Gli Stati Uniti nell’era post-americana. Lezione di Federico Romero e seminario a cura di Gaetano Di Tommaso

Gli Stati Uniti nell’era post-americana. Lezione di Federico Romero e seminario a cura di Gaetano Di Tommaso

Nel 1941 Henry Luce scrisse un lungo articolo intitolato The American Century. Si trattava, in buona sostanza, di un invito rivolto agli Stati Uniti a partecipare alla politica europea, ad intervenire cioè nel conflitto che stava sconvolgendo il vecchio continente in nome della difesa della democrazia. Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo fondamentale tanto durante la guerra quanto nella definizione degli equilibri post-bellici. È infatti nel dopoguerra che gli USA hanno costruito l’egemonia economica, militare e culturale del mondo occidentale che ha permesso loro di diventare una delle due superpotenze della Guerra fredda e poi l’unica superpotenza dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica. A più di vent’anni dal collasso dell’URSS, tuttavia, appare evidente che lo scacchiere internazionale sia profondamente cambiato. Nel mondo globalizzato, sembrerebbe non esserci spazio per una sola grande potenza. Occorre interrogarsi, quindi, se quella attuale possa ancora essere definita “era americana” o se piuttosto non si sia già entrati in quella che si potrebbe definire “era post-americana”.

La locuzione “era americana” racchiude in sé vari aspetti attraverso cui si è sostanziata, nel corso dei decenni, l’egemonia statunitense nel mondo a partire da un dominio strategico tendenzialmente globale sin dalla fine del XIX secolo, con la significativa parentesi semiglobale della Guerra fredda.  L’espressione, discussa da una parte della storiografia, tende a mettere in luce il carattere transnazionale della storia americana e nell’opinione di Romero, resta utile a descrivere il XX secolo.

L’ordine mondiale americano.

Gli USA infatti hanno intessuto una rete di alleanze con paesi a cui hanno fornito sicurezza e stabilità, svolgendo così un’importante funzione deterrente nei confronti di antagonisti e sfidanti, il tutto seguendo un modello “win-to win”, per quanto piuttosto sbilanciato a favore di Washington (si pensi all’importanza che ha avuto la scelta del dollaro come moneta di scambio sui mercati internazionali). Hanno creato, inoltre, un reticolo di istituzioni multilaterali (quali NATO, FMI, BM, GATT) di cui sono stati fondatori e di cui restano il perno principale. Hanno svolto la funzione di federatore di galassie di alleati e di arbitro delle dispute internazionali. È necessario ricordare, comunque, che tali istituzioni sono nate con un aspetto geografico e geo-politico marcatamente occidentale per poi inglobare altre aree del pianeta. In tale meccanismo gli USA si sono posti come i principali fornitori di sicurezza e capitali.

La nazione a stelle e strisce ha inoltre forgiato un incontestato modello di sviluppo socioeconomico e tecnologico attraverso un sistema produttivo fordista e keynesiano in politica economica. La supremazia di tale modello ha prosperato dalla metà degli anni Quaranta agli anni Settanta, per poi continuare fino ad oggi, seppur in modo meno univoco, in quello che potrebbe essere definito un periodo post-fordista o post-liberista.

Da un punto di vista politico, gli USA hanno coniugato un modello di società industrializzata prospera con un regime di democrazia rappresentativa stabile seppur non inclusiva per razza, genere e orientamento sessuale e sono stati capaci di stringere forti rapporti con paesi dagli stessi connotati. Hanno stretto alleanze con altri paesi industrializzati e democratici come Germania e Giappone costituendo così un mondo occidentale allargato. Hanno conquistato, inoltre, un’egemonia culturale fondata sul trinomio tecnologia-libertà-consumi all’interno di società che si percepivano come positive, dinamiche e capaci di controllare il futuro. Tale capacità di “contagio”, esercitata sia direttamente che indirettamente attraverso hard e soft power, è ancora piuttosto solida.

