Relazioni o non-relazioni transatlantiche? L’era Trump e la dimensione euro-americana

«Dato lindebolimento del sistema di valori e della filosofia su cui è edificata la potenza militare americana, ci si trova con un vasto arsenale militare ma senza la base filosofica che permetterà di usarlo correttamente. Dovremmo forse svolgere il ruolo della Grecia nei confronti della Roma americana».

 

Con queste parole sir Geoffrey de Freitas, parlamentare britannico nominato al Parlamento europeo, descriveva in un rapporto del 1976 la posizione che l’Europa avrebbe dovuto assumere nei confronti degli Stati Uniti. Quello che, a suo avviso, mancava alla forza americana era l’elaborazione di un pensiero di fondo che le consentisse di esercitare la sua supremazia bellica in un modo, si può dire, civile. Spettava quindi all’Europa, e alla Comunità europea in particolare, indirizzare l’alleato transatlantico verso il rispetto di determinati valori per non rischiare che questo facesse uso del proprio potere in maniera scorretta.

Quarant’anni dopo, invece, la lettera inviata da Claude Junker, presidente della Commissione europea, e Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, a Donald Trump all’indomani dell’elezione di quest’ultimo alla Casa Bianca parla proprio di valori comuni tra le due sponde dell’Atlantico e di come rafforzarli. Nella lettera si parla di una filosofia condivisa tra Europa e Stati Uniti, che trova le sue radici in temi quali la libertà, i diritti umani, la democrazia e l’economia di mercato, e si concretizza nel lavoro di entrambi gli attori per assicurare pace e prosperità per tutti i cittadini del mondo. In un certo senso si dà per scontato che Stati Uniti ed Europa abbiano trovato numerosi punti di convergenza rispetto alle questioni più rilevanti della politica internazionale. Un tono estremamente diverso da quello del passato, che ha però come obiettivo quello di rilanciare i rapporti transatlantici in un momento in cui questi sono, in realtà, estremamente deboli. Quasi più che negli anni Settanta.

Sono tempi difficili, infatti, per le relazioni transatlantiche. O meglio, sono tempi difficili per quelle che rischiano di diventare del tutto delle non-relazioni. Il confronto tra Stati Uniti ed Europa è raramente stato così blando come in questo momento. Ci troviamo in un momento di stallo, davanti a un bivio: tentare attivamente di rilanciare le relazioni transatlantiche o arrendersi al fatto che l’unica alternativa sia la retromarcia e la ricerca di partner diversi.

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Qual è il motivo di questo raffreddamento nei rapporti? Perché le relazioni transatlantiche stanno attraversando un momento così difficile? Certo, non si può dire che i rapporti tra Stati Uniti ed Europa (e Unione europea in particolare) si siano rafforzati in modo consistente durante la presidenza Obama, poiché quest’ultimo ha concentrato piuttosto i suoi sforzi diplomatici sul Pacifico e sulla Cina. Tuttavia, il distacco attuale risponde soprattutto a un nome, Donald Trump, e a quello che il neo-eletto presidente ha affermato durante la campagna elettorale.

Il primo punto dolente è la NATO, che Trump non ha esitato a definire obsoleta, impegnata su fronti permeati di anacronistico clima da Guerra fredda (come la questione Ucraina) e troppo costosa per gli Stati Uniti. Secondo il tycoon, la NATO dovrebbe dirigere la sua attenzione verso problemi esterni al vecchio continente, come l’avanzata del sedicente Stato islamico e la questione siriana. Gli Stati membri di quell’organizzazione, inoltre, a suo parere dovrebbero contribuire di più al finanziamento della stessa e impegnarsi a trovare il modo di difendersi da soli. Inutile dire che questa opzione non ha trovato il favore dell’Unione europea, che non solo non ha un esercito di difesa comune, ma teme forse che la politica atlantica passi per l’alleato statunitense in secondo piano.

Un altro problema riguardante la politica estera della dimensione euro-americana è la Russia: Trump ha intessuto durante la campagna elettorale una complessa trama di scambi, ammiccamenti e amicizia con il presidente Putin, a cui invece l’Unione europea contesta l’inasprimento della politica interna (come lo scarso rispetto dei diritti civili) e la presenza ingombrante sulla scena globale. Il fattore russo ha influito pesantemente sulla campagna presidenziale statunitense e questo potrà successivamente avere importanti conseguenze geo-politiche di livello internazionale.

