McDonald’s, l’americanista e la storia degli Stati Uniti al cinema, di Maurizio Vaudagna

Vorrei permettermi una gita americanistica fuori porta, parlando di cinema, in particolare del film attualmente in programmazione The Founder, che ho appena visto con gran dibattito in famiglia, e che mi stimola a mettere giù un paio di idee che coltivo da tempo. Magari qualcuno avrà voglia di intervenire sul tema.

the founder

L’intreccio è presto detto: Ray Krock, finora disastroso rappresentante di frullatori, viene fulminato nel 1954 dall’hamburgheria californiana dei fratelli McDonald, che hanno taylorizzato la preparazione del loro prodotto, tagliando i tempi di attesa e fornendo un buon hamburger molto popolare e competitivo con i declinanti drive-ins. Inseritosi nel business, Krock inventa un sistema di franchising su cui costruisce l’impero dei McDonald’s fino ai 35.000 ristoranti attuali in tutto il mondo. Questo eccezionale successo, vero realizzarsi dell’American Dream, viene raggiunto facendo fuori i fratelli inventori, la moglie, gli amici, la legge, la morale, e i valori umani. Ottima interpretazione di Michael Keaton, John Lee Hancock regista di una storia raccontata con solida professionalità. Un ulteriore efficace intervento hollywoodiano, dice un recensore, su un episodio di storia americana.

Anzitutto, ha competenza lo storico americanista a intervenire autorevolmente sull’autonomia della narrazione cinematografica di storia USA? Penso di sì, per varie ragioni. Anzitutto per ragioni di autodefinizione e direi autoconservazione. Le nostre lezioni e i nostri textbooks storici sono travolti sul piano formativo dall’enorme tsunami di narrazioni mediologiche, cinematografiche, elettroniche, che raccontano e interpretano la storia americana. Tutti ci siamo misurati col problema di come rapportarci alle immagini storiche degli Stati Uniti, coltivate fuori di noi dai nostri studenti. Definirci rispetto alla molteplicità delle narrazioni storiche americanistiche in circolazione, esterne alla nostra professione e ai suoi principi, è un tema fondamentale del nostro mestiere.

Peraltro la nostra competenza ci legittima a intervenire sulle narrazioni storiche mediologiche, in particolare americanistiche. Ma come? Credo sia inutile e autolesionista l’atteggiamento dello storico filologo, che ritiene il cuore del proprio compito sottolineare con la matita rossa e blu le discrepanze tra narrazione mediologica e accuratezza fattuale. Questo approccio finisce di fare dello storico una vox clamans in deserto che brandisce solitario una “verità storica” inascoltata e travolta dallo tsunami di cui sopra. Lo storico non può certamente abbandonare il terreno della correttezza fattuale come della interpretazione, ma è augurabile le inquadri e spieghi nella consapevolezza dell’indipendenza della narrazione mediologica, del bisogno di plot coinvolgenti, di spettacolarizzare e vendere.

Torniamo al film: i recensori si dividono su chi sono gli eroi e i villains. Per alcuni Kroch è il cattivo perché viola la legge, la morale, l’umanità e la decenza (con magari una percepibile antipatia del critico per il fast food come tale) ed è disposto a ogni misfatto pur di riuscire. Altri rivendicano invece la neutralità e il distacco del punto di vista narrativo, magari legittimati dall’autosufficienza del cinema che trova al suo interno soltanto i propri modelli di racconto.

Una terza ipotesi, che condivido, è che il film è in ultima analisi una valorizzazione degli “spiriti animali” del capitalismo e dell’imprenditoria. Non vengono affatto nascoste o mimetizzate le nefandezze di tutti i generi che Krock persegue per costruire il suo megabusiness. E tuttavia egli è veramente un fondatore di imperi commerciali, e McDonald’s è in ultima analisi “un impero del bene” che nutre a buon prezzo milioni e milioni di popolo dotato di pochi soldi, e vende un prodotto che resta complessivamente apprezzabile. La scena in cui Krock sostituisce nei frappè, in barba ai puristi ma provinciali fratelli McDonald, il latte in polvere a quello naturale per risparmiare i pesanti costi di refrigerazione, non racconta un degrado del prodotto e un attentato alla salute, ma un accettabile compromesso tra qualità e solvenza finanziaria. In fondo le violazioni etiche e legali finiscono per essere viste come riprovevoli ma necessitate da una competizione e da una opportunity capitalistica che operano una feroce ma giustificata selezione darwiniana a favore dei più innovativi, ambiziosi e determinati.

Il film è stato accolto in modo variegato, con alcune recensioni americane che hanno parlato di trumpismo cinematografico, dato che è proprio questo darwinismo che viene raffigurato come ciò che ha fatto l’America “great” come vuole The Donald. Trovo che l’etichettatura è giustificata e che è proprio ciò che rende il film interessante, anche se non condivido neanche una riga dei valori che vengono proposti.

donald donald

E concluderei avanzando una critica a diversi recensori soprattutto italiani che si muovono sul terreno della autosufficienza del narrato cinematografico e del suo isolamento dai grandi processi valoriali, sociali e culturali del mondo americano e più in generale contemporaneo. Non ce l’ho con chi pensi che Krock è il cattivo: non condivido ma è certo una interpretazione che si può avanzare. Ce l’ho con chi nega che quel nesso tra cinema e spazio più ampio si possa porre: chi postula che il film vada valutato come prodotto in sé, generato esclusivamente dalla storia del cinema stesso, protetto da una discussione sui suoi valori dal primato della sola qualità del narrato cinematografico, magari contestualizzato da un gioco di citazioni con altri films, uno sport che nato come cosa assai seria con l’affermarsi del postmodernismo, è spesso diventato una vuota giaculatoria. Non si tratta ovviamente di dire la banalità che il film “riflette” la società, ma credo che noi storici siamo particolarmente attrezzati per analizzare il nesso tra passato e presente del mondo in cui il film vive. L’autoreferenzialità cinematografica ci ha fatto spesso ingoiare senza reazioni bocconi francamente indigeribili, vedasi ad esempio il familismo conformista e spesso becero di molta cinematografia d’oltreoceano. Un ottimo film può dire cose per nulla condivisibili: la soluzione del dilemma non è nascondere l’uno o l’altro aspetto della ambiguità.

The Founder è quindi un film trumpiano ben fatto ed è proprio per questo che è interessante.

 

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