I partiti americani e le elezioni presidenziali, di Maurizio Vaudagna

Una decina di giorni fa mi era stato chiesto un intervento sul tema del titolo. Avevo previsto di trattare le difficoltà del Partito repubblicano dopo l’elezione di Hillary Clinton. Era un momento in cui  essa sembrava solidamente in testa alle previsioni di voto, tant’è che la sua campagna, e il Partito con lei, sembravano soprattutto impegnati a quel punto a rafforzare la posizione dei democratici in Congresso e a recuperare la maggioranza in almeno una delle Camere.

Oggi, a pochissimi giorni dalla data elettorale, i candidati sono circa alla pari nelle previsioni, gli stati incerti sono di difficile attribuzione, il tentativo dei democratici di focalizzare sul Congresso i propri sforzi è sparito dall’orizzonte, ed è impossibile dire con qualche autorevolezza chi sarà il presidente.

I ripetuti interventi dell’FBI, la riapertura del caso delle email private di Hillary e del perdono Clinton-Rich, hanno cambiato in extremis il corso della elezione. Informazioni e voci su conflitti inter-istituzionali tra FBI e il Dipartimento della Giustizia, controversie interne allo stesso FBI, e la ininterrotta tradizione di destra e complottista che risale fino al direttore Edgar Hoover, legittima molti punti interrogativi sul fatto che gli interventi siano dovuti solo ad obbligo legale e correttezza istituzionale e non rispondano invece a un disegno di parte.

Quindi la mia previsione che il Partito democratico si sarebbe riunificato intorno al nuovo presidente e che quindi le difficoltà si sarebbero concentrate nel Partito repubblicano, si è rivelata errata, e la potenzialità di crisi riguarda adesso entrambi i partiti.

Finora il bipartitismo americano ha mostrato un volto a due facce contemporaneamente ammirevole e fragile. Malgrado i terremoti sociali significati dalle candidature di Trump e di Sanders, è tuttavia da sottolineare che lo scontento si è incanalato attraverso il sistema bipartitico e, a differenza di quanto è avvenuto, nella maggior parte dell’Europa, non è emerso nessun grande terzo partito capace di sfidare il tradizionale allineamento. É un segno che malgrado tutto, repubblicani e democratici hanno profonde radici nella società americana.

republicans vs democrats

D’altra parte l’erosione della credibilità delle direzioni di partito è stata profonda da entrambi i lati. Certo più radicale nel campo repubblicano: la candidatura di Trump, inattesa e sgradita a molti dirigenti repubblicani, è, tra le altre cause, il risultato della polarizzazione sociale, politica e comunicativa che ha caratterizzato gli ultimi venticinque anni circa della politica congressuale, nazionale e locale americana. I leaders repubblicani hanno perseguito questa strategia in opposizione prima a Bill Clinton, poi ancor più d Barack Obama, fino a degli estremi che hanno finito per fargli perdere il controllo del processo e costringerli ad accettare un candidato presidenziale ancor più estremo, che pochi di loro avevano desiderato e favorito.

Ma i problemi sono stati notevoli anche per i democratici. La campagna di Sanders per la giustizia economica ha mostrato che vasti strati di potenziali votanti democratici, i cosiddetti “millennials,” e fasce della classe media colta, nutrono dubbi sulla capacità della leadership democratica di attivare politiche inclusive e di  equanimità socio-economica, e i loro voti non sono facili da trasferire da Sanders a Clinton.

Cosa potrebbe capitare al Partito repubblicano se Clinton dovesse vincere? Nel 2008 alcuni osservatori acuti avevano previsto che, se Mitt Romney avesse perso, e il democratico Obama fosse stato rieletto, sarebbe scoppiata tra i repubblicani una “guerra civile” perché la destra populista avrebbe preteso che uno dei loro fosse il candidato del 2016, contro i reaganiani più elitari, centristi e moderati (da notare che oggi senza eccezioni tutti i repubblicani sono reaganiani). Le attese dei repubblicani di vincere la Casa Bianca non erano irragionevoli: due grandi vittorie nelle elezioni intermedie dell’era Obama gli avevano fatto conquistare il Congresso e la maggior parte dei governi statali, e avevano bloccato con successo il programma legislativo del presidente per gran parte delle sue amministrazioni. Il reaganismo neoconservatore si mostrava ben vivo!

Ma poi era capitato l’inatteso e la strategia di polarizzazione radicale si era rivelata controproducente. Il risultato era stato un candidato alla Casa Bianca debole, che mobilitava sì la destra bianca maschile, ma distruggeva il lungo sforzo del partito di collegarsi alle numerose minoranze e di smettere di essere visto come il partito “bianco” o, peggio ancora, come il partito “maschile bianco”. E d’altra parte Trump distruggeva radicati principi di partito come l’interventismo unilateralista in politica estera. La competitività di Trump come candidato presidenziale non è stata dovuta ai suoi punti di forza, ma alle debolezze della sua rivale democratica.