Quasi lo stesso si può dire per il legame tra Trump e Nigel Farage, leader inglese dell’UKIP che ha portato la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea. Farage è stato il primo politico straniero a essere ricevuto dal neo-eletto presidente statunitense ed è l’uomo che Trump spera di vedere come ambasciatore della Gran Bretagna negli Stati Uniti, così come lo stesso Trump ha scritto in un tweet dello scorso 22 novembre. Una posizione, questa, che non può essere interpretata in maniera positiva da parte dell’Unione europea, e della Commissione in particolare, e che si è aggiunta alla lista di tensioni tra le due sponde dell’Atlantico.

A questo si aggiunga il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), contestatissimo accordo commerciale transatlantico per il libero scambio, a cui la Commissione europea sta lavorando dal 2013 e che Trump però sembra voler lasciar perdere. Il TTIP, infatti, si trova in un momento di stallo a causa delle forti critiche ricevute dalla società civile europea e le posizioni tra i due blocchi sono molto distanti tra loro, soprattutto in riferimento ai diritti dei consumatori. Se non si può affermare che Trump abbia spesso fatto riferimento a questo accordo, si può quindi immaginare che abbia in mente di ignorarlo o addirittura di abbandonarlo così come ha affermato di voler fare con il Trans-Pacific Partnership, partenariato concluso dal presidente Obama insieme ad altri undici Paesi del Pacifico. Last but not least, va ricordata la questione ambientale. Trump non sembra intenzionato a prestare fede agli accordi presi dal suo predecessore rispetto al climate change, su cui l’Unione europea ha invece puntato e sta ancora investendo molto (si consideri, ad esempio, l’ottimistica serie di accordi sanciti dalla cosiddetta Cop 21 di Parigi). Anche per questo Junker, nella sua lettera a Trump del 9 novembre, ha voluto sottolineare come la difesa dell’ambiente sia una delle sfide di cui è necessario che Stati Uniti e Unione europea si occupino assieme. Su questo però, così come per il resto, non ha ricevuto risposta, anche se pare che l’incontro tra Donald Trump e Al Gore sul clima dello scorso 5 dicembre sia stato produttivo e apra degli spiragli di fiducia sul tema.

I vertici europei si sono dimostrati preoccupati per l’elezione a presidente di Trump per molti motivi, tra i quali emerge la distanza tra le sue idee e i valori fondanti dell’Unione europea e la possibile svolta degli Stati Uniti verso un maggiore disimpegno. Nonostante questo, si sono rivelati confidenti nel fatto che il Trump presidente avrà toni molto più tranquilli di quelli usati durante la campagna, anche se i primi segnali, come la telefonata a Taiwan, non sono molto confortanti. Il messaggio più incoraggiante rispetto al futuro delle relazioni transatlantiche, in questo senso, è arrivato all’indomani delle elezioni di Trump in un tweet dell’Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini: «EU – US ties are deeper than any change in politics. We’ll continue to work together, rediscovering the strength of Europe».

Il desiderio della leadership europea, o almeno di quanti hanno finora espresso ufficialmente le posizioni dell’Unione, è quindi quello che si continui a lavorare insieme. A modo suo, anche Obama ha voluto lanciare il medesimo messaggio di speranza recandosi in Europa con uno dei suoi ultimi viaggi come presidente degli Stati Uniti. Non a caso Obama ha visitato, oltre alla Germania, la Grecia, considerata culla dei valori che Stati Uniti e Unione europea ritengono di avere in comune e soffermandosi proprio nei luoghi cardine della nascita della democrazia, come l’Acropoli di Atene. Forse la Roma americana, per un momento, ha ancora avuto la volontà politica di guardare alla filosofia di quella Grecia europea invocata da de Freitas negli anni Settanta. A patto che, come auspicato dallo stesso Obama, l’Europa sappia dimostrarsi unita e gli Stati Uniti continuino a essere aperti al dialogo. Sarà ancora così, durante l’era di Trump?

 

 

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