Diritti umani e politica estera: quale spazio nel dibattito elettorale?

Russia: è questa la prima parola che viene in mente ai più pensando alle sfide della politica estera statunitense così come presentate nella campagna presidenziale dei due candidati alla Casa Bianca. Più volte il Cremlino è stato citato e tirato in ballo rispettivamente da Donald Trump e Hillary Clinton, senza alcuna esclusione di colpi. Se Trump viene accusato di voler instaurare una relazione fin troppo amichevole con Vladimir Putin, al punto che perfino il noto The Simpsons ha messo in scena tale vicinanza in una delle sue animazioni, Clinton sembra tenere una posizione fin troppo rigida e chiusa al dialogo.

trump simpson

E questo anche perché vengono incluse nel dibattito questioni valoriali e morali che sembrano quasi un’eco del confronto bipolare della Guerra fredda. Eppure si può evangelicamente affermare che non di sola Russia viva il dibattito presidenziale statunitense sulla politica estera. I temi sono infatti i più vari e comprendono anche, tra gli altri, il rapporto con la Cina, lo Stato islamico, il libero scambio, il cambiamento climatico, la difesa e la sicurezza nazionale. Nei tre confronti televisivi che hanno visto fronteggiarsi i due candidati, tutte queste questioni sono emerse e hanno ricevuto, come è logico, maggiore o minore spazio.

Vi è tuttavia un argomento che in maniera trasversale ha interagito con tutte le proposte di politica estera dei due candidati e che pertanto è necessario esaminare con particolare attenzione: il rispetto dei diritti umani. Nonostante siano stati raramente enunciati come tema a sé stante, i diritti umani sono entrati a pieno titolo nello scontro politico e sono diventati una delle lenti con cui osservare i diversi progetti che Trump e Clinton hanno per il paese e per il suo ruolo sulla scena internazionale. Vediamo, quindi, alcuni riferimenti ai diritti umani emersi nell’ultimo periodo di campagna elettorale e osserviamo in che modo i due candidati si siano posti a tal proposito.

Prendiamo ad esempio la questione della tortura. Questa pratica, considerata degradante per l’essere umano, è stata proibita dall’articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ed è stata presa in considerazione dai due candidati in relazione al dibattito sul terrorismo. Secondo il candidato repubblicano, Donald Trump, la tortura dovrebbe essere utilizzata durante gli interrogatori che vedano coinvolti terroristi (o supposti tali). «Torture works. OK, folks? You know, I have these guys: “Torture doesn’t work!” – believe me, it works. And waterboarding is your minor form. Some people say it’s not actually torture. Let’s assume it is. But they asked me the question: What do you think of waterboarding? Absolutely fine. But we should go much stronger than waterboarding.» Di opinione completamente diversa la candidata democratica: «Another thing we know that does not work, based on lots of empirical evidence, is torture». Tuttavia, nonostante la posizione di condanna assunta da Clinton rispetto alla tortura, resta aperta la domanda sul centro di detenzione di Guantanamo Bay, poiché nessun esaminatore esterno e neutrale è stato ammesso nel carcere durante la presidenza del democratico Obama. Ci si chiede quindi se potrà avvenire un cambiamento durante una possibile presidenza di Clinton. Vi sarà la volontà di consentire un’indagine che accerti che nel carcere non si faccia uso di tortura?

Un’altra questione legata, seppur in maniera meno evidente, al problema del terrorismo internazionale è quella della libertà di espressione, diritto protetto dall’articolo 19 della Dichiarazione. Sul diritto di esprimere liberamente attraverso i mezzi di comunicazione il proprio pensiero e la propria opinione, le dichiarazioni dei due candidati alla presidenza statunitense sono state molto simili. In riferimento alla comunicazione attraverso internet e i social network, sia il candidato repubblicano che la candidata democratica hanno invocato la possibilità che quel mezzo possa essere limitato nel caso in cui venga utilizzato dai terroristi. Se una posizione simile rientra nel discourse tipico di Trump («Somebody will say, “Oh freedom of speech, freedom of speech.” These are foolish people»), ha sorpreso il modo in cui Clinton ha parlato di questo tema: «You’re going to hear all of the usual complaints, you know, freedom of speech, et cetera». Se questa affermazione ha stupito parte dell’opinione pubblica statunitense, lo si deve all’accento che Clinton pone solitamente sulle questioni delle libertà di stampa e di religione per contrapporsi al rivale repubblicano, considerato inoltre che queste sono stabilite dal Primo emendamento alla Costituzione che le rende oggetto di un interesse particolare all’interno del dibattito pubblico.

