“Sleeping giant”: le comunità ispaniche si muovono, lentamente, di Lorenzo Carchini

Doveva essere l’elezione in cui il “gigante dormiente” degli ispanici avrebbe dovuto alzarsi e decidere la contesa, spinti dalle posizioni anti-immigrazione mantenute da Donald Trump, ma alla fine il loro voto non è bastato a contrastare l’ondata bianca del candidato repubblicano. Ciò non toglie che i risultati nelle aree densamente popolate dalle comunità ispaniche indicano un aumento degli elettori rispetto al 2012, mentre lo studio condotto da Edison Research illustra che esse hanno comunque giocato un ruolo importante.

Nel voto di martedì scorso, Hillary Clinton ha ottenuto il 65% dei voti Latinos, secondo il National Election Pool Data,  attestandosi su un livello simile a quello del 2008, quando il 68% appoggiò Barack Obama. Tuttavia, un dato in netto calo se confrontato con quello del 2012, quando la rielezione del Presidente uscente fu spinta dal 71% dei Latinos accorsi alle urne. Mentre Hillary ha vissuto un trend negativo, Donald Trump si è assestato sul 29%, una performance che ha migliorato di poco quella di Mitt Romney nel 2012 (27%), ma al di sotto di quella di John McCain quattro anni prima (31%).

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Risultati che indicano nelle comunità latine le grandi sconfitte dell’elezione. Hanno appoggiato Hillary in un rapporto di 2 a 1, ma non sono riuscite a fare la differenza, nonostante l’avversario fosse un uomo che le ha ripetutamente minacciate ed insultate. La sconfitta è amara perché decretata dai milioni di bianchi che hanno sostenuto Trump, in senso di rigetto da parte dei loro stessi concittadini o vicini di casa. C’è stato un effetto Trump? Se venissero confermati i dati usciti sin da mercoledì scorso, che danno un 11% di partecipanti al voto, un cifra simile a quella del 2012, allora no, non c’è stato.

Questioni di strategia, anche da parte del candidato vincente. Secondo NBC News, sulla questione immigrati, il 68% degli elettori ispanici si è opposto alla costruzione del muro lungo il confine col Messico, una percentuale nettamente maggiore rispetto ai bianchi (46%), ma decisamente inferiore dei neri (82%). In sede di sondaggio, alla domanda sugli immigrati clandestini, il 78% dei Latinos si è detta favorevole ad offrire loro la possibilità di ottenere lo status di legalità, rispetto al 67% per i bianchi e all’82% per i neri. In generale, dunque, la questione immigrazione non sembra fosse da considerarsi al centro delle preoccupazioni del paese (il 19% l’ha considerata tale), ritenendo più importante la questione economica (46%) e la minaccia terroristica (20%).

Di fronte a questi dati, Trump semplicemente si è “scansato”: il firewall latino è situato perlopiù in California, New York e Texas, stati già decisi in partenza. Il tycoon si è invece concentrato in aree dove la popolazione latina è tutto sommato ridotta (con eccezione della Florida), come nelle le vecchie aree industriali, spremendo al meglio dai Collegi Elettorali mobilitando una parte dell’elettorato a costo di alienarsene un altro.

Tuttavia, la partecipazione ed il peso del voto degli ispanici è stato particolarmente importante in alcuni stati. Si pensi al caso della Florida. Nella contea di Orlando, dove negli ultimi anni si è registrato un netto aumento di popolazione portoricana, il margine di distacco fra Hillary e Trump è stato di 134.000 voti a favore della democratica, 50.000 in più rispetto a Barack Obama nel 2012. Nella “ispanicissima” contea di Miami-Dade, la Clinton ha superato il suo avversario di 290.000 voti, 80.000 in più di quanto fatto da Obama. Proprio nella Florida latina, dove la vasta comunità cubana da sempre sostiene il Partito repubblicano, Hillary ha guadagnato il 67% dei voti, il 9% in più rispetto a Obama quattro anni fa.

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Nonostante un trend positivo, la Florida è andata a Trump, capace di raccogliere il voto del resto dello stato. Un caso esemplare di come si è svolta l’elezione statunitense in molte di quelle aree a vasta concentrazione ispanica.

