Riunirsi e organizzarsi a Boston dopo l’insediamento di Trump

Trovarsi negli Stati Uniti a poco più di un mese dall’insediamento di Donald Trump alla presidenza è una grande fortuna. Certo, per chi come me ha seguito la campagna elettorale con la speranza e la convinzione quasi assoluta di vedere Hillary Clinton alla Casa Bianca, parlare di fortuna è difficile. Cerco, però, di svestire i panni della simpatizzante e di indossare quelli dell’osservatrice: non potevo capitare negli Stati Uniti in un momento migliore.

Sono arrivata a New York il primo febbraio. Il tassista che mi ha accompagnato a Brooklyn, dove ho preso una stanza in affitto mi ha chiesto se per gli italiani ci fossero restrizioni del visto. Ha aggiunto che gli immigrati negli USA sono effettivamente tanti, forse troppi, ma che non ha alcun senso bloccare i bambini negli aeroporti solo perché cittadini di stati “pericolosi”.

I ragazzi con cui abito, Lisa e David, si dichiarano “big Bernie fans”. David, però, ora che ha cominciato a vedere quali sono le politiche di Trump in tema di commercio ed economia, non è scontento, anzi. Viene da uno degli Stati del Deep South, il Sud Carolina. Oltre alla politica economica del nuovo presidente, lo convince quella sugli immigrati, perché, mi dice, ne ha visti troppi stipati in decine in una singola casa nel suo stato di provenienza: non si sa cosa facciano, dove lavorino e abbassano i salari di tutti gli altri.

A Lisa la politica interessa meno. È molto presente sui social network, però, ed ha installato sul cellulare una notifica speciale per i Tweet di Trump: ne ride e a volte si lamenta di quanto spesso le squilli il telefono: “Come on Donald, give it up!”.

Questi ultimi giorni li ho passati a Boston, a casa di una delle persone più attive e sensibili che mi sia capitato di incontrare ultimamente. Quando mi ha chiesto cosa stessi studiando, ho risposto confusamente che il mio progetto di ricerca è in storia delle relazioni internazionali: trovo sempre molto complicato spiegare a persone fuori dall’ambiente universitario cosa significhi consultare le carte e ricostruire delle storie che sembrano veramente lontane dalla vita quotidiana. Appena menziono le relazioni internazionali, mi interrompe, ironica: “Oh, we don’t have those anymore”.

Sul suo tavolo, in cucina, c’è una copia della Costituzione degli Stati Uniti distribuita dall’ American Civil Liberties Union (ACLU): lei ne è grande fan, sostiene che l’attività dell’ACLU sia l’unica speranza per gli Stati Uniti, attualmente. Mi avverte che il sabato successivo sarebbero venute a casa alcune persone, conoscenti, amici di amici, abitanti del quartiere in generale, perché “we have to do something”, organizzarsi in qualche modo per resistere a quelle che definisce le scelte scellerate di Trump. Si riferisce alla messa in pericolo dei diritti delle donne e al bando agli immigrati, perlopiù. Sorrido, felice di potermi trovare, per puro caso, in una riunione simile: ci tiene a dirmi che è il primo incontro, mi fa leggere gli appunti che ha preso. Si tratta di un appello, di un tentativo di costituire una rete, non un gruppo, come tiene a specificar, per diffondere idee in linea con il rispetto delle libertà personali e della democrazia.
La riunione si è tenuta sabato 11 febbraio, dalle 19 in poi: ognuno ha portato cookies, cannoli (sì, cannoli), patatine, birra. La quantità di presenti mi ha stupito. La casa si trova in un quartiere residenziale, con gli edifici che si vedono nei telefilm, quelle con i basement e il portico esterno. Tra l’altro c’è molta neve e non ci si sposta agilmente. Eppure sono arrivate almeno una quarantina di persone, di età diverse e aspetto diverso: ci sono delle signore molto curate, ragazzi sulla trentina, un uomo con una maglietta nera e tanti orecchini. Le più giovani hanno ventitré anni: sono due ragazze che temono discriminazioni verso la comunità LGBT. Pensavano che il loro orientamento sessuale non avrebbe rappresentato un problema per il futuro e che la situazione generale del paese al riguardo stesse migliorando ma ora temono di trovarsi in grande difficoltà e di veder minati i loro diritti. La pensa come loro Brian, 26 anni, anche lui omosessuale.

