La crisi della middle class americana. Lezione di Matteo Battistini e seminario a cura di Lorenzo Costaguta.

Esiste ancora una middle class americana? A chi, realmente, si appellano Hillary e Trump nella corsa finale alla Casa Bianca? Quali aspettative future per un soggetto così importante? Matteo Battistini e Lorenzo Costaguta hanno cercato di rispondere a tali domande, fulcro del dibattito odierno sulla crisi della classe media americana, attraverso una ricostruzione storica del “secolo americano” in relazione al concetto di middle class, allo scopo di comprendere le ragioni della sua crisi ed interrogarsi sui possibili scenari futuri.

Durante la sua campagna elettorale, Hillary Clinton ha promesso, (come hanno fatto in precedenza anche altri candidati, tra cui lo stesso Obama), di abbassare le tasse a tutti i componenti della classe media. Così facendo, si è riferita ad una definizione di classe media che è stata largamente condivisa in passato tra i rappresentanti democratici e la società: tutte le famiglie che hanno un reddito annuale pari o inferiore ai 250 mila dollari. Tale definizione, però, non rispecchia la realtà odierna: un recente studio del Census Bureau ha rivelato che il reddito medio delle famiglie è di circa 53.657 dollari l’anno.

Negli ultimi dieci anni, sempre meno americani si sono identificati come membri della classe media ed un numero sempre maggiore ha dichiarato di appartenere alle classi inferiori.

Senza titolo

Fonte: Pew Research 2014

Silver nel suo articolo “The Mythology of Trump’s ‘Working Class’ support” del 3 maggio 2016 spiega perché secondo i media Trump sia considerato il candidato che rappresenta la ribellione della classe media contro le élite repubblicane. Innanzitutto, viene impiegata una definizione vaga di middle class dal momento che i sostenitori di Trump hanno un reddito di circa 72.000 dollari l’anno, che è ben superiore rispetto alla media nazionale che gira intorno ai 53.657 dollari, ma è allo stesso tempo inferiore a quello dei sostenitori di Rubio o Kasich, gli altri candidati repubblicani. Il reddito dei sostenitori di Trump supera quello della media nazionale in tutti e 23 gli stati che lo hanno votato. In alcuni stati la differenza è abissale. Questo perché la maggior parte degli elettori repubblicani è più ricca rispetto alla controparte democratica e sono i più ricchi che vanno a votare. Le disparità maggiori si trovano negli stati dove vi è una sostanziale presenza di elettori, per lo più democratici, ispanici o afro-americani che hanno redditi medi intorno ai 39.000 dollari.

Gli elettori della Clinton e di Sanders invece hanno un reddito di circa 61.000 dollari l’anno, molto più vicino alla media nazionale. Nonostante sembri che anche il partito democratico sia stato supportato da un elettorato più ricco, in realtà il 20% dei sostenitori della Clinton e il 18% di quelli di Sanders hanno un reddito inferiore ai 30.000 dollari annui, percentuali queste molto superiori rispetto al 12% degli elettori di Trump. Sebbene i suoi sostenitori siano più ricchi rispetto alla media nazionale e circa il 44% di loro abbia una laurea, è un dato evidente che siano comunque molto preoccupati per la situazione dell’economia statunitense; un’apprensione che tuttavia sembra non necessariamente riflettere la loro condizione economica.

Questi dati trovano conferma e spiegazione nello studio di McCarty e Poole, nel loro libro Polarized America: The Dance of Ideology and Unequal Riches. Secondo gli autori, la polarizzazione politica ha contribuito a dividere le élite politiche: i votanti non sono polarizzati come gli attori politici ma sempre più si allineano politicamente in base al reddito, laddove i democratici vengono sostenuti da gruppi a basso reddito, i repubblicani attraggono voti dei gruppi influenti e ricchi. Questa polarizzazione politica è strettamente interconnessa con l’aumento della disuguaglianza che ha condotto ad un calo della percentuale di partecipazione al voto, soprattutto alla persistenza o al riemergere di forme di disuguaglianza politica. L’affluenza alle urne negli Stati Uniti è la più bassa tra gli altri paesi più avanzati. Le persone che non si recano a votare rappresentano coloro che hanno reddito ed educazione più bassi: questo perché le difficoltà nella registrazione e nel voto cadono in misura maggiore su questa parte di popolazione. Molti individui ricchi decidono comunque di non andare a votare e di non interessarsi alla vita politica, ma la maggior parte di chi non vota è rappresentata da coloro che vivono in uno stato di povertà, disillusione, alienazione e disimpegno nei confronti della vita politica.

