#TheRealOne? Hillary, la convention e l'”ora” delle donne

150924-clinton_women-1629_f32c42d102dde0eec26aeb4aced67f41.nbcnews-fp-1200-800Hillary Clinton, dopo una carriera politica durata più di tre decenni, è riuscita nell’impresa di rompere il soffitto di cristallo della politica americana diventando la prima donna candidata alla carica di presidente degli Stati Uniti d’America. Risultato questo, raggiunto dopo una stagione di primarie rivelatasi più lunga e aspra del previsto a causa dell’inaspettato fenomeno Sanders. Il senatore del Vermont è riuscito infatti a intercettare il consenso dei giovani under-30 e dell’ala più radicale del Partito democratico contraria alla nomination dell’ex segretario di Stato, considerata espressione dell’establishment, e al suo programma moderato e centrista. La frattura, non ricomposta nemmeno dal tiepido endorsement di Sanders, è stata testimoniata dalle proteste che hanno accompagnato l’apertura della convention al grido di “Help End Establishment Politics, Vote No on Hillary”.

Obiettivo della kermesse democratica era dunque fra gli altri di ricompattare i democratici intorno alla candidatura di Clinton, provando a sanare la crepa delineatasi nel corso delle primarie tra le due anime del partito, che rischiava di eclissare il risultato storico della prima donna candidata alla massima carica del sistema politico statunitense. Non a caso il leitmotiv della convention è stato il tema dell’unità. Unità che si è tentato di realizzare a livello programmatico, inserendo nella piattaforma democratica alcune delle istanze propugnate dal senatore del Vermont sin dall’inizio della sua campagna elettorale, nella speranza di assicurarsi il voto dei suoi sostenitori: aumento del salario minimo a 15 dollari all’ora, lotta al cambiamento climatico, regole più stringenti per le grandi banche d’affari, revisione di alcuni accordi commerciali, in primis il TTIP. Ne è emersa un’agenda più progressista rispetto a quella inizialmente propugnata dalla front runner, ma non abbastanza da placare le critiche contro quella che viene percepita come una politica di lungo corso considerata manifestazione quintessenziale dell’establishment democratico e del suo immobilismo politico.

Proprio la sua lunga esperienza da attivista prima e da politica poi, è stata al contrario sottolineata dagli oratori che si sono alternati ai microfoni della convention e che hanno insistito, sia pure con diverse sfumature, su quelle peculiarità del dato biografico e politico di Clinton che la renderebbero la candidata ideale per assicurare ai democratici il terzo mandato consecutivo alla Casa Bianca. La first lady, in particolare, ha presentato l’ex segretario di Stato come l’erede naturale di Obama e l’unica persona “davvero qualificata” per ricoprire l’ufficio presidenziale grazie alla sua più che trentennale e tenace dedizione alla nazione. Michelle Obama ha insistito in qualche modo non solo sulla competenza della nominee ma altresì sulla sua affidabilità, sulla sua capacità di non indietreggiare nemmeno di fronte alle sfide più difficili e sulla lealtà dimostrata verso l’amministrazione del marito. Competenza ed esperienza, qualità che sono senz’altro riconosciute all’ex first lady ed ex segretario di Stato, ma che non sono certo riuscite a convincere quella parte dell’elettorato americano che la considera fredda, manipolatrice, disonesta e non degna di fiducia. Non a caso si è tentato di rimodulare la sua immagine, di umanizzare la sua figura e di stemperarne i tratti più freddi. Nel suo intervento, l’ex presidente Clinton, e primo potenziale first husband della storia, ha preso le mosse dal loro primo incontro all’università di Yale nel 1971 per ricostruire le loro vicende familiari e coniugali. Si è trattato sì di un discorso dal forte accento personale volto a renderla più umana e vicina all’elettorato, ma soprattutto tendente a rimodulare la sua immagine di simbolo dell’establishment del partito democratico e del suo immobilismo politico. Clinton ha descritto l’esperienza della moglie come attivista, il suo lavoro per il Children Defence Fund, il suo girovagare per il Paese al servizio della nazione prima dell’esperienza di first lady in Arkansas, sottolineando come sia sempre stata animata dalla volontà di cambiare lo status quo. Il 42° presidente degli Stati Uniti ha descritto Hillary come “the best darn change-maker I ever met in my life”, caratterizzata da una volontà di cambiamento che l’avrebbe accompagnata in tutta la sua carriera, dall’attivismo per la difesa dei diritti civili e dei bambini, all’impegno come first lady della nazione, all’attività di senatrice dello Stati di New York prima e di segretario di Stato poi e che la renderebbe “straordinariamente qualificata” per affrontare le sfide che si pongono di fronte alla nazione. Se il marito ha provato a riformulare la sua immagine di campionessa dell’establishment, sottolineando allo stesso tempo la sua straordinaria esperienza, la figlia Chelsea ha giocato invece la carta della maternità per umanizzare la figura dell’ex segretario di Stato. L’ha descritta come una madre, e una nonna presente, peccando forse di un eccesso di maternalismo.

