UN’ARMA PER GLI OUTSIDER. IL SIGNIFICATO STORICO DELLE PRIMARIE NELLA SELEZIONE DELLA LEADERSHIP PRESIDENZIALE.

UN’ARMA PER GLI OUTSIDER. IL SIGNIFICATO STORICO DELLE PRIMARIE NELLA SELEZIONE DELLA LEADERSHIP PRESIDENZIALE.

Durante la campagna per la nomination presidenziale democratica del 2008 un giovane studente universitario greco, che proprio in quel momento sta frequentando con entusiasmo un corso di presidential politics ad Harvard, chiama il padre, un droghiere di Atene, per raccontargli nei dettagli i meccanismi di quel sofisticato sistema di selezione della leadership politica che gli Americani chiamano “primarie”. Ancor prima di poter parlare, dall’altro capo dell’etere il droghiere di Atene lo interrompe per chiedergli a che punto sia la conta dei ‘superdelegati’ democratici. Questo microscopico frammento di vita quotidiana, riportato da Elaine C. Karmack, docente alla Harvard Kennedy School of Government e senior fellow presso la Brookings Institution di Washingotn DC nel suo libro Primary Politics : How Presidential Candidates Have Shaped the Modern Nominating System (Brookings, 2009)[1], sintetizza in maniera molto efficace l’esplosione di un fenomeno relativamente recente nella storia delle presidenziali americane: l’ascesa e l’incremento di legittimazione delle primarie come strumento di selezione dei candidati alla Casa Bianca, dovuta in parte ad un’attenzione pubblica e ad una copertura mediatica senza precedenti.

Nel semestre appena trascorso l’agenda dell’informazione americana è stata, come ormai d’abitudine, dominata alle primarie presidenziali, che hanno ceduto le luci della ribalta solamente alle “breaking news” degli attentati terroristici nazionali (la strage di Orlando) ed internazionali e al referendum sulla secessione britannica dall’Unione Europea. Il confronto fra i candidati repubblicani e democratici, che ha tenuto incollati allo schermo per mesi milioni di cittadini Americani, è stato inoltre talmente serrato che un solo Super Tuesday non è bastato a decidere le sorti delle nomination democratica e repubblicana. Lo sgomento di gran parte degli osservatori nazionali ed internazionali di fronte all’ascesa del candidato repubblicano più  “indigeribile e impresentabile”[2] si è risolto nel prolungamento esasperato dell’attesa di una sconfitta elettorale decisiva o di una battuta d’arresto giudiziaria del Tycoon newyorkese, entrambe situazioni che, almeno fino ad ora, non si sono verificate. E la negazione dell’evidenza è tale che in molti, all’interno dell’establishment repubblicano, attribuendo i ripetuti successi elettorali di Trump all’“avanzata del  populismo in tutto il mondo occidentale”[3], guardano ancora alla Convention come all’ultima ancora di salvezza. Nell’ultimo mese sono circolate addirittura voci di un possibile ‘colpo di stato’ che una fazione di dissidenti Repubblicani starebbe organizzando in occasione della prossima Convention repubblicana di Cleveland, puntando sulla revisione dei regolamenti di selezione dei candidati e in particolare sull’introduzione di una conscience clause che permetta a tutti i delegati di votare liberamente [4].

TrumpAnche se l’effettiva possibilità di un golpe interno al partito Repubblicano è estremamente remota – ai dissidenti mancano i numeri per portare avanti una revisione del regolamento in convenzione – è comunque comprovato che buona parte dei delegati repubblicani sia ostile alla nomination di Trump e che le primarie 2016 abbiano creato profondi cleavages all’interno dell’elettorato e della classe politica repubblicana.