La realtà americana sembra quindi dimostrare sempre di più quanto sia necessario avviare una politica responsabile che faccia fronte ai problemi della società e della classe media statunitense. La disparità di reddito presente nella società è talmente elevata che, a detta di numerosi autori e studiosi, i candidati politici dovrebbero affrontare urgentemente il problema, sulla base di una definizione di classe media veritiera rispetto alla distribuzione reale della ricchezza.

 

Evoluzione storica della middle class.

Negli ultimi anni la classe media è stata al centro del dibattito politico americano, tanto in campo repubblicano quanto in quello democratico, soprattutto alla luce delle conseguenze economiche-sociali della grande crisi del 2008: si pensi alla Middle-Class Task Force di Obama, alle critiche mosse contro la sua presidenza, da movimenti come il “Tea Party” o “Occupy”, che hanno preteso di incarnare la vera natura della classe media e dell’identità storico-culturale americana.

L’associazione tra crisi economica e classe media qualifica il dibattito pubblico odierno, in quanto la middle class è tuttora considerata il principale soggetto storico degli Stati Uniti. Essa comprende una formazione sociale molto amplia, rappresentante tutti gli individui impegnati in attività produttive. Storicamente, il concetto di classe media voleva indicare una formazione sociale ampia: non solo la piccola proprietà ma anche coloro che erano manager, responsabili di corporations e che rientravano nelle fasce basse del lavoro di ufficio; soprattutto intendeva coinvolgere anche il lavoro manuale di operai specializzati e sindacalizzati. Questa idea inclusiva di classe media si è affermata a metà degli anni Trenta del Novecento nelle scienze politiche e sociali statunitensi. La nozione di classe media non si identificava come una classe borghese, non era definita solamente dal criterio del lavoro e non era esclusivamente impiegatizia. Con l’obiettivo di distanziarsi dalla borghesia europea, mirava a condividere l’originale tradizione liberale americana: propulsore e perno dello sviluppo, dell’egemonia statunitense (in particolare dal secondo dopoguerra) custodiva valori e ideali che hanno da sempre contraddistinto la società statunitense, quali democrazia, uguaglianza, pari opportunità e possibilità di sognare un futuro migliore per i propri figli. Non rimandava ad una semplice unità tecnica, rappresentava anche un’identità culturale e politica. Aveva una funzione sia descrittiva che normativa, un simbolo in cui gli americani si identificavano per superare le fratture sociali e le tensioni razziali. La classe media, in quanto simbolo, indicava come essere, cosa dire e cosa fare per sentirsi parte della nazione, un autentico codice di comportamento dagli assunti quasi religiosi. Una cultura centrata sui valori liberali e sull’etica del duro lavoro per raggiungere il successo.

Il dibattito sul suo declino non rappresenta una novità (così come il forte legame tra classe media e crisi economica), titoli simili erano già apparsi anche negli anni Trenta e Ottanta del secolo scorso, ma oggi la questione è indissolubilmente legata alle tensioni dovute alla globalizzazione.  Il sogno americano è minacciato da quella disuguaglianza dalla quale lo stesso Aristotele aveva messo in guardia: “I problemi sorgono dove le democrazie non hanno una classe media e i poveri sono di gran lunga la maggioranza”. Tre sono i processi centrali per comprendere il declino della middle class, conseguenza non solo della crisi economica attuale ma anche delle trasformazioni strutturali economiche, politiche e sociali.

