Gli Afroamericani tra Obama e Trump, di Demetrio Antolini

Il 24 settembre 2016 Obama inaugurava a Washington D.C. il primo National Museum of African American History and Culture dopo un percorso tortuoso lungo oltre un secolo e portato avanti in anni recenti in maniera bipartisan grazie al ruolo di George W. Bush, che ne autorizzò la costruzione nel 2003, e soprattutto alla spinta lunga quindici anni dell’attivista e politico John Lewis. Proprio in occasione di quell’inaugurazione, Obama dichiarava: “We are large, containing multitudes. Full of contradictions.  That’s America. That’s what makes us grow. That’s what makes us extraordinary”. Il suo discorso parlava di contraddizioni e di contrasti stridenti come un gesso sulla lavagna, che oggi ritroviamo ancora più potenti osservando il nuovo presidente eletto degli Stati Uniti, Donald J. Trump, sedersi alla Casa Bianca proprio al fianco di Obama e sotto lo sguardo vigile di un mezzobusto di Martin Luther King Jr.

Da “I have a dream” a “I have a nightmare”, per dirla con le parole del conduttore di The Daily Show, Trevor Noah. Non è un mistero, infatti, che Donald Trump abbia un rapporto quantomeno infelice con la minoranza afroamericana. Diversi eventi di cui tanto si è parlato durante l’appena conclusa campagna elettorale stanno lì a dimostrarlo. Per citare forse i più celebri: la convinzione che Obama non sia realmente nato negli Stati Uniti, sostenuta e reiterata per cinque anni e solo recentemente ritrattata; il rifiuto di parlare alla convention della N.A.A.C.P.; il sostegno ottenuto dal Ku Klux Klan, mai veramente condannato e, più in generale, le innumerevoli dichiarazioni stereotipate durante la campagna elettorale, nel tentativo di rivolgersi all’elettorato afroamericano (What the hell do you have to lose?).

Obama - Trump Meeting

D’altra parte, comunque, anche la candidatura di Hillary Clinton presentava le sue crepe, anche se sono rimaste piuttosto in ombra durante le primarie, nelle quali a Bernie Sanders non era bastato dimostrare il suo impegno di lungo corso per la causa dei diritti civili (comprovato da un’adesione in età giovanile al C.O.R.E. e al S.N.C.C.) per ottenere la maggioranza dei voti afroamericani. Tra le maggiori colpe di Hillary vi è sicuramente l’appoggio al Violent Crime Control and Law Enforcement Act (comunemente conosciuto come Crime Bill), voluto dal marito, allora presidente, nel 1994, che ha avuto come evidente risultato quello di far schizzare alle stelle la popolazione carceraria, soprattutto afroamericana, già peraltro in crescita sin dagli anni Settanta, tramite provvedimenti che colpivano in misura sproporzionatamente elevata le comunità nere. Hillary, sempre nel tentativo di supportare la bontà del Crime Bill, nel 1996 era poi incappata in una spiacevole dichiarazione, che, inserita nel contesto dell’epoca, sembrava equiparare i giovani afroamericani a superpredators. Questi lati oscuri nel suo rapporto con la comunità nera americana, messi in risalto in particolare da Michelle Alexander durante le primarie e ripresi da Trump in un grottesco tentativo di assicurarsi se non altro l’attenzione dell’elettorato afroamericano, non hanno impedito a Clinton di ottenere, grazie anche ad una credibilità familiare profondamente radicata soprattutto negli stati del Sud e ad una percepita inesperienza in materia da parte del senatore del Vermont Sanders, la maggioranza del voto nero alle primarie democratiche, per poi riconfermarsi ovviamente alle presidenziali appena concluse contro il candidato repubblicano.

Concentrandoci su primi dati emersi nei giorni seguenti all’Election Day, emerge come Clinton abbia surclassato Trump per quanto riguarda il voto degli afroamericani, 88% a 8%, secondo i dati raccolti dal New York Times, e questa non è di per sé una novità. Tuttavia, i suoi consensi tra la popolazione di colore sono stati inferiori del 5% rispetto alla precedente elezione presidenziale e l’elettorato nero è calato a livello nazionale dal 13% al 12% sul totale dei votanti. Quattro possibili spiegazioni, che suggeriscono spunti per una possibile riflessione e non risposte univoche, possono essere fornite.