Nei decenni dopo la fine del conflitto mondiale, il colosso americano è stato capace di trainare e coercere il terzo mondo anche durante la fase di decolonizzazione antioccidentale. Gli USA hanno potuto esercitare questa proiezione egemonica globale sia attraverso la forza che attraverso l’attrattività rappresentata dal modello stesso. Le prime faglie nell’egemonia si sono però registrate già a partire dagli anni Settanta: che il secolo americano sia durato trent’anni?

Nel 1991, tuttavia, con la fine del socialismo sovietico e il conseguente dominio unipolare USA, alcuni storici hanno fornito una lettura trionfalistica, ben presto rivelatasi illusoria, dell’incontestata egemonia statunitense. Anche se l’opera di Francis Fukuyama The End of History è stata fortemente criticata, il pensiero del politologo statunitense si è diffuso rapidamente nella cultura delle élite prima statunitensi e poi internazionali.

Il liberismo economico e il liberalismo politico erano diventati ormai i paradigmi globali di riferimento, senza alcun modello alternativo e con potenti istituzioni internazionali che ne salvaguardavano l’esistenza. L’amministrazione Clinton, nei primi anni Novanta, ha definito il paese come una “potenza indispensabile” per il suo ruolo di leader nel mercato globale e nelle coalizioni internazionali, come quella messa in piedi per risolvere la guerra nei Balcani alla metà del decennio. Durante gli anni dell’amministrazione democratica, ha avuto avvio una fase di prosperità interna caratterizzata da piena occupazione. In politica estera, gli ex antagonisti come Russia e Cina si stavano muovendo verso il modello globale statunitense che emergeva come il paradigma incontestato. Gli interrogativi sollevati in quel periodo  non riguardavano la ridefinizione del modello economico dominante. Si aveva piuttosto l’obiettivo di accomodare all’interno di esso le nuove economie emergenti riassunte nell’acronimo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che sembravano voler convogliare nel mercato globale.

Bill Clinton, assieme al premier britannico Tony Blair, avrebbe inglobato i BRICS nel circuito internazionale. Emergeva così una spaccatura tra l’opinione conservatrice (che non coincideva per forza con il partito repubblicano) e quella liberal (che coincideva seppur non totalmente con i democratici e con i fautori della cosiddetta “Terza via” di Clinton e Blair). I primi intendevano avviare rapporti economici con i paesi emergenti, in particolare con la Cina, e contenere allo stesso tempo la loro sfera di influenza globale attuando una strategia di containment. Confidavano che quei paesi si sarebbero adattati gradualmente all’ordine mondiale forgiato dagli USA. I secondi invece ritenevano che fosse prioritario accomodare la Cina e le altre potenze emergenti all’interno delle istituzioni multilaterali. L’egemonia USA si sarebbe dovuta manifestare con l’adattamento elastico dei nuovi attori. Si trattava di una scelta inclusiva che scongiurava l’interesse a sovvertire l’ordine prestabilito.

Su scala mondiale si è dunque assistito ad una unificazione globale con modello economico liberista e una cultura liberale dei diritti. La Cina si è mossa gradualmente all’interno dell’economia globalizzata. Non ci sono state sfide a questo modello economico e ordine internazionale che anzi si è rafforzato grazie alla convergenza dei paesi del terzo mondo. I paesi in via di sviluppo non hanno contestato il neoliberismo, poiché desideravano una partecipazione vantaggiosa nel reticolo globale. Repubblica Popolare Cinese, India e Russia (pre-Putin) hanno acquistato buoni del tesoro USA. Vi sono stati dei movimenti di protesta come i movimenti No Global considerati dalle élite marginali valvole di sfogo del dissenso che non minavano il sistema e si presentavano facilmente gestibili. Il modello non venne messo in discussione: la globalizzazione considerata trionfale. Gli Stati che non ne facevano parte come per esempio la Somalia è perché non ci riuscivano e pertanto erano considerati “Stati falliti”. Essi non rappresentavano una valida alternativa al sistema, si trattava di eccezioni che confermavano la superiorità e l’inevitabilità del liberalismo.