 

La sperequazione del reddito.

Sebbene il fenomeno sia transnazionale, nell’ultimo trentennio del Novecento lo stipendio di un top manager americano è cresciuto da quaranta a mille volte quello di un impiegato medio, mentre lo stipendio medio annuale, aggiustato all’inflazione, solo in modo modesto, mentre il reddito medio dei proprietari di case è calato. Inoltre, diverse ricerche mostrano come gli Stati Uniti si trovino nelle fasce più basse per aspettativa di vita, insicurezza alimentare e percentuale di popolazione carceraria. La classe media americana sembra, dunque, non rappresentare più il modello identitario di cultura, ideali, storia e ricchezza che l’ha contraddistinta e la globalizzazione da iniziale fonte di ottimismo è ora divenuta un fattore oscuro per l’economia e la società.

La polarizzazione del mercato del lavoro.

Per effetto dell’ingresso di milioni di lavoratori a basso costo, delocalizzazione, competizione economica su scala mondiale ed automazione delle imprese, dagli anni Ottanta si assiste ad un processo centrifugo: è aumentata la disponibilità di high skilled jobs e low skilled jobs, ma sono calate le tradizionali qualificazioni lavorative della classe media nonostante, l’aumento della disoccupazione negli anni del secondo mandato di Obama.

Il mutamento del ruolo dello Stato.

Altro processo legato alla globalizzazione che ha influenzato la crisi è il mutamento del ruolo dello Stato, in particolare negli Stati Uniti, paese dal “minor coinvolgimento del governo nel settore produttivo”, soprattutto in seguito all’abbandono delle politiche di redistribuzione e la diminuzione di politiche sociali. Con la fine del welfare come lo conosciamo, secondo quanto dichiarato dal Presidente Bill Clinton, si è affermato il cosiddetto welfare to work: assistenza che non va ad integrare il reddito favorendo consumo e mobilità, ma è vincolata alle accettazioni del lavoro. L’ulteriore effetto del mutamento dello Stato è stata anche la diminuzione delle occupazioni sociali impiegatizie, la crisi delle classiche occupazioni della classe media. Su queste basi, l’economista Premio Nobel Paul Krugman ha sostenuto che lo smantellamento del New Deal (Undoing the New Deal) non si evidenzia solo con cambiamenti delle politiche, ma anche con una vera e propria inversione delle norme sociali, l’affermazione del valore del successo individuale e del profitto a scapito della “uguaglianza relativa”. Così, come ha sostenuto Saskia Sassen, per la prima volta esiste una generazione di classe media non solo più povera ma priva della possibilità di ascesa sociale, motore dell’immaginario della classe media americana. Secondo la studiosa, il neoliberismo avrebbe fatto saltare la fiducia fra classi medie e lo Stato liberare nella forma del welfare state, portando alla rottura del contratto sociale delle democrazie liberali.

Ciò che consegue da questi processi transnazionali è una middle class non solo più povera, ma anche pressoché priva della speranza di ascesa sociale, incapace ormai di identificarsi e farsi mondo come in passato. Se negli anni Sessanta la stragrande maggioranza degli americani si riconosceva come parte integrante della classe media, oggi ben il 47% di loro si considera lower class. La classe media non sembra più costituire una nozione pubblica condivisa o incarnare in sé i valori della democrazia bianca e protestante americana. La retorica repubblicana della responsabilità personale, del lavorare duro e risparmiare, dell’essere sobri e prudenti, non è più sufficiente, né legittima più il sistema politico-economico attuale. Se Paul Krugman guarda favorevolmente al ritorno di un’idea di classe, è indicativo che Francis Fukuyama, in un recente saggio, si chieda invece se la democrazia liberale sia in grado di sopravvivere al declino della classe media.

Battistini

 

Una nuova forma di People’s Capitalism e la sua fine.