Lasciamo per un istante da parte l’ipotesi, sinistra ma possibile, che Trump vinca. Vediamo se Trump perde: fino a solo pochi giorni fa il potente Speaker della Camera, Paul Ryan, aveva sottolineato che lo scopo principale della campagna repubblicana era mantenere il predominio in Congresso e contenere le iniziative del nuovo presidente democratico. Ma come riuscirci? Il senatore John McCain ha fatto intendere che sarebbe pronto a coinvolgersi di più nel Partito repubblicano dopo le elezioni, e numerosi voci auspicano un ritorno in campo di Mitt Romney. Sono indicazioni che suggeriscono che i reaganiani moderati potrebbero rialzare la testa e promuovere, dati i disastri della strategia radicale, un atteggiamento legislativo più pragmatico su temi come il salario minimo, l’immigrazione, la spesa pubblica per infrastrutture. Ma la destra populista non sembra voler far passi indietro sulla strategia congressuale: il senatore Ted Cruz, che potrebbe aspirare alla leadership della destra di partito e degli entusiasti “trumpisti” post-Trump, ha già proposto che il Congresso a predominio repubblicano neghi l’autorizzazione a qualunque candidato presidenziale al nono posto oggi scoperto della Corte Suprema, una procedura abbastanza regolare in passato, lasciando l’organico della Corte incompleto. Certo un approccio ben drastico ai futuri rapporti tra esecutivo e legislativo.

Ma cosa capiterebbe a Trump stesso, una volta sconfitto? Come candidato contemporaneamente di partito ma anche anti-partito, che ha sia mobilitato che diviso votanti e leaders repubblicani, la sua posizione nel partito sarebbe certo ambigua, certo diversa da quella di Romney, le cui credenziali repubblicane, benché candidato presidenziale sconfitto, non sono in discussione. Il “Donald” tornerebbe ai suoi affari immobiliari e ai suoi concorsi di bellezza, come certamente molti leaders di partito desidererebbero? Oppure si proporrebbe come leader della destra populista, dato che la leadership repubblicana avrebbe molta difficoltà a dimenticare gli entusiasmi che ha suscitato e lo iato profondo tra establishment repubblicano e seguito politico che la sua candidatura ha enfatizzato?

Per il Partito democratico la sconfitta di Hillary sarebbe un vero incubo: squalificherebbe lei e i suoi principali sostenitori, tra cui Barack e Michelle Obama, Bill Clinton e molti leaders congressuali; significherebbe la perdita di una storica occasione di raggiungere una vittoria eclatante alla Casa Bianca e al Congresso; metterebbe il partito di fronte alla sinistra possibilità di una presidenza e di un Congresso dominato dalla destra repubblicana. Il partito entrerebbe probabilmente in una crisi drammatica.

Una decina di giorni fa il Washington Post ha pubblicato un commento che si chiedeva: come mai il candidato democratico non ha un vantaggio ben più largo alle rilevazioni di opinione di fronte a un competitore così strampalato? E rispondeva: perché Hillary è incapace di sollecitare la lealtà e l’entusiasmo dei democratici, e perché la sua storia politica è zavorrata da troppe vicende poco chiare.

Penso che l’articolo sollevasse un punto rilevante: spero che Hillary vinca perché il contrario sarebbe ancor peggio. Ma, anche se ciò avviene, il suo margine su Trump sarà probabilmente minimo, fin dal primo giorno il nuovo presidente sarà soggetto a inchiesta penale, e con ogni probabilità il Congresso resterà in tutto o in parte in mani repubblicane. Potrebbe questo risultato essere chiamato una vittoria democratica? Molto poco a confronto di quella che avrebbe potuto essere un trionfo a valanga di fronte a un candidato repubblicano autolesionista. Sarebbe al massimo una consolazione!

Il che permette un’ultima domanda: Hillary era il miglior candidato democratico? Nelle primarie Hillary ha affrontato solo la competizione di un outsider (Sanders), ma nessuna sfida è emersa dai ranghi dell’establishment democratico, la cui direzione ha anzi manipolato le regole a suo favore. La sua candidatura appare predestinata da sempre da un accordo intoccabile, di lungo periodo tra le fazioni del partito, risalente probabilmente alle trattative seguite alla sua sconfitta del 2008 contro Obama. E dire che c’erano altri candidati (e candidate) di partito che avrebbero probabilmente fatto meglio: la senatrice Warren, Nancy Pelosi, il vice-presidente Biden, tanto per dirne alcuni. Ciò che abbiamo visto è un’orrenda campagna elettorale combattuta tra candidati affetti da macchie diverse ma significative.

A pochi giorni dal voto si può augurare agli americani che vinca Hillary; ma gli si deve contemporaneamente augurare che, per il bene della democrazia, la prossima elezione presidenziale sia più decente e combattuta da candidati più credibili.

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