Sarah, cittadina tedesca con la Green Card che risiede e lavora da anni qui come professoressa, ha paura di uscire dagli Stati Uniti e non potervi rientrare. Nelle sue parole, interrotte dalle lacrime, racconta la storia dei suoi nonni, della Germania nazista: non ci si accorge che le cose possano accadere finché non accadono, ricorda a tutti. Non è la sola a versare qualche lacrima. Anche Alexis ha gli occhi lucidi mentre parla della madre sudamericana, che non sa se potrà raggiungerla negli Stati Uniti né se lei potrà andare a trovarla a breve. Elisa dichiara subito la sua timidezza: “non sono riuscita ad ordinare una pizza al telefono fino ai vent’anni”; adesso, però, è disposta a mettersi in gioco, così come aveva fatto suo padre prima di lei durante i movimenti per i diritti civili degli anni Sessanta, dice con la voce rotta. Ai movimenti per i diritti civili accennano anche Joan, Barbara e Devania, l’unica afroamericana presente e l’unica a criticare Obama per non aver fatto abbastanza per i neri e per le persone povere, facilitando a suo dire l’elezione di Trump.

L’ACLU ha aperto la sua prima sede negli Stati Uniti proprio in Massachussets, nel 1920. Matt, responsabile d’area, è venuto a spiegare le attività dell’associazione, che si occupa sostanzialmente di offrire servizi legali alle persone che ne hanno bisogno di fare pressioni sui rappresentanti nel Congresso per l’implementazione di alcuni progetti di legge. Oggi i fronti su cui si sta spendendo l’organizzazione sono legati alle prime disposizioni dell’amministrazione Trump: un progetto di legge che vieti di adottare le misure in merito alla “registrazione” delle persone in base alla nazionalità e alla religione, pratica ritenuta discriminatoria; uno per impedire controlli immotivati sull’attività delle persone, in base al Primo Emendamento; un altro per proteggere il diritto alla privacy legata all’uso dei dispositivi elettronici; uno, infine, per proteggere il diritto delle donne alla salute e all’accesso ai contraccettivi.

Alcune delle persone che il rappresentante dell’ACLU ha davanti a sé non hanno mai fatto attività politica nel corso della propria vita, altre hanno smesso dopo la fine delle mobilitazioni dei Sixties, altri durante l’amministrazione di Bush padre. Con l’elezione di Trump hanno deciso di cominciare. C’è bisogno di educazione alla politica, però, su questo sono tutti d’accordo: alcuni domandano quali siano le differenze tra Senato statale e federale; altri non hanno idea di come funzioni la sponsorship di un progetto di legge.

Più di ogni altra cosa, mi ha stupito la necessità sollevata da qualcuno, tra l’approvazione generale, di organizzare un corso su come reagire alla violenza: una professoressa universitaria, che insegna in una Business School “come combattere il capitalismo”, si è messa a disposizione per svolgere le lezioni. Decidono di rivedersi per capire come comunicare con le persone, che cosa dire loro, perché quello è il vero scopo da raggiungere. Si parte dalle basi ma sembrano tutti molto determinati. Tra le motivazioni più ricorrenti della voglia di attivarsi ci sono la sensazione di solitudine, lo scoramento, la paura e la speranza, la speranza di poter essere utili, in qualche modo. Questa è Boston, però. Una delle città più liberal d’America, la città di Harvard e del MIT.

Tra un bicchiere di vino e una nocciolina, Emily mi racconta che è molto orgogliosa dei suoi genitori, che si trovano in Pennsylvania e stanno cominciando a fare attività politica per la prima volta. Mi dice che fa già parte di un altro gruppo, anche questo nato spontaneamente nel quartiere dove abita, a pochi isolati da qui. “Se ti interessa la questione, c’è grande mobilitazione in giro”, aggiunge.

Nel frattempo, le proteste contro il Presidente sono andate avanti: il 20 febbraio, in occasione del President’s Day, sono scese piazza molte persone in varie città degli Stati Uniti. Due giorni dopo, i politici repubblicani che sono intervenuti nelle Town Halls sono stati duramente contestati.

La protesta sembra montare inesorabilmente tanto a livello nazionale quanto a livello locale. C’è qualcosa di troppo grande in gioco per gli anti-Trumpisti. Durante la piccola riunione di Boston erano tutti d’accordo: “It’s no more about politics”.

 

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