È allora necessario ripercorrere storicamente l’ascesa della classe media americana ed il suo rapporto con la democrazia americana. Per farlo partiamo da questa domanda: com’è stato possibile che nel Novecento negli Usa si sia formata una classe media fedele ai valori di libertà e democrazia, quando nel corso degli anni Trenta le classi medie europee avevano reagito alla crisi abbracciando fascismi e nazismi? Possiamo dire che questo successo sia avvenuto tramite una serie di processi economici e sociali relativi all’affermazione della grande impresa, di un grande sindacato confederato e alla costruzione del New Deal.

Fin dall’inizio del Novecento i manager americani affermavano un modello di produzione basato sul consumo di massa. Le grandi corporations assunsero impiegati reclutati fra diversi gruppi sociali che avevano acquisito competenze professionali e tecniche. Questo favorì la mobilità sociale. I manager promossero programmi di stabilità del lavoro e aumenti salariali, benefici e carriere certe, favorendo il consumo e rivolgendo queste stesse politiche aziendali sempre più verso le nuove figure operaie legate al taylorismo e al fordismo. La forma della grande impresa introduceva figure specializzate e semi-specializzate deputate al funzionamento e alla direzione della catena di montaggio. Lo scopo delle politiche aziendali era allora quello di superare i conflitti di classe accumunando gli americani in una cultura del consumo condivisa dai grandi sindacati.

Negli anni Cinquanta l’American Federation of Labour e il Congress of Industrial Organization si confederarono, espellendo gli estremisti, rinunciando all’idea di un ruolo nelle decisioni di investimento per puntare tutto sulla contrattazione salariale e difendere il consumo, perno della società integrata della classe media.

Questo ruolo del business e del sindacato confederato era possibile nel quadro politico e amministrativo istituito con il New Deal. Fin dagli anni Trenta, il New Deal ha costituito un’impresa politica non propriamente radicale. Non prevedeva politiche di riduzione delle prerogative del business, ma era volta ad assicurare un facile e quanto più ampio possibile accesso al mercato. Lo scopo era fornire programmi di assistenza sociale incarnati sul primato del business, all’interno di un quadro giuridico rivisto che assicurasse sindacalizzazione e contrattazione collettiva. La classe media americana appariva dunque come l’espressione soggettiva di una società forgiata da un “contratto sociale” fra grande business, sindacato e governo. La linea di divisione fra lavoro operaio e lavoro impiegatizio veniva negoziata in una re-definizione delle classi che all’epoca consentiva di vincere la lotta di classe.

Questo capitalismo nazionale, frutto di un patto sociale tra grande business, sindacati e governo, garante di alti salari e di mobilità sociale, relegava la lotta sociale e i fantasmi del socialismo all’Europa: working class e middle class si ritrovavano unite più che mai dall’idea di consumo di massa. A fornire le basi di tutto ciò fu, nel primo Novecento, lo sviluppo di una nuova teoria economica-sociale (il riferimento è all’economista americano Simon Patten) che interpretò le crisi economiche come crisi di sottoconsumo, a cui rispondere rovesciando la logica di Marx in high wages e low prices: se le masse operaie avessero partecipato al consumo, le diseguaglianze sociali si sarebbero attenuate.

Le scienze sociali si adoperarono quindi per differenziare la concezione di classe media americana da quella marxista e, in linea con la nuova società del consumo, per far sì che l’operaio non fosse più un costo, bensì un elemento produttivo in quanto consumatore. Per questa via durante le due guerre mondiali la classe media diventava uno State of Mind (secondo la definizione dello scienziato politico Harold Lasswell), una mentalità identitaria capace di evitare derive fasciste o socialiste, basata sull’individualismo, sull’etica del duro lavoro, l’uguaglianza delle opportunità e il raggiungimento del successo. Una concezione che diventerà egemone nel secondo dopoguerra.

