Oh, Cielo! Ha vinto Trump, di Maurizio Vaudagna

Il che non è soltanto l’inaspettato, come tutti dicono, ma è anche ciò che moltissimi di noi, pubblica opinione e osservatori d’America a preferenza democratica (ma anche molti conservatori) rifiutavamo di dirci. Lo svarione, l’ultimo di una lista iniziata col rifiuto a inizio delle primarie di pensare a Trump non solo come una passeggera stella cadente, non può essere minimizzato con una rapida ritirata dagli errori commessi sotto la tettoria protettrice del distacco analitico. Visto che la cappella ha riguardato giornali, opinion polls, accademici piccoli e grandi, esperti e osservatori di varia estrazione, il problema è certo analizzare perché questo mondo, con molti soldi, strumenti sofisticati, tecnologie comunicative, ha drammaticamente sbagliato analisi e previsioni. Ma si pone anche un problema individuale: come mai ciascuno di noi ha egualmente sbagliato e che atteggiamento ciascuno di noi intende prendere di fronte alla nuova presidenza? Sono convinto che non si possono commentare a caldo le elezioni senza una bella dose di soggettività.

Queste elezioni sottolineano che in America c’è un enorme “problema bianco” (e al suo interno un “problema bianco maschile”). Esso riguarda in primo luogo i colletti blu e quelli bianchi degli impieghi medio-bassi nel Sud e nell’Ovest e nelle aree del declino industriale, che si sono visti sostituiti sul lavoro dai robot o dagli immigrati recenti, o i cui posti sono volati all’estero, mentre i loro redditi e salari sono fermi o in declino da vent’anni. Di questo soggetto si è parlato giustamente molto e (benché i flussi elettorali si possono adesso solo immaginare) la strategia di Trump di portarne tanti a votare sembra abbia funzionato. Peraltro rilevazioni d’opinione dicevano che Trump era molto più bravo di Hillary a entusiasmare i suoi seguaci. Il che in un sistema molto polarizzato dove ben pochi voti passano da uno schieramento all’altro, si è rivelata una risorsa importante.

trump

Ma “il problema bianco” non riguarda solo loro. Trump ha fatto più volte appello agli entusiasti di Sanders, sostenendo che, pur obbedendo a valori ultimi diversi, le due aree elettorali avevano aree e zone grigie in comune. Certo i sandersiani non condividono sessismo, razzismo e culto aggressivo della ricchezza. Ma condividono invece il senso di ingiustizia economica, di diseguaglianza cresciuta a livelli vergognosi, di slancio anti-establishment. Il traghetto di voti da Sanders a Hillary non ha funzionato, molti dei giovani (e meno giovani) sandersiani prevalentemente bianchi e di ceto medio colto, sono stati a casa e magari qualcuno ha anche votato per il “candidato indecente”.

Durante la campagna delle primarie democratiche si sottolineava che, mentre Sanders insisteva sulla giustizia socio-economica, Hillary parlava soprattutto di inclusività su base multiculturale. Ma qui nasce la divaricazione. Trump s è scagliato contro il “politically correct” con il che intende l’ordine socio-economico emerso soprattutto (anche se non solo) durante l’espansione globalista e tecnologica di Bill e il modo in cui Obama ha operato per uscire dalla crisi del 2008. “Politically correct” voleva dire inclusività su base multiculturale, etnico-razziale e di genere, ma poca attenzione si dedicava all’equo spalmarsi dei benefici dell’espansione o dei progressi nell’uscita dalla crisi su tutti gli interlocutori sociali. Inclusività ed equità tendevano così a separarsi.

E questo si traduceva anche nella conversazione pubblica nazionale e internazionale. Tutti noi, bravi cittadini informati e progressisti ed osservatori grandi e piccoli, quando abbiamo parlato di multiculturalismo inclusivo abbiamo sottolineato le donne, i gay, i neri, gli immigrati, sottolineando che tanto nel 2025 i non-bianchi sarebbero stati maggioranza. Ma dei bianchi, soprattutto dei maschi bianchi, dicevamo poco o niente, accettavamo distrattamente che fossero una palude indistinta senza voce unificata. Invece, a forza di individuare pluralismi multiculturali separati, donne, neri, latinos ecc., abbiamo creato intorno ai bianchi una serie di confini e separatezze che ha per contrasto finito per individuare un “soggetto bianco” che ha cominciato a parlare per sé e a cercare propri rappresentanti. Nessuno lo diceva apertamente, ma si poteva facilmente dedurre a contrario che era stato il maschio bianco che aveva costruito quell’America ingiusta cui i democratici avevano dovuto rimediare per raggiungere un decente equilibrio inclusivo e multiculturale. Cosicché l’ingiustizia economica si è unita a destra e a sinistra alla percezione di esclusione, colpevolezza, e non appartenenza e ha creato una miscela esplosiva per cui un ceto molto patriottico che si opponeva al “politically correct” del genere, razza ed etnia, sboccava nel pregiudizio e nel razzismo.

Naturalmente si può giustamente dire che il disastro non è dovuto soprattutto a questa spiegazione, ma semmai al neoliberismo mai sconfitto, alla destra populista di molte parti del partito Repubblicano. Tutto vero, ma resto convinto che di fronte a questo disastro che tutti ci coinvolge, lo spazio autocritico deve avere la precedenza.

