Il diritto di contare: una recensione

Sulla spinta dell’8 marzo, sono andata al cinema a vedere Il Diritto di Contare (Hidden Figures, in originale), un film diretto da Theodore Melfi, da lui sceneggiato con Allison Schroeder e tratto dal libro omonimo di Margot Lee.

Ambientato nel 1961, Il diritto di contare racconta la storia vera di un gruppo di donne afroamericane, Katherine Goble (poi Johnson), Dorothy Vaughn e Mary Jackson che hanno contribuito a cambiare in meglio la storia degli Stati Uniti nel Novecento. In forze al Langley Memorial Research Lab di Hampton in Virginia, le tre donne hanno avuto il compito di eseguire calcoli avanzati per tracciare le traiettorie dei razzi spaziali e le rotte del loro rientro sulla Terra. Tutti conoscono le missioni Mercury e Apollo e gran parte degli astronauti che hanno mosso i primi passi nello spazio (John Glenn, Alan Shepard e Neil Armstrong) ma in pochi sanno che dietro a ogni loro mossa alla NASA vi erano anche ingegnose menti femminili ricche di audacia e intelligenza.

Lo scenario politico e sociale in cui è ambientata la vicenda è sicuramente uno dei più delicati della storia degli Stati Uniti del dopoguerra. Nel 1958, l’Unione Sovietica aveva lanciato il pionieristico programma Sputnik aprendo una forte competizione con gli Usa. Entrambe le nazioni volevano mostrare rispettivamente di avere il migliore dei sistemi per la corsa allo spazio e di essere la prima nazione al mondo in campo di tecniche militari e intelligence. Gran parte delle speranze degli Usa erano state riaccese dal presidente John Kennedy e dal suo programma spaziale. Al confronto serrato del clima di piena Guerra Fredda, si affianca, nel corso del film, il sorgere delle tensioni razziali e delle lotte di genere che segneranno tutti gli anni Sessanta. Da vere pioniere e visionarie, le tre protagoniste si battono su due fronti opposti di pregiudizi: razziale e di genere. Forzando la mano ad un intero sistema e spalleggiate da uomini e donne di quello stesso sistema ma coraggiosi e visionari almeno quanto loro (a questo proposito menzione speciale per l’interpretazione di Kevin Costner, nel ruolo del direttore del Laboratorio), Katherine, Dorothy e Mary otterranno la chance di realizzare il loro sogno e saranno fonte di ispirazione per le generazioni successive.

Il diritto di contare è un bel film, in grado di far arrivare anche a chi non è americano le tensioni di un problema come quello razziale che non trova eguali nelle società europee. E’ inoltre un film sulle donne e per le donne, che dopo quasi sessant’anni da quegli avvenimenti si trovano ancora troppe strade sbarrate, troppi soffitti di cristallo, troppe gerarchie istituzionali e sociali con cui confrontarsi. Come ha ben raccontato Alice Ciulla nel suo Diario dagli States, ancora nel 2017 migliaia di donne hanno manifestato in occasione dell’8 marzo per le vie di New York e di tante altre città del mondo, con una forza e una energia rinnovate da un collante evidente, ossia la nuova Presidenza di Donald Trump che tra i suoi primi atti di governo ha deciso di tagliare fondi ai centri federali che si occupano di tutelare la salute delle donne anche quando si tratta di accompagnarle nella scelta di abortire.

A livello personale, sapere che c’è stato anche un gruppo di donne dietro al primo volo di John Glenn mi rende davvero orgogliosa di essere donna.

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