Teorizzando il consumo di massa come variabile produttiva e definendo i connotati culturali della classe media, nella prima metà del Novecento fu fornito un vocabolario politico attraverso cui il capitalismo americano riacquisiva legittimità e responsabilità nazionale per il mantenimento del benessere. Una rinnovata legittimità dopo la crisi del 1929 che si rifletteva in espressioni pubbliche della comunicazione di massa. Si parlava in questo senso di “capitalismo del popolo”, di “popolo dell’abbondanza”, di “società benestante” e “fine dell’ideologia”. Queste espressioni richiamavano il business all’impegno storico assunto nei confronti della nazione. Il secolo americano assumeva allora la forma di un progetto politico, culturale con al centro di tutto la classe media.

Simbolo di auto-identificazione americana, la promessa della democrazia del consumo e della classe media aveva il suo apice negli anni Cinquanta, per entrare in crisi sotto la pressione dei movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta, tanto che – prendendo a prestito le parole dello storico internazionalista Andrew Bacevich, di può parlare di un secolo americano “breve”. Nell’ultimo quarto del Novecento, la nozione pubblica condivisa di classe media perdeva infatti solidità ed emersero le sue contraddizioni interne: le diseguaglianze economiche e razziali, il dissenso culturale giovanile, le difficoltà internazionali (la concorrenza economica e tecnologica dell’Europa e del Giappone, le crisi petrolifere), le mobilitazioni universitarie, pacifiste e femministe, il nuovo ciclo di lotte operaie e il ritorno della frontiera tra blue e white collars, i nuovi giovani operai che rifiutavano la disciplina della fabbrica fordista e le imprese che che compensavano la perdita di profitto con l’inflazione che andava a colpire il reddito degli impiegati e minacciavano di non reinvestire se non in mutate condizioni sociali.

Tramite fusioni e concentrazioni di capitale venivano a crearsi enormi corporations che riuscirono a far approvare leggi antisindacali. Al contempo lo Stato iniziava a ritirarsi dal suo ruolo di garante sociale: prima con Nixon e la fine di Bretton Woods, poi sotto Reagan, con lo smantellamento della tassazione progressiva, la deregulation economica e la riduzione della spesa sociale, infine con la riforma Clinton del welfare e nel 1999 la totale finanziarizzazione dell’economia, con l’abrogazione della separazione tra banche di investimento e di deposito. La deindustrializzazione e la diversificazione verso nuovi settori quali il terziario, l’Information and Communication Technologies e il finanziario comportò una massiccia delocalizzazione della produzione e, per i giovani un lavoro a tempo parziale, non più coperto da garanzie e malpagato.

Gli anni Novanta del secolo scorso hanno così visto il trionfo della globalizzazione e delle corporations assieme ai licenziamenti di blue e white collars: ciò che assicurava i profitti al nuovo business americano era causa dell’impoverimento della classe media: l’orgoglio per le grandi corporations nazionali si tramutò in disillusione. Il capitalismo non sembrava più essere più quello del Novecento, nazionale e fautore di mobilità sociale. Con il mutamento delle politiche dello Stato le compagnie multinazionali acquisivano una autonomia senza precedenti e rifiutavano il ruolo assuntosi nel secolo passato di garante del benessere della classe media e della nazione. Le nuove élite vivevano sugli aerei internazionali e i loro profitti non erano più legati al destino della classe media: si trattava di una nuova plutocrazia di manager, tecnici, economisti, accademici, indifferenti all’economia nazionale e che credevano in un’economia globale.

 

Un declino fra presente e passato.

Secondo il Pew Research Center, il periodo dal 2000 al 2010 è entrato nella storia come “The Lost decade” della classe media, durante il quale la middle class è diventata più povera e depressa. In un decennio son venute meno molte delle certezze dell’uomo medio americano ed il passaggio da una  sua attitudine propositiva ad una passiva e difensiva verso l’economia è stato repentino oltre che violento: prima l’americano medio aveva come prospettiva quella di comprarsi la macchina nuova, una casa più grande e farsi socio al country club; ora, quando interpellata sul definire la classe media, la maggioranza delle persone risponde che l’obiettivo è riuscire a pagare le spese senza indebitarsi, non alludendo più a sogni o bisogni da appagare, ma a necessità cui rispondere per sopravvivenza.