In campo democratico, nonostante l’indiscussa superiorità di Hillary Clinton alla chiusura delle primarie, Bernie Sanders ha aspettato a lungo prima di riconoscere la vittoria della rivale (un riconoscimento affermato proprio negli ultimi giorni[5]) e per molto tempo ha guardato alla Convention come momento decisivo di legittimazione del candidato alla presidenza (la stessa cosa che, otto anni fa, fece Hillary di fronte ad un giovane rampante senatore dell’Illinois che aveva sbaragliato le primarie di partito). Nonostante già all’inizio di  giugno il senatore del Vermont fosse ormai matematicamente fuori dai giochi, all’indomani dell’ultima tornata elettorale (14 giugno) Sanders dichiarò di non essere ancora pronto a sostenere la candidatura della Clinton [6]. Obiettivo di questo endorsement mancato è stata chiaramente la volontà di far pesare il proprio supporto – e quindi il proprio bacino di voti –  alla candidata ufficiale, facendo leva sul programma del partito Democratico, in particolare circa le questioni di sanità pubblica, salario minimo e accesso agevolato all’istruzione universitaria, in modo da ottenere “the most progressive platform ever passed by the Democratic Party”[7]. A questo si aggiunga l’appello di Sanders per riformare la leadership del partito ed eliminare i superdelegates nel processo di nomina del candidato presidenziale democratico[8].

superdelegates 032916Oggi, e all’indomani dell’endorsement ufficiale del New Hampshire, Sanders sembra aver centrato i propri principali obiettivi. Sebbene buona parte degli osservatori politici minimizzino l’inserimento nel programma democratico di questioni come la tassazione sulle emissioni di diossido di carbonio[9], l’introduzione del salario minimo di 15 dollari l’ora e l’abbassamento delle rette universitarie, ricordando che le party platforms ormai non siano altro che specchi per allodole facilmente sconfessate una volta ottenuta la poltrona presidenziale[10], è indubbio che Sanders abbia aperto un nuovo fronte all’interno della sinistra americana, di cui Hillary dovrà tener conto se vorrà sperare in una vittoria su Trump il prossimo 8 novembre.

Più ancora dello scetticismo dell’establishment repubblicano di fronte al responso delle consultazioni popolari, nell’ultimo mese la scelta di Sanders di lottare sul programma ha posto in nuova luce l’autorità della Convenzione nazionale di partito, non solo e non tanto come momento di sanzione del candidato presidenziale ma come luogo di negoziazione – e in questo caso di riconciliazione – sull’agenda di partito. Prima che le dichiarazioni del direttore dell’FBI James  Comey sul discutibile trattamento delle email di stato di Hillary Clinton arrivassero puntuali a ricompattare i ranghi, Sanders sembrava infatti del  tutto deciso a portare la negoziazione sul programma in Convenzione, indicando in questa istituzione storica del sistema partitico americano il vero organo di legittimazione politica, non solo e non tanto del candidato, quando del programma presidenziale: un atteggiamento che pareva inserirsi perfettamente nel clima di profondo scetticismo per la democrazia diretta seguito al recente referendum Brexit e tornava quindi a mettere provocatoriamente al centro dell’attenzione pubblica il valore della democrazia rappresentativa e dei processi di selezione della leadership per cooptazione, di cui gli Stati Uniti, dal 1787, rappresentano il fiore all’occhiello.

Lo scetticismo nei confronti delle primarie di partito non è nuovo alla storia politica americana. Del resto, in origine, le primarie sono state l’espressione della rivolta delle generazioni americane del primo Novecento contro l’establishment partitico forgiato dal liberalismo ottocentesco e, proprio per questa intrinseca natura anti-partitica, prima di ottenere piena legittimazione politica dovettero affrontare un lungo e travagliato periodo di diffidenza, che riaffiora ancora oggi sia sul versante democratico, sia sul versante repubblicano. Mentre il vortice di battaglie elettorali e mediatiche a tappe serrate è ormai alle spalle, e le Convention sono alle porte, sembra dunque opportuno fermarsi un istante per riflettere sul senso storico e politico dello spettacolo che è stato offerto negli ultimi mesi dalle primarie presidenziali statunitensi.