In primis la mancanza di un candidato diretta espressione delle comunità afroamericane, ovvero la mancanza della forza di quegli slogan, Yes We Can e Hope, che erano un messaggio condiviso da larga parte degli americani, ma soprattutto avevano un valore e una forza unica per l’elettorato afroamericano, quella cioè di vedere, a circa 50 anni dalla fine dei movimenti per i diritti civili, un presidente nero alla Casa Bianca. Collegata a questa spiegazione vi è l’altra faccia della medaglia, ciò che in questi anni si è spesso sentito ripetere, ovvero l’“occasione mancata” di realizzare politiche veramente efficaci per contrastare la povertà, migliorare l’istruzione e ridurre il tasso di carcerazione: questo avrebbe creato una certa disillusione nelle comunità afroamericane verso Obama che, in realtà, non ha intaccato di molto i livelli di approvazione del presidente tra la comunità ma ha forse reso meno incisivi i recenti e costanti appelli del presidente a recarsi alle urne. Terzo, è possibile che una parte dell’elettorato afroamericano abbia effettivamente riflettuto sugli scheletri nell’armadio di Hillary e non abbia sentito così impellente una mobilitazione al voto, che già in determinate zone soffre la difficoltà di dover lottare contro leggi svilenti e discriminanti.

Il quarto punto analizza proprio questo fattore: Stephen Pettingrew, un ricercatore di Harvard, ha dimostrato come gli afroamericani mediamente abbiano il sestuplo di probabilità di dover attendere oltre un’ora in fila in sede di voto, spesso a causa delle minori risorse di cui dispongono i seggi nei distretti a maggioranza afroamericana. Questo fatto diventa importante se è vero che, stando ai dati raccolti dal Joint Center for Political an Economic Studies, 730.000 afroamericani non si sono presentati alle urne nel 2012 a causa delle lunghe code di cui avevano avuto esperienza quattro anni prima. A questo si aggiunge, inoltre, la decisione nel 2013 della Corte Suprema di eliminare, con la sentenza Shelby County v. Holder, una parte della sezione IV del Voting rights Act del 1965; questa decisione liberava nove stati, in particolare al Sud, considerati “sospetti” per l’attuazione di leggi elettorali di fatto discriminatorie in passato, dall’obbligo di dover ricevere l’approvazione federale per poter cambiare le proprie leggi elettorali. Conseguenze della decisione della Corte Suprema sono state visibili in luoghi come Arizona, Texas e Alabama, dove i seggi sono stati dimezzati, rendendo più complicata l’affluenza alle urne da parte delle comunità nere. Un’altra decisione a discapito della minoranza afroamericana, scaturita dalla sopracitata decisione della Corte Suprema, sono le voter-ID laws, un ulteriore ostacolo al voto che ha colpito gli afroamericani, statisticamente meno inclini a possedere questo documento di riconoscimento, in particolare in stati come North Carolina e Wisconsin.

Dati i risultati elettorali e il crollo inaspettato di Clinton nella cosiddetta rust belt, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, vinti da Obama per due elezioni di fila con ampi margini e persi da Clinton nel 2016 rispettivamente per circa 12 mila, 27 mila e 68 mila voti, può essere interessante rilevare il comportamento alle urne delle comunità nere presenti in queste zone. Nel caso del Michigan i dati mostrano come nelle aree urbane Clinton abbia confermato il trend positivo dei democratici, ma senza raggiungere i numeri ottenuti da Obama nel 2012. “We didn’t get really engaged this time” citando le parole di Jocelyn Harris, delegata di quartiere per il Partito democratico a Detroit, dove la Clinton ha ottenuto 50 mila voti in meno rispetto al 2012. Un dato simile emerge nel caso del Wisconsin, dove nella contea a Milwaukee, città più popolosa dello stato e a maggioranza afroamericana, Clinton ha ottenuto 43 mila voti in meno rispetto al 2012. In Pennsylvania invece i risultati hanno mostrato un calo dal 13% al 10% nel numero degli elettori di origine afroamericana e un calo di 37 mila voti a Philadelphia. Questa diminuzione dei voti, fa notare giustamente Bruno Cartosio, oltre che per le motivazioni precedentemente ipotizzate, riflette anche la particolare situazione di aree urbane dove decine di industrie hanno chiuso lasciando a piedi i lavoratori, non solo bianchi. A questo proposito è utile ricordare le recenti parole di Cornel West, il quale incolpa Obama di non aver messo in atto politiche in favore di poveri e lavoratori, aggiungendo che probabilmente un candidato come Bernie Sanders sarebbe stato in grado, al contrario, di legare la white working class alle “poor people of color”.

