An American Views of the Future of Relations with Europe. Intervento di Paul Berg (Minister Counselor for Political Affairs at U.S. Embassy Rome), di Matteo Giurco, Paolo Cannazza, Raimondo Maria Neironi, Alice Testa

La XII edizione della Summer School organizzata dal CISPEA ha avuto il privilegio di ospitare Paul S. Berg, Minister Counselor for Political Affairs presso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma, diplomatico ed acuto analista con numerose esperienze internazionali: da Mumbai a Medan, passando poi per Bruxelles, Medan, Città del Messico, Bogotà ed Hanoi. Il suo pregievole e apprezzato intervento si è soffermato sui principali temi di attualità che riguardano il contesto internazionale contraddistinto da turbolenze e grandi cambiamenti rispetto allo scenario delineatosi in seguito alla caduta del Muro di Berlino. È ragionevole pensare che il “secolo americano” stia lentamente volgendo al termine? Berg prova a dare una risposta analizzando alcuni aspetti della politica internazionale degli Stati Uniti e le sue relazioni con il mondo.

Le relazioni USA-Europa nell’epoca post-americana: tra vecchie certezze e nuove sfide.

Il pilastro portante della politica estera statunitense post-1945 è stato senza dubbio la relazione quasi settantennale tra gli Stati Uniti ed Europa. Berg ha riflettuto sul tema soffermandosi innanzitutto sullo “stato dell’arte” delle relazioni transatlantiche visto all’interno del quadro strategico e militare della NATO. Secondo Berg, tale istituzione ha mostrato più di ogni altra organizzazione una capacità di adattamento al nuovo contesto politico internazionale post-1989, e non sembra aver dato gravi segni di cedimento nemmeno nel periodo successivo all’adesione dei paesi dell’ex blocco sovietico avvenuta nel 2004. All’interno della NATO, le relazioni politiche si sono progressivamente intensificate contestualmente alle esercitazioni militari, prova ne sono il programma Partnership for Peace e la volontà espressa più volte di improntare un dialogo costruttivo e rafforzare i legami di sicurezza con la Russia ed i restanti paesi del continente europeo non membri dell’Alleanza. La NATO si pone allora quale fattore di stabilità per l’intera regione e per il mondo intero. Durante la crisi ucraina del 2013-14 culminata con l’annessione russa della Crimea, l’Alleanza non ha cercato lo scontro frontale, rimanendo sì ferma sulle sue posizioni ma non dando mai l’impressione di sottrarsi al dialogo con Mosca. Senza dubbio, ha ammesso il diplomatico statunitense, la NATO giocherà nei prossimi anni un ruolo determinante per la risoluzione della controversia ucraina, ma per far sì che ciò avvenga è necessario che la Russia si astenga dal perseguire azioni unilaterali e ostili nei confronti dei paesi orbitanti in passato attorno all’area di influenza sovietica. É auspicabile che Mosca compia i primi passi verso la definizione di nuovi principi da porre alla base nelle relazioni con la NATO e, dal canto suo, la diplomazia comunitaria deve fare fronte comune per domare il grande vicino orientale e trovare una soluzione duratura all’annoso problema orientale.

Il successo seppur parziale dell’Alleanza Atlantica – e, per estensione, della special relationship transatlantica – è culminato con la campagna militare in Afghanistan risalente al 2001. Il diplomatico americano ha espresso un giudizio positivo sull’esito della ricostruzione e il processo di democratizzazione del paese che va avanti ormai da 15 anni, sebbene – al contempo – egli stesso abbia ammesso che ancora molto resta da fare per facilitare il compito al presidente Ashraf Ghani di dirimere le dispute settarie tra le tribù locali; combattere i Taliban nel sud del paese; e sostenere militarmente il nuovo governo di unità nazionale guidato da Abdullah Abdullah.