Per gran parte della storia politica americana, dagli anni ’30 dell’Ottocento fino alla fine degli anni ’60 del Novecento, il processo di selezione interna della leadership presidenziale fu un ‘affare di partito’ e ottenere la nomina significava guadagnare l’appoggio dei leader che controllavano il voto dei delegati scelti dalle convenzioni di stato, che sarebbero poi confluiti in Convenzione nazionale[11]. Queste consolidate procedure cominciarono ad essere messe in discussione durante la cosiddetta Progressive Era, un periodo generalmente collocabile fra gli anni ’90 dell’Ottocento e i primi anni ’30 del Novecento, caratterizzato da un grande attivismo politico innescato dalle inevitabili ricadute sociali dello sviluppo economico ed industriale di fine Ottocento. In particolare, i riformisti progressisti credevano fermamente nella necessità di ripensare radicalmente il ruolo e le funzioni dei governi locali, statuali e federali rispetto alla società civile, a partire dall’intervento dello Stato come strumento di contrasto alla corruzione economica e al potere monopolistico delle big corporations[12]. Il Progressivism fu dunque un processo di modernizzazione nato da uno straordinario slancio di immaginazione politica, che impiegò qualche decennio prima di concretizzarsi e perfezionarsi. Fu in questo clima di radicale riformismo politico e istituzionale che prese forma la volontà di rivoluzionare anche le vecchie macchine partitiche, arrugginite dalla reiterazione di pratiche clientelari forgiatesi soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, attraverso la diffusione sconsiderata del controllo delle nomine e dello spoils’ system come strumenti di potere nelle mani dei boss di partito al servizio di precisi interessi economici. Lungi quindi dal costituire elementi di garanzia democratica, alle soglie del Novecento sia il sistema delle spoglie sia le procedure di nomina presidenziale confermavano esclusivamente lo strapotere della dirigenza di partito nella selezione delle principali figure di vertice dell’amministrazione locale e federale: una pericolosa commistione fra politica e amministrazione favorita dall’assenza di sistemi di selezione meritocratica della classe burocratica[13]. L’introduzione delle primarie si collocò dunque nell’orizzonte di una titanica opera di purificazione del sistema partitico dalle proprie peggiori derive. La crociata del movimento di riforma partì dall’introduzione delle primarie contro il dominio dei boss di partito a livello locale, e quindi per la selezione dei candidati nelle posizioni amministrative statuali o cittadine. Il livello locale costituì del resto l’ambito di maggiore sperimentazione delle primarie nei primi decenni del Novecento, anche se, contestualmente, i progressisti riuscirono anche a far approvare da un buon numero di parlamenti statuali leggi per l’elezione diretta dei delegati alle Convenzioni nazionali di partito – in alcuni casi vincolati alle preferenze sul candidato espresso dal voto popolare – oppure per l’indicazione popolare di uno specifico candidato[14].

Fra le prime sporadiche manifestazioni di inizio Novecento e – come si vedrà a breve –  la loro piena affermazione negli anni ’60, le primarie affrontarono un cinquantennio di esperimenti, condotti come sempre e soprattutto dai governi dei singoli stati membri della Federazione. Quello statuale è del resto il livello di sperimentazione istituzionale per eccellenza del sistema federale americano, da cui ha preso vita  ogni storica riforma nazionale, dall’abolizione della schiavitù al voto alle donne. Sia per questo motivo, sia considerata la loro natura di consultazioni intra-partitiche fortemente ancorate alla cultura politica locale, le primarie sono state, fin dalle origini, reame della politica statuale, un fatto ben dimostrato dalle decine di sistemi di nomina attualmente in uso.  Il merito di aver introdotto la prima forma di primarie presidenziali è conteso fra Florida, Wisconsin e Oregon. La Florida fu sicuramente il primo Stato ad introdurre, nel 1901, una legge che diede ai funzionari dei partiti la possibilità di indire elezioni primarie per scegliere qualsiasi candidato, inclusi i delegati alle convenzioni nazionali democratiche. Lo Stato del Wisconsin detiene invece il primato dell’introduzione, nel 1905, di una legge per l’elezione diretta dei delegati alle convenzioni nazionali; tale legge però non specificò nulla circa la preferenza per i candidati presidenziali. É invece l’Oregon a salire sul gradino più alto del podio per l’adozione delle primarie con preferenze, nel 1910. Sotto le spinte del movimento progressista, all’alba del 1916 ben 26 stati avevano adottato leggi istitutive di elezioni primarie. Tuttavia, fra gli anni ’20 e gli anni ’30, si registrò una drastica inversione di tendenza dovuta a molteplici fattori: le resistenze interne all’establishment dei rispettivi partiti, le ricadute dei costi sui cittadini, la frequente indifferenza degli stessi candidati leader alle primarie e, soprattutto, le basse percentuali di affluenza elettorale. A questo si aggiunga anche una disaffezione generale dei cittadini americani per la tematica delle riforme sociali ed economiche nel pieno del ciclo espansivo dei “roaring Twenties”. Così, entro il 1935, 8 dei 26 Stati che avevano adottato le primarie presidenziali abbandonarono queste leggi. Il lungo e carismatico mandato di Franklin Delano Roosevelt e lo stato di eccezione rappresentato dalla Seconda Guerra Mondiale non contribuirono certamente ad aumentare il fascino delle primaries, e la crisi di questa forma di consultazione popolare proseguì fino alle soglie degli anni ’50 quando, lentamente, gli Stati iniziarono a re-introdurre una normativa dedicata[15].