Dall’analisi dei dati, tuttavia, emerge come nonostante una crescita di Trump, Clinton si sia riconfermata il candidato preferito dal voto delle classi “popolari”. A questo proposito non è chiaro se il suo calo rispetto alla precedente tornata elettorale sia da imputarsi, come sostenuto da West, a politiche deficitarie dell’amministrazione Obama o se invece sia dovuto alla percepita appartenenza di Clinton ad un establishment scollato dalla base degli elettori. In generale, secondo uno studio Washington Post, classe ed appartenenza razziale si intersecano, e in particolare nel confronto tra afroamericani e bianchi, più che tra bianchi e latinos, la spaccatura ideologica è forte a qualsiasi livello di prosperità. In effetti, la divisione sulla linea del colore rimane sempre l’elemento che più colpisce tra i dati, ed è resa ancor più lampante in queste elezioni dalla staffetta alla Casa Bianca tra un presidente afroamericano ed uno apertamente sostenuto dal K.K.K..

Se non fosse già evidente, questa elezione ha chiarito che c’è una fetta consistente d’America che non ha digerito gli otto anni allo studio ovale di una famiglia che, almeno negli ultimi due anni, ha dimostrato in diverse occasioni di avere un occhio di riguardo verso le problematiche razziali. Si parla di quella che Van Jones, attivista politico e commentatore CNN, ha definito, a poche ore dalla chiusura dei seggi, “whitelash”, per arrivare al concetto di ri-segregazione sostenuto da Jeff Chang, direttore dell’Institute for Diversity in the Arts della Stanford University. Quello che Jones sottolinea è la resistenza al cambiamento e al progresso sociale e demografico da parte di quei bianchi che si sono sentiti traditi ed esclusi dall’American Dream. Trump per loro ha rappresentato, al di là delle sparate propagandistiche e del vago programma elettorale, il canto del cigno, la difesa disperata di una whiteness che va in senso opposto all’evoluzione demografica e culturale che gli Stati Uniti stanno vivendo. Non è un caso, infatti, che il dato dei cosiddetti millennials che hanno votato per il G.O.P. sia stato il quarto più basso dal 1972. Si tratta in questo caso di considerazioni che sarebbero state valide anche nel caso di una vittoria Clinton. Trump, infatti, rappresenta solo la punta dell’iceberg di una risposta a come è stata percepita la presa di potere di un uomo afroamericano, avvenuta con la storica vittoria di Obama nel 2008. Una vittoria che ha tolto sicurezze a parte dell’elettorato bianco ancora inconsciamente legata a quell’antica affermazione per cui la grandezza del paese e la libertà dell’uomo bianco si costruiva sulla schiavitù prima e la segregazione poi dell’uomo nero. Questo è forse anche il senso della recente affermazione di Michelle Obama “I live in a house built by slaves”, la sua volontà di ricordare ad un elettorato bianco che le fondamenta stesse della loro nazione, ciò che fa loro definire gli Stati Uniti come “the greatest nation on earth”, risiedano in “the lives […] of the President, but also the slave; the industrialist, but also the porter”.