Tuttavia l’approccio di quel decennio, oltre ad essere caratterizzato da una certa inerzia istituzionale, ha rappresentato anche un fallimento della teoria realista. In quel periodo, hanno iniziato a prendere forma fenomeni le cui criticità e pericolosità sarebbero emerse solo all’inizio del nuovo millennio. Risalgono a questo periodo infatti gli esordi della globalizzazione e degli accordi di libero scambio come il NAFTA ed era stata sottostimata la minaccia di Al Qaeda. All’inizio del XXI secolo si sono verificati due shock che hanno messo in luce le falle del sistema: l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 e la grande crisi economica del 2008. romero 2

I nuovi shock del globale

L’attacco terroristico alle Twin Towers di New York ha dimostrato come la politica USA in Medio Oriente avesse fallito. Tutti i tentativi di risolvere il conflitto israelo-palestinese si erano infatti rivelati inefficaci. Gli Stati Uniti si erano affidati a regimi dittatoriali che non avevano creato sviluppo nei rispettivi paesi. Anche la strategia del doppio contenimento dell’influenza di Iran e Iraq aveva fallito poiché aveva evitato la presenza di un’egemonia regionale ma non la stabilizzazione dell’area.

La risposta all’attacco terroristico con la guerra in Afghanistan e Iraq ha poi destabilizzato l’intero Medio Oriente. Gli interventi unilaterali dell’amministrazione Bush si sono rivelati fallimentari. L’approccio unilaterale dei neoconservatori, convinti dell’incontestabilità del potere americano, ha suscitato non poche critiche da parte di altri paesi occidentali. Ha incrinato i rapporti tanto con alcuni alleati europei (Germania e Francia), quanto con la comunità degli Stati alleati in sede ONU. L’avvento di Obama alla Casa Bianca è stato accolto favorevolmente dalla comunità internazionale come leader dell’egemonia accettabile, capace di mitigare l’unilateralismo e aprirsi al confronto del consesso internazionale. É in questo contesto di tensione che il suo ingresso alla Casa bianca è stato salutato positivamente e a inizio mandato gli è stato conferito un premio Nobel per la pace non scevro di polemiche.

La guerra in Iraq si è dunque rivelata la prima grande sconfitta strategica degli USA nella sua storia. L’altra sconfitta fu quella del Vietnam ma fu militare, simbolica e non strategica per l’area. Non alterò gli equilibri in Indocina, il Vietnam del Nord comunista unificò il sud del paese e non occorsero altri mutamenti nel contesto regionale. Nel 1971 si giunse addirittura ad una normalizzazione dei rapporti con la Cina. La guerra in Iraq ha invece destabilizzato l’intera zona frantumando i deboli pilastri di stabilità presenti nell’area e risvegliando rivalità precedentemente sopite. Ha minato i pilastri di consenso americano nella regione, alterando gli equilibri con vecchi alleati come l’Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Ha reso fragili i rapporti con la Turchia, un alleato storico membro della NATO e permesso all’Iran di avere maggior peso nell’area con il conseguente disappunto israeliano. Si è delineata così una metastasi di tensioni e conflitti, di guerre diverse tra loro ma interconnesse che non trovano risoluzione con un’unica soluzione.