Per il partito Democratico si è avverato l’incubo. Nei libri di storia di domani per esemplificare un emblematico disastro del partito si citerà la vittoria di Trump. Ci sono tuttavia fattori della debacle che si possono cominciare ad individuare.

Anzitutto Hillary era la candidata sbagliata, tutta establishment e Wall Street in tempi anti-establishment e anti-Wall Street, candidata poco entusiasmante e poco trasparente. Frutto di un politicismo che ha privilegiato i compromessi di partito, facendone una candidata predestinata da sempre, senza alternative se non da un  outsider come Sanders, trascurandone l’efficacia come raccoglitrice di voti. Certo, la prima presidentessa donna. Magnifico! ma le donne bianche hanno votato più come bianche che come donne. La sconfitta non era affatto predestinata, con un candidato migliore i democratici avrebbero potuto vincere ad esempio, presentando la senatrice Warren, donna, molto popolare, a metà strada tra il centrismo di Hillary e “l’estremismo” di Sanders. Trump era un candidato battibile con molte debolezze: il dato che “the Donald” ha preso circa gli stessi voti di Mitt Romney nel 2012, e che invece Hillary ne ha raccolti tre in meno di Obama, indica che non ha tanto vinto Trump ma hanno soprattutto perso Hillary e i democratici.

In secondo luogo, ancor peggio, i democratici non hanno capito i movimenti profondi del “problema bianco”. Il che per un grande strumento politico che ha come proprio compito quello di capire proprio questo e di tradurlo in risultato politico elettorale, ed ha mezzi umani e tecnologici conoscitivi enormi, è un disastro drammatico. Il partito ha riciclato una versione del billclintonismo e dell’obamismo senza la novità e l’efficacia di quei candidati, e senza la crisi dei repubblicani di George W. Bush che aveva aiutato Bill a vincere.

Terzo, e il più importante di tutti: è legittimo chiedersi se questo fracasso non rappresenta la fine di un ciclo storico del partito Democratico (anche se parlare della fine del ciclo è quasi un riflesso condizionato quando capita una frana drammatica). Non è però legittimo pensare che lo iato tra inclusività ed equità, la globalizzazione che divarica vincenti e perdenti, la crescita fondata sulla frontiera tecnologico/ambientalista che dimentica i molti che questa frontiera non abitano, tutto questo significa la crisi profonda o la fine di quella rifondazione del partito Democratico, via dalla centralità del patto sociale e dall’eredità del New Deal, che ha portato prima Bill, poi Barack alla presidenza? Se Trump è il candidato di opposizione che ha vinto, quella è l’America cui si è opposto. Forse il partito Democratico, con una dirigenza drammaticamente squalificata, deve mettersi a pensare a una nuova difficile visione dell’America.

Detto questo, torniamo al soggettivo. Resto convinto che gli Stati Uniti si sono dati un presidente disgustoso: razzista, sessista, ballista, super evasore fiscale, aggressivo nella convinzione che la ricchezza può violare e comprare tutto e tutti, persone, cose, diritti, valori, afflitto da un populismo con venature antidemocratiche in un paese dove il populismo è stato quasi sempre partecipativo. Un presidente che tenderà ad accentuare l’ingiustizia, diminuendo l’inclusività, degradando lo spirito democratico del suo paese e del mondo, pronto a prendere misure economiche volte a beneficare proprio quell’establishment cui tanto dice di opporsi.

Non so valutare l’attuale dibattito su un Trump domato dai mille vincoli della presidenza o presidente “cavallo pazzo” dell’estremismo populista di destra. Immagino che sarà un misto di entrambi, ma la direzione, qualunque la velocità, so che non mi piacerà. Egualmente non condivido l’assolutismo mediologico, della cui importanza pure non dubito. Il presidente della rete nazionale americana CBS ha famosamente detto: “Trump non è un bene per il paese, ma è ottimo per a CBS”. Trump è stato ed è un personaggio infinitamente “notiziabile” che offre ai comunicatori un sacco di materiale. Durate questa campagna elettorale mi è capitato di osservare operatori e studiosi della comunicazione che erano trumpisti involontari, affascinati dalle occasioni, immagini e notizie che Trump gli forniva. Resto convinto dall’atteggiamento “ingenuo” che Trump non è invenzione dei media, ma, come in molte occasioni politico elettorali, dei grandi problemi nazionali e internazionali della società e del mondo, che poi i media raccolgono, rielaborano, amplificano e diffondono.

Dopo i molti errori compiuti, credo che il compito soggettivo e collettivo che aspetta chi si occupa di cose americane, sia di vivere fino in fondo la tensione tra il desiderio di conoscere, analizzare e informare, che tuttavia non deve cadere nella neutralità. Deve invece incontrarsi con i valori che ciascuno di noi coltiva e che filtrano nel processo conoscitivo. Desidero fin da oggi provare a capire cosa Trump fa e farà, ma, per quel che conta, resto decisamente antitrumpiano, e questo risulterà sicuramente anche dalle analisi, anche le più equilibrate, che, come operatore culturale, mi capiterà di fare.

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