Il vero momento di svolta per l’affermazione delle primaries coincise però con l’ascesa politica di John Fitzgerald Kennedy che, consapevole di non avere i giusti titoli per strappare il consenso ai dirigenti Democratici[16], vide nelle primarie l’unico mezzo per poter ottenere la nomina nel 1960. Le consistenti vittorie nelle primarie del New Hampshire, Wisconsin, West Virginia, Maryland, Nebraska, Indiana e Oregon ed i voti che riuscì ad ottenere altrove non furono di per sé sufficienti a garantire a Kennedy la maggioranza di delegati necessari per ottenere la nomina in Convenzione, ma furono decisivi per incrementare il consenso degli unpledged delegates, ovverosia delegati che, secondo i regolamenti del partito e gli ordinamenti statuali, non devono seguire l’indicazione degli elettori nel conferire il proprio voto, e dei cosiddetti superdelegates – dirigenti di partito, Congressmen ed ex figure di vertice dell’amministrazione federale, considerati delegati indipendenti. Grazie all’uso che seppe fare delle primarie, e soprattutto dopo il consenso del West Virginia – Stato a maggioranza Protestante –, Kennedy ottenne così la credibilità necessaria per negoziare i voti mancanti, guadagnare l’appoggio degli unpledged delegates e, quindi, conquistare la nomination democratica[17]. Sul versante repubblicano il corrispettivo di Kennedy fu rappresentato, quattro anni più tardi, da Barry Goldwater. Anche in questo caso, le primarie non solo consolidarono la forza di un candidato apparentemente privo del pedigree ideale secondo i canoni dell’establishment di partito, ma furono cruciali per ridefinire l’agenda repubblicana in senso decisamente conservatore e, con essa, la geografia dei consensi elettorali del GOP[18]. Utilizzate fino a quel momento da candidati, come Kennedy e Goldwater, con “great obstacles to overcome  and must win many primaries in order to be considered for nomination at all”[19], le primarie si legittimarono pienamente come sistema ordinario di nomina dalle presidenziali del 1968, quando il partito Democratico – seguito a stretto giro dal partito Repubblicano – le introdusse per ovviare all’incapacità di gestire e veicolare il dilagante movimento di protesta contro la guerra del Vietnam[20].

Se l’origine storica delle primarie si colloca dunque nell’alveo di un profondo movimento di rinnovamento politico ed istituzionale, la lunga fase di incubazione che va dai primi del Novecento agli anni ’60 racconta di un traguardo faticosamente raggiunto nel tempo, frutto della costante opera di perfezionamento della democrazia statunitense. Un traguardo che presenta ancora oggi notevoli limiti da superare, ma che, nonostante tutto, è lì a dimostrare la possibilità di trasformare un pensiero creativo in un prodotto concreto, capace peraltro di movimentare centinaia di migliaia di dollari. Così il sogno progressista di un candidato presidenziale direttamente individuato dagli aventi diritto di voto – qualcosa che a fine Ottocento sembrava fantascienza politica – all’indomani della Seconda Guerra Mondiale prese davvero sembianze reali. Se a partire dagli anni Sessanta  “la moltiplicazione delle primarie presidenziali negli Stati” è servita “ad aprire il ventaglio delle candidature possibili, a garantire che i delegati alla convention nazionale rappresentassero tutte le opinioni e tutti i gruppi demografici”, lo scotto da pagare è stata la progressiva ingerenza degli Stati nella disciplina interna di partito[21].