L’intervento del diplomatico statunitense si è successivamente focalizzato su una complessiva valutazione dei rapporti tra il suo paese e l’Unione Europea, anche con riferimento alla Brexit e alle sue conseguenze sul processo di integrazione europea e sulle relazioni con gli Stati Uniti. Lo storico esito uscito dalle urne britanniche il 23 giugno scorso ha innescato un terremoto politico per certi versi inaspettato e ha scontentato il presidente Barack Obama, che si era esposto in prima persona – molto più di qualche esponente politico britannico – contro il leave del Regno Unito dalla “casa comune europea”. Alla domanda su cosa accadrà dopo il voto britannico e quale saranno i prossimi passi degli USA, Berg ha utilizzato parole caute, auspicando che il negoziato di uscita tra Londra e Bruxelles si svolga in un periodo di tempo breve e ragionevole e senza troppi intoppi, in modo tale da riassorbire gradualmente lo shock politico di questi ultimi mesi. Il diplomatico ha fatto notare che l’esito del referendum è arrivato in concomitanza con lo stallo sui negoziati dell’accordo di libero scambio transatlantico (il famigerato TTIP), vera scommessa dell’amministrazione Obama, che finora ha fatto registrare timidi interessamenti tra alcuni leader della Vecchia Europa, con alcuni paesi come la Francia apertamente restii alla firma dell’accordo.

Il diplomatico statunitense ha riservato poi spazio sufficiente ad un tema caldo che tuttavia sembra essere stato dimenticato, ossia il processo di democratizzazione nell’ex spazio sovietico e nella ex-Jugoslavia. Ha citato il caso del Kosovo come ottimo esempio di azione della diplomazia europea nell’area balcanica, presentando l’UE quale peace-builder delle relazioni internazionali del nuovo millennio. La Georgia, invece, caso sui generis alle prese con due regioni separatiste legate in maniera quasi indissolubile alla Russia per ragioni sia storiche che culturali, è una sfida strategica a cui l’Europa – assieme agli Stati Uniti – non può sottrarsi.

Al termine della parte di intervento dedicata ai rapporti transatlantici, Berg si è soffermato su un tema apparentemente marginale, ma a cui tiene particolarmente visti i suoi trascorsi in Indonesia in occasione dello tsunami che colpì il paese asiatico nel dicembre 2004: lo stato del sistema sanitario a livello globale. Gli Stati Uniti stanno prospettando fuori dai propri confini ciò che faticano ad introdurre in patria, ossia un modello di cura, prevenzione e trattamenti medici qualificati in grado di migliorare la salute delle popolazioni esposte a gravi malattie. Per il diplomatico, gli USA detengono il giusto potenziale per rafforzare il sistema sanitario globale attraverso l’incremento delle strutture di base e la presenza di medici altamente qualificati nelle zone più disagiate del mondo. Tutto questo può avvenire attraverso una collaborazione con l’Europa ed il suo esemplare modello di sistema sanitario.

Gli Stati Uniti, la Russia ed il limes orientale.

Nel corso della prolusione, un discreto spazio è riservato all’analisi dei rapporti con la Federazione Russa. Aderendo fedelmente alle linee di politica estera della presidenza Obama, anche Paul Berg si dichiara convinto assertore della necessità di “contenere” la Russia, spostando la linea del limes post-sovietico verso Est. Agli occhi del diplomatico, lo Stato retto da Vladimir Putin sembra infatti costituire una minaccia per le sorti degli USA e dell’intero Occidente. Berg

Berg ha accennato all’importanza geopolitica della Polonia e degli alleati baltici, ma si è soffermato con particolare cura attorno al conflitto ucraino, notorio focolaio di estrema tensione tra statunitensi e russi. L’oratore ha sostenuto la necessità di vigilare sull’effettivo rispetto degli accordi di Minsk II, addebitando le possibili infrazioni dei patti alle sole frange filorusse ed evitando ogni riferimento alle forze militari (e paramilitari) di Kiev.[1]

Naturalmente, il tono complessivo del discorso è tarato sugli stilemi del canone diplomatico, per cui nelle parole di Berg non si possono riscontrare le furiose invettive russofobe giunte di recente alla ribalta internazionale sulla scia del successo commerciale del romanzo distopico del generale britannico Richard Shirreff.[2] Eppure, gli attenti cenni, perifrasi e allusioni del diplomatico non nascondono le contraddizioni della politica estera statunitense: a titolo esemplificativo, si ricordi che nell’Ucraina filo-occidentale la difesa di libertà e democrazia è stata appaltata anche a gruppi neo-nazisti, mentre la penetrazione atlantista nella tradizionale sfera d’influenza russa pregiudica una comune alleanza anti-terrorista, resa ancor più auspicabile dai sanguinosi attentati compiuti su suolo europeo da frange del fondamentalismo islamico.