La valutazione degli USA come “potenza indispensabile” non risulta più attuale e veritiera. Iran, Russia, Iraq, Arabia Saudita e altri attori agiscono autonomamente senza fare appello agli Usa. Si stanno attrezzando per agire in modo autonomo senza invocare la funzione stabilizzatrice degli USA. In un saggio del 2009, il prof. Romero ha coniato l’espressione “solitudine americana”[1] per descrivere il nuovo status del paese nello scacchiere internazionale. Tale solitudine si riflette a livello interno nella percezione di una maggiore vulnerabilità degli USA, non più in grado di determinare, orientare gli eventi esteri e stabilizzare i teatri di guerra. La nuova percezione si riverbera nell’attuale campagna presidenziale, in cui sono continui i riferimenti alla vulnerabilità del paese e all’abbandono da parte dei tradizionali alleati. Gli USA hanno perso la loro funzione stabilizzatrice, un ruolo che ha forgiato l’Europa del secondo dopoguerra assieme a tanti altri scenari. In definitiva si può ritenere che gli Usa abbiano perso la leadership mondiale e che le risposte date all’undici settembre siano risultate un disastro strategico.

Il secondo grande shock di cui tener conto per la ridefinizione del ruolo degli Stati Uniti nel mondo è stato la grande crisi economica del 2008. Essa ha evidenziato una diversità di approccio tra USA ed Unione Europea nel contrastare i suoi effetti. Per risolverla, l’amministrazione Obama è ricorsa a politiche “keynesiane”, iniettando liquidità nel sistema. Nell’UE gli Stati si sono rivelati incapaci di trovare un approccio unanime ed è prevalsa la volontà di perseguire il rigore di bilancio per non aggravare i già pesanti debiti pubblici statali. La BCE ha abbassato il tasso ufficiale di sconto per incentivare la presenza di liquidità nel sistema. Le misure tuttavia non sono state risolutive e la scarsa efficacia delle scelte  europee e di molte altre economie avanzate ha rallentato la crescita globale che è stata invece sostenuta per la maggior parte dalla Cina.

La posizione degli USA nei confronti della Repubblica popolare cinese oscilla tra una volontà di dialogo (osteggiato dal Congresso conservatore) e una politica di containment blanda che replica le logiche della Guerra fredda. Tale polarizzazione interna ostacola una politica estera statunitense chiara ed univoca. Non aver incluso la Repubblica Popolare Cinese nel reticolo di sistemi multilaterali l’ha indotta a costituire Asian Infrastructure Investement Bank (Banca asiatica per l’investimento di infrastrutture) che annovera al suo interno molti paesi occidentali ma non gli Usa. Si tratta di un’estromissione che rappresenta una sconfitta della partecipazione sul piano internazionale e dimostra come sia in atto una frammentazione del reticolo multilaterale.

La crisi economica è un prodotto del neoliberismo che non sembra tuttavia avere gli strumenti per risolverla. I perdenti della globalizzazione, nel frattempo, rimangono troppi. All’incertezza economica si somma un senso di esclusione e alienazione, che sfocia nell’emergere di populismi e contestazioni della globalizzazione, che stanno paralizzando e potenzialmente disgregando il principale alleato degli Stati Uniti, l’Unione Europea. É recente infatti la brexit che costituisce la prima destrutturazione degli accordi multilaterali successivi al 1945. Nonostante rappresenti un indebolimento dell’UE, fare un esercizio di previsione sul suo impatto è aleatorio e prematuro. Il contesto così descritto presenta, nell’opinione di Romero, molte analogie con quello dei primi anni Trenta: un periodo caratterizzato da una crisi economica profonda protrattasi nel tempo che generò dinamiche fortemente indipendenti e tensioni disgregatrici nella sfera politica e sociale.

Anche gli interrogativi sul prossimo assetto globale restano numerosi. Il candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump rappresenta la voce di quella parte di popolazione che vede nell’esclusione degli USA dall’ordine economico e politico internazionale un benefico neoisolazionismo per la nazione. Secondo l’amministrazione Obama sarà invece l’estremo oriente il perno della globalità futura e per questo ci si interroga su che posizione tenere con la Cina. Essa è troppo interconnessa globalmente e innervata sul Pacifico per applicare una politica di contenimento. Non costituisce più un’alternativa al capitalismo liberale in quanto la Cina contemporanea è intrisa di capitalismo globale. Accordare ad essa un’egemonia di tipo regionale potrebbe rappresentare una soluzione ma sorge il problema della reazione dei paesi limitrofi come Giappone, Taiwan etc.