Proprio la libertà di religione, diritto sancito dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, è stato uno dei temi molto dibattuti durante la campagna elettorale a causa dei ripetuti attacchi da parte di Trump nei confronti dei fedeli musulmani. A tale questione, nella retorica elettorale, se ne lega strettamente un’altra, ovvero quella dei diritti dei rifugiati. Uno degli argomenti più forti del candidato repubblicano, sia nel contesto della politica interna che in quello di politica estera, è la questione dell’immigrazione. Ben noti sono gli attacchi del tycoon nei confronti degli immigrati messicani che cercano di trasferirsi negli Stati Uniti o, ancor più, quelli nei confronti degli immigrati di religione musulmana per i quali voleva impedire l’ingresso o addirittura richiedere un ideological test. Lo stesso si può affermare per i rifugiati: seppure questi possano disporre di protezione e asilo negli Stati Uniti e il processo di accoglienza e controllo sia tra i più lunghi e laboriosi del mondo occidentale (tra i 18 e i 24 mesi), Trump li ha più volte indicati come un pericolo e come una minaccia alla sicurezza nazionale sostenendo che la loro religione sia in prevalenza quella musulmana. Seppure Clinton non abbia assunto una posizione specifica su questo tema durante la recente fase della campagna elettorale, si può immaginare che voglia continuare con il piano elaborato da Barack Obama in collaborazione con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che potrebbe portare ad un graduale aumento del numero di rifugiati accolti negli Stati Uniti dai circa 10000 previsti per il 2016 fino a circa 65000 (questo il numero ipotizzato da Clinton nel 2015), in totale contrasto con le proposte di Trump.

La differenza tra i due candidati è evidente anche in riferimento ai diritti ambientali. Se nel sito della campagna di Hillary Clinton il tema del diritto all’ambiente emerge in maniera evidente attraverso le voci Climate change e Protecting animals and wildlife, lo stesso non si può dire per la proposta politica di Donald Trump: nel caso del candidato repubblicano, infatti, non vi è alcun riferimento al cambiamento climatico che, anzi, è stato più volte definito come una falsità priva di evidenza scientifica.

Vi è poi l’amara controversia sui diritti delle donne, la cui eguaglianza agli uomini è espressa nel preambolo della Dichiarazione universale dei diritti umani. A chiunque scriva di questo tema si potrebbe dire: ti piace vincere facile. Effettivamente, ben noti sono gli atteggiamenti patriarcali e retoricamente violenti di Trump nei confronti delle donne ed è questo uno dei motivi per cui Clinton pare possa ottenere il largo sostegno della componente femminile dell’elettorato statunitense. Inoltre, Clinton ha più volte associato i diritti delle donne ai diritti umani, facendosi portatrice di una lunga lotta per l’emancipazione femminile che, a partire dal 1948 soprattutto, si è combattuta in seno alle Nazioni Unite e l’ha vista protagonista nel 1995 alla quarta conferenza mondiale per i diritti delle donne a Pechino, ottenendo risalto e consenso a livello internazionale. Tuttavia, la posizione di Clinton sul controllo delle nascite potrebbe causarle la perdita dell’appoggio da parte delle donne impegnate nella lotta contro l’aborto e nel movimento pro-life, e vi è la possibilità che la voce di tale settore dell’elettorato femminile possa varcare i confini nazionali e far mancare alla Clinton il favore del mondo conservatore femminile anche al di fuori del paese.

Sulla scena globale, infine, non si può non considerare il rapporto dei candidati presidenti con le Nazioni Unite, organizzazione considerata a livello internazionale come il più alto grado di protezione per i diritti umani. «If Donald Trump is elected on the basis of what he has said already – and unless that changes – I think it is without any doubt that he would be dangerous from an international point of view». Questo quanto espresso all’inizio di ottobre dall’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Zeid Ra’ad Al Hussein, rispetto alla proposta di politica estera di Donald Trump. Non pare difficile comprendere, quindi, per quale candidato sia a favore Al Hussein, nonostante la sua volontà sia quella di non interferire con la campagna elettorale di alcun paese parte delle Nazioni Unite.

In conclusione si può quindi affermare che i diritti umani abbiano sì avuto un ruolo nel dibattito sulla politica estera statunitense: tuttavia, molti dubbi restano ancora aperti per entrambi i candidati. Clinton ha di sicuro insistito maggiormente sul tema, ma non in maniera totalmente convincente. Da parte sua, invece, Trump pare voler ignorare la questione o, nel caso questa venga trattata, intende affrontarla in maniera provocativa o critica.

A partire dagli anni Settanta, i diritti umani hanno rivestito un ruolo sempre più importante all’interno della politica estera statunitense. Sono diventati uno dei temi più citati da parte dell’opinione pubblica e hanno assunto un peso capace di indirizzare il corso delle decisioni presidenziali. L’attenzione rivolta ai diritti umani da parte di presidenti come Jimmy Carter e, seppur in maniera molto diversa, da Barack Obama non può far dimenticare quanto questi necessitino di essere costantemente richiamati e messi in pratica. Nonostante possa sembrare che ora abbiano perso il rilievo di un tempo, i diritti umani continuano ad avere un appeal tale da essere continuamente citati e per questo anche utilizzati per scopi altri.

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