Del resto, come è stato segnalato dagli interventi dal pubblico, è stato George Friedman, autorevole dominus di STRAFOR, a rilevare negli interessi geopolitici, e non nella sfera umanitaria, la vera posta in gioco presente sullo scacchiere dell’Europa orientale. Nello specifico, l’attivismo anti-russo degli Stati Uniti sarebbe finalizzato, a detta di Friedman, ad evitare la possibile saldatura tra Germania e Russia, e la conseguente realizzazione di un’unione eurasiatica che sarebbe l’unico contendente potenzialmente in grado di svellere l’egemonia nordamericana.[3] Interrogato al riguardo, Berg ha ridimensionato questa analisi. Tuttavia, quando si tratta di discutere le possibili incongruenze tra l’interesse nazionale italiano e la postura ostile alla Russia implementata dal campo occidentale, il tono del diplomatico si è fatto di colpo più assertivo: Berg si è detto amareggiato per la diffusione di simili opinioni all’interno della società e della stessa classe dirigente italiana, ma d’altra parte non si può deflettere dalla via intrapresa. Egli ha sostenuto che la Russia è a tutti gli effetti una minaccia, e grave errore sarebbe sottovalutarne la forza, così come la pulsione espansionista. E quand’anche l’interesse di Roma esulerebbe dalla salvaguardia di ucraini e baltici, precisa, sarebbe preciso obbligo del popolo italiano contribuire a difendere i nostri amici dell’Europa dell’Est, per non scivolare nelle pieghe degli atteggiamenti – a suo dire – “immorali”.

La minaccia terroristica e i processi di democratizzazione: il ruolo degli Stati Uniti.

L’Europa e gli Stati Uniti devono essere sempre più uniti nel loro rapporto militare, con un progressivo impegno congiunto nei teatri e con i nemici con cui sono impegnati. Per Berg, infatti, gli interventi nelle zone “calde” dovranno essere sempre più congiunti e coesi.

É per questo motivo che il diplomatico pone un forte accento sui paesi europei quali partner per la lotta la terrorismo e alla realizzazione dei processi di democratizzazione nei paesi afflitti da guerre, ricostruzione e problemi economici. Ancora una volta, la sinergia transatlantica è destinata a dare i suoi migliori frutti attraverso legami NATO più stretti, da una parte, e dalla collaborazione economica, dall’altra. A detta di Berg, una zona atlantica sempre più integrata sia a livello economico che militare semplificherebbe di molto gli interventi nelle zone calde del pianeta, anche quelle c.d out of area rispetto ai confini NATO.

Le sanzioni alla Russia ed il sostegno economico e militare all’Ucraina sono entrambi i prossimi passi da compiere. Quanto al primo punto, le sanzioni non devono essere tolte, ma è necessario che l’Ucraina riottenga in pieno la propria sovranità sui territori attualmente controllati dai separatisti russi. Successivamente, l’Ucraina deve essere aiutata nel suo processo di democratizzazione ancora in corso anche attraverso l’avvio di un negoziato di adesione con l’Unione Europea e la NATO, con aiuti sia economici che militari.

Altra questione dove è chiaramente ravvisabile l’urgenza di una collaborazione è il Medio Oriente, dove sia la guerra contro l’ISIS sia le trattative con l’Iran vedono NATO ed Europa in primo piano: difatti, nell’accordo sul nucleare iraniano l’UE è stata coinvolta in prima linea nelle trattative, al pari delle diplomazie di Russia e degli stessi USA. Le trattative con l’Iran per la liberalizzazione economica del paese e per un controllo sullo sviluppo del nucleare sono nel verso di una riappacificazione tra USA ed Iran tesa a stabilizzare un’area tra le più calde del pianeta.