Il Medio Oriente è una polveriera di conflitti che si alimentano a vicenda ed è culla del terrorismo islamico. L’UE disfacendo se stessa, sta minando il multilateralismo e si presenta come “a loose confederation, with little of the cohesion that the word union implies. Especially in matters related to security, the E.U. combines ineptitude with irresolution”[2]. É poco probabile quindi che almeno nel breve periodo l’UE diventi il nuovo baricentro della politica mondiale. I rapporti con la Russia sono tesi e gli USA applicano una politica di contenimento nei confronti delle mire espansivo-egemoniche della Russia putiniana. L’Europa orientale invoca un rafforzamento della NATO in funzione antirussa ma tale richiesta incontra lo scetticismo dell’Europa occidentale.

Gli Usa mantengono un indiscusso predominio strategico, tecnologico e militare che perdurerà per alcuni decenni. Il suo dominio strategico globale è assicurato nel futuro più prossimo ma da esso non pare discendere più un ruolo egemonico. La questione capitale è come utilizzare la preminenza attuale per creare stabilità mondiale. Come declinare oggi quella funzione stabilizzatrice che gli Usa hanno realizzato durante il “secolo americano”? Il mondo oggi è globalizzato e caratterizzato dalla libera circolazione di capitali. Che genere di soluzione, quale tipo di New Deal possono ora avanzare gli USA? Il primato strategico, tecnologico e militare statunitense si può tradurre ancora in un ruolo di leadership federatore e stabilizzatore?

Quale leadership per gli Stati Uniti.

La leadership politica e la capacità di risoluzione dei problemi è minata anche dalle contraddizioni presenti all’interno di ciascun schieramento politico e dalla polarizzazione tra forze conservatrici e liberal. I primi appaiono sempre più distaccati dal resto del mondo occidentale mentre i secondi rimangono ancorati ad un neo-liberismo palesemente disfunzionale. La polarizzazione politica interna risulta disfunzionale ad una proiezione egemonica estera mentre le alternative all’egemonia americana non sono abbastanza solide per rappresentare una opzione credibile alla preponderanza USA. Il sistema internazionale è stato fondato sulla preminenza americana, che è tutt’ora presente seppur in misura minore. Pure le istituzioni internazionali sono solide nonostante il presunto declino americano. Il mondo tuttavia è preoccupato per un possibile desengagement e retrenchment da parte degli Stati Uniti, i cui interessi vitali, nonostante il presunto declino, rimangono tutt’ora incontestati. Di fatto gli USA sono stati un modello di garanzia democratica nel mondo e sono intervenuti in vari scenari con maggiore o minore successo come nello sbarco in Normandia o nella guerra in Vietnam.

C’è un reale declino statunitense post undici settembre e crisi economica ma è lungi dall’esaurire la sua forza attrattiva perché alcuni stati considerano ancora gli USA un modello. Inoltre, se il declino è  una scelta strategica consapevole e interna a Washington sarebbe  prematuro parlare di declino americano. Il ritiro dalla scena mondiale, il declino come scelta rappresenta, secondo i conservatori statunitensi, un’opzione rischiosa che imputano ad Obama e la reputano poco felice in quanto non tutela gli interessi della nazione. In definitiva il desengagement internazionale è una scelta o la manifestazione di un declino?

Il “secolo americano” è già stato messo in discussione al suo interno con vari movimenti di protesta e all’esterno con l’antagonismo dell’URSS e l’uscita della Francia di De Gaulle dalla NATO. Negli anni Settanta ci fu anche una crisi del dollaro ma successivamente la forza di quella valuta si è ristabilita e riaffermata. Carter nel suo malaise speech del 1979 parlò dei limiti degli USA nonostante ci fu poi un periodo di prosperità. Tornando al quesito iniziale, cosa resta del “secolo americano”? Rimasugli, quella odierna può essere definita un’era post-americana.