Anti-Trump and Black Lives Matter organizations protest the Republican Convention

L’elezione di Trump serviva a ripristinare la certezza che ci sarebbe stato di nuovo un presidente che avrebbe guardato in primo luogo ai problemi dell’uomo bianco con l’occhio dell’uomo bianco e non che facesse dichiarazioni critiche nei confronti dei bianchi e di chi in generale non riconosceva come legittime le proteste pacifiche dei neri, come fatto da Obama nel luglio 2016. Secondo parte degli esponenti delle comunità afroamericane, quindi, il voto a Trump è andato oltre alla difesa degli interessi di classe per difendere gli interessi di razza. Una sensazione, questa, comunicata in maniera incisiva dai versi di The Blacker the Barry, un brano di Kendrick Lamar del 2015:  Came from the bottom of mankind/My hair is nappy, my dick is big, my nose is round and wide/You hate me don’t you?/You hate my people, your plan is to terminate my culture/You’re fuckin’ evil I want to recognize that I’m a proud monkey.

Se si dovesse individuare un lato paradossalmente positivo dell’elezione Trump, potrebbe quindi essere l’aver riportato l’attenzione sulla spaccatura che corre sulla linea del colore, facendo uscire allo scoperto chi ha mal sopportato l’integrazione della cultura afroamericana nella narrazione dominante messa in atto da Obama. Dalla nomina di Trump dovrà per forza scaturire la scintilla per mettere in moto un’America che, stando al voto popolare, si è dimostrata idealmente contraria a ciò che Trump rappresenta ma che, forse, soprattutto nel caso dei white liberals, è stata accecata dalla presidenza Obama e non si è messa in gioco con il vigore che oggi è invece richiesto, soprattutto nella lotta al razzismo istituzionalizzato e a quello che Jeff Chang definisce un ritorno alla segregazione. Lo U.S. Government Accountability Office ha individuato, infatti, come tra il 2001 e il 2014 il numero delle scuole riservate prevalentemente a neri e latinos sia più che raddoppiato e che nello stesso periodo anche la qualità dei servizi offerti da queste scuole si sia dimezzata. Forme di segregazione avvengono anche nei centri urbani, dove statisticamente famiglie di origine afroamericana con redditi superiori a $100000 continuano a vivere in aree più povere rispetto a quelle abitate da bianchi con un reddito di $25000. La discriminazione razziale è poi presente a tutti i livelli della società, dall’ambito lavorativo, anche nei settori in cui è prevista una preparazione di tipo universitario, fino al racial profiling, la regola del sospetto basato sull’appartenenza etnica utilizzata dalle forze dell’ordine nelle strade.

Proprio il discorso del racial profiling serve ad introdurre l’ultimo punto, ovvero quali saranno e che impatto avranno le politiche domestiche della futura amministrazione Trump sulle comunità afroamericane. A questo proposito è ancora prematuro dare giudizi definitivi. Il programma di Trump prevede un New Deal for Black America, dieci punti snocciolati durante un comizio a Charlotte, NC, il 26 ottobre 2016. Analizzando i punti elencati, emergono diverse crepe; ad esempio, sull’educazione non fa riferimento a nessun tipo di provvedimenti per combattere la ri-segregazione sopracitata. Il punto sull’aumento della sicurezza dei centri urbani parla di incrementare risorse e capacità delle forze dell’ordine per combattere le gangs e lo spaccio di droga nei quartieri, secondo una teoria law & order di nixoniana memoria, che sembra più tranquillizzare l’elettorato bianco che aiutare le comunità afroamericane, e che sorvola completamente su una riduzione delle disuguaglianze alle radici del problema. Anche le dichiarazioni a sostegno della pratica dello stop & frisk, già giudicata incostituzionale nel 2013 e il mancato riferimento ai ripetuti casi di brutalità della polizia, che certamente hanno contribuito ad aumentare la tensione razziale del paese sotto la presidenza Obama insieme alla totale ostilità al movimento Black Lives Matter, non dimostrano di certo un’apertura verso le issues delle comunità afroamericane. Senza considerare la sua volontà di smantellare l’Affordable Care Act che, secondo un recente studio Gallup, ha favorito maggiormente neri e latinos.

Tramontato definitivamente il sogno di un’America post-razziale, le comunità afroamericane si trovano quindi in un momento delicato, definito dal doversi relazionare con un nuovo presidente che non sembra averne compreso le problematiche e che non sembra volerle comprendere ora. La recente nomina di Stephen Bannon, noto per le sue posizioni estremiste e razziste, a consigliere speciale e chief strategist della Casa Bianca, sembra confermare tutto questo.

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