Anche in Medio Oriente, quindi, la situazione richiede un impegno corale, come dimostrano anche le strategie per risolvere la questione ISIS nel migliore dei modi; per Berg è necessario che i due blocchi prendano assieme le misure necessarie per bloccare eventuali minacce non solo attuali ma anche future, anche perchè molte delle chiavi di volta per combattere il terrorismo internazionale partono da quel conflitto. L’UE è già molto attiva per quanto riguarda l’antiterrorismo, ma un maggiore collegamento tra le intelligence farebbe soltanto del bene per combattere l’attuale ondata di terrorismo islamico.

Altro importante contesto in cui gli USA paiono attivi è l’aiuto alla democratizzazione degli Stati, la quale – secondo Berg – non può essere fatta senza l’apporto diretto del proprio partner atlantico. Quella della democratizzazione è infatti un’area in cui l’UE è molto avanzata, avendo contribuito in maniere determinante alla transizione gli Stati dell’ex Unione Sovietica verso la democrazia. É questo che l’UE deve continuare a fare in Stati come l’Ucraina: sostenere attraverso aiuti sia politici sia economici il processo di transizione da un sistema autoritario ad uno democratico nella maniera più indolore possibile. É compito non solo dell’UE quindi occuparsi del teatro continentale, con l’appoggio esterno degli Stati Uniti (che avallano le azioni europee più che attivamente aiutarle).

Integrazione e migrazioni: gli Stati Uniti e l’Italia.

A conclusione del suo intervento, Paul Berg ha affermato che gli Stati Uniti continuano a trarre la loro energia dall’Europa, in un rapporto evolutivo di scambio reciproco. Per questo motivo l’alleanza tra Stati Uniti e Vecchio Continente continua a ricoprire un ruolo chiave per la diplomazia americana, in quanto pietra di volta della sicurezza internazionale: come scritto in precedenza,  molti sono gli ambiti in cui la cooperazione tra USA ed Europa è fondamentale in una prospettiva di successo.

In questo contesto, il diplomatico americano ha enfatizzato la positività delle relazioni tra Italia e Stati Uniti, salde e strette al punto che l’Italia può permettersi di usare la propria vicinanza agli Stati Uniti come carta da giocare nelle delicate partite presso le istituzioni europee. In questo senso Berg ha offerto come esempio la tematica di estrema attualità presentata da Brexit: secondo la sua opinione, il referendum britannico non avrà come conseguenza automatica e naturale l’uscita del Regno Unito dall’UE, ma nel caso in cui ciò avvenisse tale situazione permetterebbe all’Italia di aumentare il proprio peso politico all’interno dell’Unione stessa, anche grazie al proprio rapporto speciale con gli USA.

Per dimostrare ancora la rilevanza delle relazioni tra Italia e Stati Uniti, Berg enfatizza l’importanza della posizione strategica in cui è geograficamente collocato il paese e ricorda quanto la presenza statunitense sul suolo italiano ricopra un ruolo chiave per la difesa italiana. Infine, Berg ricorda che la NATO sta gradualmente volgendo la propria attenzione alla sponda meridionale dell’Alleanza, in ambiti di particolare rilevanza per l’Italia, quali l’immigrazione e la lotta al terrorismo. In generale l’opinione del diplomatico è che le relazioni italo-americane non stiano affatto mutando in negativo ma continuino a rivestire per entrambi i Paesi una rilevanza notevole.

 

 


[1]   In un vertice tenutosi nella capitale bielorussa in data 11 febbraio 2015, i capi di Stato di Ucraina, Russia, Francia e Germania hanno firmato un insieme di misure atte a ridurre la conflittualità nell’Ucraina orientale. I colloqui che hanno portato all’accordo sono stati organizzati sotto la supervisione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), a seguito del collasso del precedente Protocollo di Minsk.

[2]   Cfr. Richard Shirreff, 2017 War with Russia, Coronet, London 2016. Già Deputy Supreme Allied Commander Europe nel triennio 2011-2014, l’alto ufficiale britannico ha paventato una futura invasione dell’Ucraina da parte delle truppe russe, seguita dall’occupazione dei Paesi baltici e infine dall’intervento risolutore delle forze NATO.

[3]   Ossia: tecnologia tedesca unita a manodopera e giacimenti di materie prime presenti in Russia.

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