Facendo una previsione prettamente realista, quali potrebbero essere gli scenari che si prospettano con la prossima amministrazione alla Casa Bianca? Hillary Clinton agirà in continuità con la politica estera di Obama e con quanto fatto come segretario di Stato, quindi sarà principalmente caratterizzata dall’inerzia. Trump segnerà una maggiore discontinuità con la precedente amministrazione e avrà un effetto disgregatore. Probabilmente bloccherà il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il trattato transatlantico di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, forse interverrà per alterare gli equilibri con la Corea del Nord. Metterà in atto dei processi disgregatori anche se saranno probabilmente meno duri di quanto possano apparire ora.

Non va tralasciato il fenomeno endemico e graduale della crisi della classe media aggravato dalle varie crisi economiche e da una ripresa stentata. Si constata una fossilizzazione di aree di povertà e ricchezza sia nella ripartizione territoriale che sociale (chi nasce povero lo resta come chi nasce ricco). É infatti in forte crisi la mobilità sociale che grazie ad ascensori sociali hanno reso grande il paese e costituito un tassello importante dell’American Dream. Il mito del self-made man appare un mito del passato ai molti giovani schiacciati dal peso dei debiti contratti per pagare le rate universitarie. Solo alcune rinomate università generano ascesa sociale ma le loro rate costituiscono delle soffocanti cravatte sociali.

Il modello economico incontrastato e dato per vincente sta dunque dimostrando tutta la sua vulnerabilità. I partiti socialdemocratici novecenteschi sono al collasso, lo Stato difficilmente riesce ad intervenire per favorire la mobilità sociale, il controllo economico etc. Nessuno durante gli anni del trionfale liberismo globale ha sviluppato un modello funzionante che possa costituire una valida alternativa. Si assiste ad un flusso inarrestabile e disfunzionale di capitale finanziario e umano. Si nota non solo una difficoltà ad individuare efficaci contrappesi agli squilibri odierni ma anche una debolezza intellettuale e difficoltà ad elaborare un tipo di storia che sia utile per descrivere il presente. Urgono chiavi di lettura per gli scenari attuali che sappiano cogliere il mutamento nella sua doppia accezione di crisi e momento fondativo. Forse è troppo presto per farlo.

 

Bibliografia

A.J. Bacevich, American Imperium. Untangling Truth and Fiction in an Age of Perpetual War, in “Harper’s Magazine”, May 2016.

S.G. Brooks, W.C. Wohlforth, The Once and Future Superpower. Why China Won’t Overtake the United States, in “Foreign Affairs”, 91, 2016.

V. De Grazia, Irresistible Empire: America’s Advance through Twentieth-Century Europe, Cambridge and London, Harvard University Press, 2009.

D. Deudney, J. Ikenberry, Unraveling America the Great. The Radical Conservative Challenge to the Progressive Foundations of Pax Americana, in “The American Interest”, 11, 5, March 15, 2016.

D.W. Ellwood, Rebuilding Europe: Western Europe, America and Postwar Reconstruction, New York, Routledge, 1992.

F. Romero, Solitudine americana, in R. Baritono, E. Vezzosi (a cura di), Oltre il Secolo Americano, Carocci, 2011.

R. Kagan, Why America Must Lead, in “The Catalyst” (G.W. Bush Institute), Winter 2016.

J.S. Nye, Is the American Century Over?, Malden and London, Polity Press, 2015.



[1] Federico Romero, Solitudine americana, in R. Baritono, E. Vezzosi (a cura di), Oltre il Secolo Americano, Carocci, 2011.

[2] Andrew J. Bacevich, American Imperium –Untangling truth and fiction in an age of perpetual war, in “Harper’s Magazine”, May 2016, p. 38.

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