Casi come quello di Janis Adkins, che prima della crisi del 2008 conduceva un’attività commerciale stabile nello Utah e dopo lo scoppio della bolla speculativa immobiliare ha perso la casa ed è stata costretta a vivere nella sua Toyota, non sono altro che una triste cornice di un insieme ancora più cupo e radicato, che non sembra avere una rapida via d’uscita. Infatti, gli articoli e i saggi che denunciano “the shrinking middle class” sottolineano quanto la disuguaglianza abbia attecchito sul suolo americano, causando una situazione degenerativa che erode il benessere sociale e che ha forti ripercussioni su tutta la geografia del paese.

Il netto assottigliamento della classe media crea un gap riempito da una nociva disuguaglianza che porta con sé “residential and income segregation” che, a loro volta, hanno “depressing effects on intergenerational mobility [since] it correlates with educational underachievement (lower test scores and higher dropout rates), more poor single parents and families below the poverty line”. In breve “the places themselves help to create wealth and poverty”.[1]

Da notare tuttavia è che in un certo senso la classe media stessa ha contribuito a mettersi in questa pericolosa spirale, dando forma a un circolo vizioso basato su quello che Robert H. Frank ha chiamato “expenditure cascades”. Durante gli ultimi tre decenni infatti i ricchi hanno speso in modo crescente ed acquisti sempre maggiori da parte loro hanno indotto le classi di poco inferiori a rincorrere quel livello di spesa. Individui e famiglie si sono trovate in una sorta di gara di spesa dove tutti correvano allo scopo di non perdere terreno rispetto a quelli avanti. Gli esperti hanno parlato di una “luxury fever” che trova il suo più brillante paradigma proprio in quel mercato immobiliare che ha aperto il vaso di Pandora: dal 1980 al 2001 la grandezza media delle nuove case crebbe approssimativamente da 150 metri quadrati a oltre 195, “more than twice the corresponding growth in family earnings”. Nel 2007 l’edificazione di una nuova unità abitativa copriva circa 230 metri quadrati, andando oltre le reali capacità di acquisto della famiglia che comprava, la quale si trovava costretta, per mantenere il ritmo della corsa, a chiedere prestiti alle banche per la sua fetta di American way of life.

Questo crescente indebitamento era il segnale evidente dell’inversione del rapporto tra lavoro e salario e salario e produttività. In questo senso, è opportuno sottolineare innanzitutto quanto la disoccupazione, che ha raggiunto picchi storici all’inizio della crisi del 2008 con oltre 9 milioni di posti di lavoro svaniti, incida negativamente sulla vita delle persone: uno studio condotto dal Wellesley College” attesta che lavoratori che perdono il posto alla soglia dei 60 anni possono accusare una riduzione fino a tre anni sulla loro aspettativa di vita. A ciò si può aggiungere un’agghiacciante perdita di prospettiva all’interno della classe media americana. Infatti, una grande capacità dell’economia U.S. è sempre stata quella di creare nuovi posti di lavoro, una peculiarità venuta meno durante la lost decade della classe media. Tutto questo si combina con una stagnazione dei salari che ha limitato a lungo il potere di acquisto dell’americano medio, rallentando in questo modo la ripresa e vanificando le speranze di tornare agli standard di vita precedenti: nel 2008 e 2011 gli stipendi hanno subito un considerevole crollo e in seguito sono rimasti bloccati, crescendo di appena lo 0.4% nel 2012-2013.

In secondo luogo, l’elemento interessante da notare è che a partire dalla fine degli anni Settanta, nonostante la produttività dei lavoratori americani sia aumentata, la loro remunerazione oraria non ha corso in parallelo. Al contrario negli ultimi tre decenni il divario fra produttività e salario si è allargato e secondo la Monthly Labour Rewiew, dal 2000 al 2009, “an unprecedented decline in workers’ wages, salaries and benefits accounted for most of the gap”. Allo stesso tempo, però, la disuguaglianza continua ad essere presente: salari stagnanti e disoccupazione non hanno impedito un aumento degli stipendi dei manager delle grandi aziende, l’amministrazione delle quali è risultata addirittura responsabile di “an epidemic wage left […] Fully 64% of low wage workers have some amount of pay stolen out of their paychecks by their employer every week”, secondouno studio fatto nel 2009 in diverse città americane.

