen Suggestions, attraverso cui riflette su femminismo e educazione del bambino. Già nel 2014 si era occupata di femminismo e intersectionality, nel suo We should all be feminists. Il confronto tra questi due intellettuali – organizzato proprio durante il Black History Month – è stato l’evento principale di una conferenza molto politicizzata, cui ho avuto la possibilità di partecipare.

Al mio arrivo presso il Washington Convention Center, di venerdì mattina, decido di dirigermi verso la book fair. L’area ospita più di un migliaio di espositori: editori, scrittori indipendenti, università con programmi di scrittura creativa e semplici librerie. L’ambiente è piuttosto variegato, con una forte presenza di giovani al di sotto dei trent’anni. Nonostante la confusione, noto subito che diversi messaggi di opposizione al presidente sono esposti tra gli stand. Alcuni – come i cappelli di lana rosa con le orecchie e le magliette recanti lo slogan “this pussy grabs back!” – fanno diretto riferimento alla marcia delle donne su Washington, che ha avuto luogo il 21 gennaio. Altri invitano gli scrittori a combattere l’odio con la letteratura, e – soprattutto – a riappropriarsi del ruolo di difensori della libertà di espressione.

La libertà di espressione – intesa come free speech, ma anche come diritto all’auto-determinazione dell’individuo – appare immediatamente il tema centrale di una conferenza su cui aleggia lo spettro della presidenza Trump. Nel tragitto verso l’auditorium allestito per l’incontro con Coates e Adichie, qualcuno mi porge un volantino che pubblicizza una fiaccolata di protesta prevista per il giorno successivo, organizzata dal collettivo di poeti Split this Rock. L’invito è diretto a tutti i partecipanti alla conferenza, affinché si impegnino a difendere una libertà di espressione “threatened in new ways and with more intensity than before”.

 

 

 

 

 

 

 

Una volta in sala, l’ingresso dei due autori e del moderatore – lo scrittore e intellettuale E. Ethelbert Miller – viene accolto da uno scroscio di applausi. Il primo a parlare è Ta-Nehisi Coates, il quale annuncia di aver deciso di presentare al pubblico “some new fiction”. Le sue pagine inedite ritornano all’Underground Railroad. Quest’ultima non è solo un simbolo della lotta alla schiavitù, ma anche di una resistenza che sfidò apertamente la legge per aiutare gli schiavi a raggiungere la libertà. Il protagonista di Coates è uno schiavo fuggito dalle piantagioni che ha perduto la propria famiglia in un sofferto percorso di liberazione. La libertà, recita l’autore, è un diritto di nascita. Tuttavia, affermare questo diritto è frutto di una lunga lotta esteriore (contro le forze che costringono l’uomo in schiavitù) e interiore (attraverso il riconoscimento e l’affermazione del sé). Per questo motivo, la libertà dello schiavo che si è fatto libero, riconoscendosi come essere umano, non è equiparabile a quella delle persone nate libere. La libertà va conquistata, ma – soprattutto – deve essere mantenuta e difesa ogni giorno.

Questo passaggio, parte di un nuovo romanzo cui l’autore sta lavorando, sembra riportare l’audience direttamente agli avvenimenti odierni. In particolare, l’idea di una libertà da difendere, perché continuamente sotto minaccia, colpisce profondamente gli ascoltatori, che rompono brevemente il silenzio con applausi e versi di approvazione.

La prospettiva offerta da Chimamanda Ngozi Adichie è leggermente diversa. L’autrice decide di cominciare con un brano tratto da un suo romanzo, pubblicato nel 2013. Americanah è la storia di una ragazza nigeriana, Ifemelu, che, giunta negli USA per motivi di studio, si confronta con la color line statunitense. Il passaggio scelto da Adichie evidenzia, con un po’ di umorismo, la plurivocità del concetto di blackness. L’appartenenza ad essa è continuamente soggetta a scrutinio esterno – da parte dei bianchi così come dei neri – a seconda del contesto geografico, storico, sociale. Contemporaneamente, essa non assicura un legame culturale, come testimonia una conversazione tra la protagonista e i propri genitori. Alla notizia che Ifemelu si è fidanzata con un afro-americano, il padre esclama: “An American Negro? […] Is there a substantive scarcity of Nigerians there?”. Per contro, la madre accetta la relazione solamente dopo essersi assicurata che il ragazzo sia di religione cristiana.

La conversazione che segue la lettura si sofferma, quindi, su un argomento classico del dibattito sulla blackness, vale a dire il contrasto tra l’identità ‘autenticamente’ afro-americana e quella dei diversi popoli neri africani. Nessuno dei due autori mette in discussione la sofferenza connessa con entrambe le esperienze, ma laddove Coates sottolinea le differenze, Adichie evidenzia i punti di unione tra le due eredità storiche. “They came from somewhere”, dice Adichie riferendosi agli schiavi, “that African past is yours as well”.

La necessità di costruire dei ponti tra culture, che non riducano la conversazione a modelli univoci, dirige il dibattito direttamente sulla presidenza Trump. Il confronto con il presidente uscente appare impietoso, sebbene l’atteggiamento di Obama nei confronti della questione razziale sia considerato insoddisfacente. In particolare, Adichie specifica di aver iniziato ad avere fiducia in Obama solamente grazie alla presenza di Michelle. A metà tra il serio e il faceto afferma: “because black women are Godlike, she molded him”. Il rapporto di Trump con le donne appare particolarmente problematico, anche per la pubblica legittimazione offerta dalla sua carica. Adichie, che il mese scorso ha preso parte alla Women’s March, ha ribadito questo concetto in un’intervista concessa poco prima dell’incontro. “A certain kind of sexism”, ha affermato l’autrice “has been validated, made legitimate by the American president and everything he represents”.

L’incontro termina e mentre mi allontano dal Convention Center, scorro le foto di una manifestazione tenutasi durante il pomeriggio. Un gruppo di centinaia di scrittori ha marciato per le strade del centro, convergendo presso Capitol Hill. Il poeta e organizzatore D.A. Powell si è rivolto alla folla per affermare che gli scrittori “must get behind these principles [i principi costituzionali n.d.r.] and let our legislators know we will not accept this infringement of these principles”. Sotto la sua guida, alcuni manifestanti si sono recati presso gli uffici dei propri rappresentanti al Congresso, per poi ritornare alla conferenza.

Il giorno successivo, un’altra breve protesta, stavolta contro il muslim ban, ha coinvolto il Convention Center (già l’8 febbraio, l’AWP aveva rilasciato un comunicato in proposito). Durante la sera, la fiaccolata a favore della libertà di espressione è stata un successo, mentre sono state decine le manifestazioni che esulano dal contesto fortemente selettivo della conferenza previste per le settimane successive. Con il fiorire di eventi coordinati da più movimenti, questi ultimi sembrano aver voluto approfittare dell’occasione offerta dal Black History Month per ampliare il dialogo politico sotto l’insegna dell’intersectionality. Sebbene il richiamo all’attivismo sia rinvigorito dalla percezione di dover difendere una democrazia sotto minaccia, è ancora difficile dire se ciò si tradurrà in un programma a lungo termine o meno.

 

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