In particolare, ancora oggi l’assenza di una legge federale che uniformi le procedure di voto, porta spesso ad interrogarsi sull’effettiva democraticità di questo processo di selezione della leadership di partito. Ecco che, talvolta, più che uno strumento di effettiva individuazione democratica dei candidati, le primarie sembrano essere uno strumento nelle mani dei partiti per raccogliere consensi ed incorporare nuovi movimenti, come fecero i Democratici  dopo la sconfitta alle presidenziali del 1968[22]. Laddove però le primarie portino alla ribalta candidati irriducibili alle logiche di partito, la difformità nelle procedure di voto da stato a stato, la presenza di unpledged delegates o superdelegates e il verdetto della Convenzione nazionale di partito, costituiscono solidi argini di contenimento. Se è fuor di dubbio che, dagli anni ’60 ad oggi, le primarie abbiano favorito il ricambio della classe politica e abbiamo “ridisegnato le basi sociali e i blocchi elettorali di riferimento dei partiti”[23], da un punto di vista formale è sempre la Convention ad avere l’ultima parola sul candidato presidenziale.

Così, nonostante dalla candidatura di JFK in poi le primarie siano effettivamente diventate uno strumento pienamente rispettato dalla Convenzione nazionale nella selezione della leadership presidenziale, oggi come allora, l’equilibrio fra i due poli di questo processo di selezione viene ridefinito di volta in volta dalla conformazione della rosa dei candidati, e quindi, in particolare, dalle attitudini dei concorrenti e dalla loro capacità di sfruttare appieno le potenzialità degli strumenti di comunicazione e informazione. Da questo punto di vista, sembrano ancora del tutto attuali le osservazioni che già nel 1967 James W. Davis, uno dei più riconosciuti studiosi di politica americana del secolo scorso, riservò alle primarie presidenziali. Oggi come allora “presidential primary system has not changed the nominating system. Instead, it has been the behavior of presidential candidates who have forced alterations in the system by taking their nominating campaigns directly to the people in the presidential primary states. The mass media have made [this] type of nominating campaign possible […]”[24]. Sono gli stessi candidati dunque a poter trasformare le primarie in una sorta di grande spettacolo plebiscitario, con l’obiettivo di vincere le eventuali resistenze dell’establishment di partito ed affermarsi di fronte alla Convenzione nazionale. Finora, la campagna presidenziale dei due oustider per eccellenza del momento, Trump e Sanders, si è giocata proprio sul filo del rapporto fra consenso pubblico, normativa statuale e regolamenti di partito. Se il successo alle primarie di Trump stride rispetto all’insofferenza mostrata da una buona parte di irriducibili delegati repubblicani – che ancora in questi giorni cercano di fare pressioni sia sul Comitato di Regolamento del Partito, sia sul governo dei rispettivi Stati per svincolarsi dal ‘voto coatto’[25] – sul versante democratico sono stati i sostenitori di Sanders ad uscire frustrati dal caos di regole e procedure “deliberately designed to keep these candidates from clinching the nomination”[26]. Tuttavia, e forse per combattere gli attacchi repubblicani in seguito alle dichiarazioni del direttore dell’FBI Comey sulla negligenza e l’irresponsabilità dell’ex Segretario di Stato nella gestione di email classificate, negli ultimi giorni Sanders si è piegato alle logiche del partito e ha conferito il proprio sostegno ad Hillary Clinton. Se questo “matrimonio politico”[27] funzionerà, forse la Convention democratica di Philadelphia non prometterà  grande suspense e sorpresa, ma sarà davvero per i democratici l’occasione di serrare i ranghi in vista dell’8 novembre: meno spettacolo, più strategia.



[1] E. M. Kamarck è anche autrice di Primary Politics: Everything You Need to Know about How America Nominates Its Presidential Candidates, Washington D.C., Brookings Institution Press, 2015 e Why Presidents Fail And How They Can Succeed Again, Washington D.C., Brookings Institution Press, 2016.

[2] M. Vaudagna, L’impresentabile di successo: Donald Trump e la campagna elettorale negli Stati Uniti, pubblicato sul nostro blog lo scorso 9 dicembre 2015 nella sezione “Attualità”.