Conclusione

Perché questo declino? Il nodo che quest’oggi viene al pettine è un problema di legittimazione politica del modo di governo attuale, che sembra aver chiuso le porte alla democrazia del consumo e alla classe media, elementi che costituiscono il cuore sacro della tradizione liberale americana. È ancora possibile appellarsi alla classe media? Il concetto ha ormai perso il suo “capitale simbolico”?

Secondo Formisano, si potrebbe affermare che il declino della spina dorsale della società americana sia risultato dai tanti nodi che alla fine sono venuti al pettine, nodi che la stessa classe media americana ha contribuito a formare a partire dagli anni Cinquanta: politiche di laissez-faire, deregolamentazione dei mercati, perdita di presa dei sindacati, standard di lavoro più bassi e corsa alla globalizzazione che inizialmente sembravano poter dare nuovo slancio ad una grande ed ampia classe media americana, ma che in realtà non hanno fatto altro che minarla dall’interno, facendo emergere quelle contraddizioni per troppo tempo sono rimaste dormienti.

Se quindi è vero che la middle class americana abbia costituito e ancora costituisca uno dei soggetti più importanti (se non il più importante) della storia degli Stati Uniti e che adesso anch’essa stia lentamente e progressivamente dissolvendosi, possiamo parlare di fine o declino del “secolo americano”?

Secondo Emily Rosenberg, l’eventuale risposta dipende da cosa si intende con il concetto stesso di “secolo americano”. Se con esso l’intento è di riferirsi alla supremazia militare e geopolitica statunitense allora probabilmente sì, perché è innegabile il fatto che oggigiorno ci si trovi in un mondo dominato dal multipolarismo. Se invece con questo termine ci si riferisce alla trasmissione di quei valori e modelli come quelli che Henry Luce ha definito nel 1941 nel suo “The American Century” allora diventa molto difficile trovare una risposta. Elementi come la disuguaglianza economica, le difficoltà della classe media e il militarismo sembrano indicare la fine del modello americano, tuttavia niente esclude che gli Stati Uniti possano progressivamente adattarsi ai nuovi mutamenti interni ed internazionali della realtà contemporanea e superarne le inerzie, come hanno già dimostrato di poter fare in passato.

 

Bibliografia.

M. Battistini, Il declino della classe media americana, in “IL MULINO”, 3 (2015), pp. 564-573.

N. McCarty, K.T. Poole and H. Rosenthal, Polarized America, The Dance of Ideology and Unequal Riches, THE MIT PRESS, 1 January 2006.

R. Formisano, Pluotocracy in America. How Increasing Inequality Destroys the Middle Class and Exploits the Poor, Johns Hopkins University, 2015, in particolare capitolo 3: The Shrinking Middle Class, pp. 52-68, e capitolo 6: Political Inequality, pp. 122-145.

E. Rosenberg, Re-Visioning the American Century, in “Forum: The End of the American Century?”, RSA Journal, 23 (2012).

 

Sitografia.

R. Bragg, The Downsizing of America, Big Holes Where the Dignity Used to Be, in “New York Times”, March 5, 1996.

B. Covert, $250,000 a Year Is Not Middle Class, in “New York Times”, December 28, 2015.

R. Kochhar, R. Morin, Despite recovery, fewer Americans identify as middle class, in “Pew Research Center”, January 27, 2014.

H. Luce, The American Century, in “Life Magazine”, February 17, 1941.

N. Silver, The Mythology Of Trump’s ‘Working Class’ Support, in “FiveThirtyEight”, May 3, 2016.



[1] R. Formisano, Plutocracy in America. How Increasing Inequality Destroys the Middle Class, John Hopkins University, 2015, pp. 56

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