29CONVENTION-master675Effettivamente, fin da prima dell’inizio delle primarie, gli analisti e la stampa hanno insistentemente sostenuto la necessità, per Hillary Clinton, di impegnarsi a presentare una figura più umana, comunicativa e affabile, per avvicinarsi alla base e smorzare l’attenzione alla sua lunga carriera non priva di ombre. Sembra che la candidata e il suo staff abbiano accolto queste sollecitazioni, in una riformulazione ben diversa dalla campagna elettorale di otto anni fa, costruita attraverso strumenti del tutto nuovi, in cui proprio le donne e il genere hanno giocato un ruolo centrale. Anche per questo, forse, la convention che si è da poco conclusa a Philadelphia potrebbe essere ricordata anche come la convention delle donne e della politica al femminile. L’immaginario suscitato dall’idea di una presidente donna è stato celebrato da tutte le rappresentanti del partito: Nancy Pelosi, che ha fatto la storia come prima donna a diventare capogruppo del partito democratico, ha finalmente potuto gridare “The Day Has Come”, seguendo il filo rosso di tutta la convention. Quello che è sembrato emergere, infatti, è stato il tentativo di voler ricostruire il percorso di Hillary Clinton intrecciandolo strettamente alle specificità che caratterizzano un profilo politico al femminile, sottolineando anche la carica simbolica di diventare prima donna presidente degli Stati Uniti come elemento unificante e portante del progressismo incarnato dal partito democratico.

Gli accenti più forti sono stati infatti posti non tanto sulla sua carriera di senatrice dello stato di New York o di segretario di Stato, quanto sulle origini del suo impegno privato e pubblico a partire dal sostegno alle donne, alle madri e ai bambini. In questo senso, si può dire che sia stata rimarcata in forme e modi diversi da molti dei discorsi delle tante donne che si sono succedute sul palco un’immagine piuttosto conservatrice e in parte espressione di un certo tipo di femminismo, bianco, privilegiato, neoliberale e dunque poco preoccupato di discutere gli assetti e i sistemi del potere, che le ha causato e continua a darle non pochi problemi viste le tante voci di intellettuali e femministe che non la sostengono e che tendono a ridimensionare quella che è stata comunque riconosciuta come la sua impresa storica. Se Politico ha riportato che l’80% degli interventi alla convention repubblicana sono stati affidati a whites e che le donne a parlare sono state poco più di una ventina, la convention di Philadelphia è riuscita senz’altro a proporre e presentare un altro tipo di America, un’America multirazziale ma prima di tutto al femminile, in cui le differenze e gli interessi specifici delle donne che si sono succedute sul palco sono sembrati quasi assoggettati all’idea di avere una donna presidente. Anzi, forse la convention è stata costruita proprio attorno a quest’idea e, per farlo, il discorso è stato appiattito dal recupero di una retorica dei valori tradizionali statunitensi che legano le donne alla famiglia e, conseguentemente, alla nazione intera. Oltre alle figure istituzionali, come la voce liberal di Elizabeth Warren, molti degli elementi più scottanti dell’attualità e del programma politico di Hillary Clinton sono stati affidati proprio alle donne. La presidente di NARAL Pro-Choice America, Ilyse Hogue, ha portato sul palco i temi dell’aborto e dei diritti riproduttivi attraverso il racconto della sua personale esperienza di interruzione di gravidanza, mentre Sarah McBride, rappresentante dell’attivismo LGBT, è stata la prima transgender a tenere un discorso a una convention. Ancora, la questione dell’immigrazione è stata affidata alla giovanissima Karla Ortiz, undicenne americana figlia di immigrati senza documenti, che ha solcato il palco insieme alla madre, anche se forse il momento più emozionante è certamente stato quello che ha visto protagoniste le Mothers of the Movement, tra cui vi erano le madri di Michael Brown, di Trayvon Martin, di Sandra Bland e di Eric Garner, che da mesi supportano apertamente la candidata alla presidenza. Se Black Lives Matter ha deciso di non formalizzare un endorsement, l’intervento di queste sette donne, che rappresentano alcune tra le voci più forti e conosciute del movimento, ha invece parzialmente richiamato alcuni elementi della sua agenda, spingendo anche gli afroamericani e le afroamericane ad andare alle urne. Allo stesso modo, è stata toccante anche la presenza di Christine Leinonen, madre di una delle vittime della sparatoria di massa nel nightclub di Orlando, apparsa insieme ad altre donne che hanno perso figli e figlie in mass shootings per insistere sull’importanza del controllo sulle armi. Anche Madeleine Albright, ex segretario di Stato, non ha evitato di ripercorrere i primi passi mossi da Clinton sull’arena internazionale e globale per i diritti delle donne quando, nel 1995, alla quarta Conferenza Mondiale ONU sulle Donne a Pechino, aveva affermato che i diritti delle donne sono diritti umani, riuscendo a sottolineare come l’esperienza e la capacità politica espresse da Hillary Clinton sarebbero caratterizzanti proprio perché denotate da una leadership al femminile, in cui la conquista di eleggere la prima donna presidente sarebbe anche il segno della grandezza statunitense e spinta propulsiva per gli Stati Uniti e per il mondo.

dncWednesday_2111469677990Stronger Together ha dunque eccezionalmente incarnato lo spirito e la rappresentazione dei quattro giorni della convention, in cui la portata storica della prima donna presidente è riuscita a proporsi come chiave unificante per superare le conflittualità che avevano caratterizzato tutto il corso delle primarie. Ma, come ha sostenuto John Cassidy sulle pagine del New Yorker, questa rappresentazione non può bastare, perché l’ineguaglianza economica e le promesse di misure di redistribuzione rimangono la chiave di volta per attirare e coinvolgere i giovani e le minoranze. La riscrittura delle regole è ciò che una grande parte della popolazione continua a chiedere con forza e per la quale Sanders ha sempre insistito. Ecco perché, non a caso, la convention ha proposto l’immagine di un partito rinsaldato attorno all’idea di sostenere l’impresa di eleggere presidente una donna – e una madre –, forse proprio per silenziare le criticità messe in luce dalla maggioranza dei giovani e, soprattutto, delle giovani donne americane, sulle quali l’idea di rompere il soffitto di cristallo non ha più tanta presa.

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