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Questa situazione si è ripetuta in Arizona e Nevada, dove molti di quelli di seconda generazione si sono recati alle urne per la prima volta. Qui questo nuovo elettorato ha permesso l’elezione della prima senatrice latina nel Nevada, Catherine Cortez Masto, ma anche la sconfitta dello sceriffo della contea di Maricopa (AZ) Joe Arpaio, noto per le sue durissime prese di posizione contro gli immigrati. Anche questo costituisce un dato importante di un’elezione storica: non solo per la prima volta i Millennials rappresentavano una percentuale di popolazione pari ai Babyboomers, molti dei Latinos oggi sono nati negli Stati Uniti, sono cittadini a tutti gli effetti, magari con parenti ed amici che ben conoscono la realtà del confine e lo status d’irregolari. Un dato destinato a crescere, dal momento che da più di un decennio la popolazione ispanica costituisce un segmento dell’elettorato in aumento costante. I numero di elettori – quindi dai 18 anni in su – è cresciuto di 4 milioni in appena 4 anni – un milione all’anno – per contare oggi circa 27,3 milioni: il 12% dell’elettorato.

Ma il “gigante” esiste?

Un elettorato “potenziale”. Nel 2012 soltanto il 48% si recò effettivamente alle urne, pochi rispetto al 66,6% dei neri ed al 64.1% dei “non-Hispanic whites”. Nel 2014 essi costituivano il 17% della popolazione totale (55 milioni) con un ulteriore aumento dell’11% previsto entro il 2060: sono e saranno la più vasta minoranza del paese – solo il Messico può vantarne una comunità maggiore.

Dunque il problema è portare questa importante fetta di elettorato al voto, così come accadde in epoche remote con le altre minoranze, coinvolgendole e mobilitandole. “Latinos are Republican, they just don’t know yet”, diceva Ronald Reagan nel 1983.

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A distanza di trent’anni,  ancora non possiamo dire con certezza se essi costituiranno un serbatoio di voti certo per l’una o l’altra parte. Nel 2008, Obama spese circa 20 milioni di dollari per concentrarsi su quella fetta d’elettorato. Nel 2012 spese otto volte tanto in pubblicità in spagnolo. L’obiettivo erano i comunità della Florida, del Colorado e del Nevada.

Il voto ispanico, però, i democratici non lo hanno scoperto ora. Già nel 1960 Jacqueline Kennedy registrò advertisement in spagnolo per la campagna del marito. Da allora il “Latino vote” ha raggiunto proporzioni inimmaginabili – si pensi al colosso Univision e a presentatori come Jorge Ramos, delle vere e proprie superstar: “Nobody can make it to the White House without Univision”. Parimenti, è giusto chiedersi, alla luce del risultato di Hillary oggi, se esista un voto ispanico pan-etnico, come spesso è stato dipinto nelle narrazioni dominanti.

I sondaggi condotti da Pew e Gallup mostrano, infatti, un quadro ben più frammentato: i Latinos non condividono un comune senso culturale ed identitario e l’associazionismo legato al voto ha sempre patito questa divisione, tanto quanto i partiti. Lo stesso nome loro affibbiato è una costruzione americana, risalente ai censimenti del 1997.

E se il voto del Latinos costituisse più un desiderio che una realtà? Come spiega Ana Castillo, esiste uno “universe of differences” tra gli individui che dovrebbero costituire questa popolazione: differenze storiche, identitarie e culturali[1]. Un percorso di unificazione risulta dunque difficoltoso e, secondo Christian Zlolinski è ancora ai primi passi[2]. Solo recentemente queste comunità hanno deciso di unirsi sotto una medesima bandiera per alcune significative lotte civili: dalle condizioni nel mondo del lavoro al rafforzamento delle comunità. Potrà ciò portare, infine, delle popolazioni diverse per background etnico, paese d’origine, condizioni economiche e sistema migratorio ad un unico “Latino vote”? Questa elezione dimostra che un capitale politico è in atto di accumulazione, così come sono in aumento le organizzazioni civiche ed i membri delle istituzioni, ma tra quanto potremo davvero parlare di un voto unito?



[1] Louis DeSipio, “Latino Civic and Political Participation,” in Hispanics and The Future of America, ed. Marta Tienda and Faith Mitchell (Washington: The National Academies Press, 2006), 449; Sharon Ann Navarro and Armando Xavier, Latino Americans and Political Participation: A Reference Handbook, Santa Barbara ABC-CLIO, 2004.

[2] Christian Zlolniski, “Political Mobilization and Activism Among Latinos/as in the United States,” in Latinas/os in the United States: Changing the Face of America, ed. Havidán Rodriguez, et al. (New York: Springer Science + Business Media, 2008), 359.

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