[3] Il riferimento è ad una affermazione del giornalista del “Guardian” Gary Younge, riportato da Nicola Cucchi in “Non mi rappresenti!” L’ondata di antipolitica e le origini del #Trumpism, pubblicato il 28 gennaio 2016 nella sezione “Attualità”.  

[5] A. Chozik, P. Healy, Y. Alcindor, Bernie Sanders Endorses Hillary Clinton, Hoping to Unify Democrats, in “The New York Times”, July 12th 2016

[6] Cfr. J. Wagner, D. Weigel, A. Phillip, Clinton, Sanders talk  after the former wins D.C. primary, “The Washington Post”,  June 14th 2016.

[7] Ibidem

[8] A. Rafferty, Bernie Sanders Calls for Major Reforms to Democratic Party, in “Nbc News”, June 14th 2016.

[9] R. Leber, Sanders’ final win: Climate action in the Democratic platform, in “Grist”, July 11th 2016

[10] M. Manzo, Bernie e la pace progressista con Hillary, in “la Voce di New York”, 13 luglio 2016

 

[11] E. C. Karmack, Primary Politics: How Presidential Candidates Have Shaped the Modern Nominating System (Brookings, 2009), p. 7.

[12] E. Foner, Give Me Liberty. An American History, New York-London, North & Company, 2012 (ed. or 2005), pp. 697-98

[13] La prima vera riforma del sistema di selezione del personale burocratico federale in senso meritocratico risale al Pendleton Act del 1883. M. Rothbard, Bureaucracy and the Civil Service in the United States, in “Journal of Libertarian Studies”, vol. 11(1995), pp. 3-75, pp. 62-69; P. P. Van Riper, History of the United States Civil Service, Evanston-Illinois Row, Peterson an Company, 1958, pp. 100-102.

[14] J. W. Davis, Presidential Primaries, cit., p. 25; A. Testi, La mossa del cavallo. Le primarie negli Stati Uniti, in “Il Mulino” n. 5 (2015), pp. 927-935, pp. 927-928.

[15] Ivi, p. 28-36.

[16] Il profilo di John F. Kennedy all’alba delle presidenziali del 1960, aveva effettivamente ben poche possibilità di superare l’esame dell’establishment democratico: Kennedy era cattolico, mediamente considerato troppo giovane per la carica presidenziale e, soprattutto, aveva scarsa esperienza politica a livello federale – Kennedy era stato eletto in Senato nel 1952 – dovuta a frequenti e prolungate assenze dal Capitol di Washington dovute alle cagionevoli condizioni di salute.

[17] J. W. Davis, Presidential Primaries, cit., pp. 82-88.

[18] Nel 1964 Goldwater riuscì a vincere lo scetticismo dell’establishment moderata repubblicana proprio grazie ad una  progressiva ascesa nei consensi popolari coronata dalla vittoria di 86 delegati californiani nell’ultima primaria del 2 giugno. J. W. Davis, Presidential Primaries, cit., pp. 88-90.

[19] N. Polsby, A. Wildavski, Presidential Elections: Strategies  of American  Electoral  Politics, New York, Charles Scribner’s Sons, 1971, p. 133

[20] E. C. Karmack, Primary Politics, cit., p. 7.

[21] A. Testi, La mossa del cavallo. Le primarie negli Stati Uniti, cit., pp. 930-931.

[22] Ivi, p.  930.

[23] Ivi, p. 928.

[24] J. W. Davis, Presidential Primaries: Road to the White House, NY, Thomas Cromwell Company, 1967, pp.3-4. James W. Davis, professore emerito di Political Science alla Washington University di St. Louis, è mancato il 27 aprile scorso, proprio nelle battute conclusive delle primarie 2016.

[25] J. Portnoy, Ed O’Keefe, Anti-Trump GOP delegate  seeking to vote  his conscience  in Cleveland  scores ‘symbolic’ win, in “The Washington Post”, July 11th 2016, https://www.washingtonpost.com/local/virginia-politics/gop-delegate-seeking-to-vote-his-conscience-in-cleveland-scores-symbolic-win/2016/07/11/39b99862-47a6-11e6-acbc-4d4870a079da_story.html?hpid=hp_local-news_vatrump-630pm%3Ahomepage%2Fstory

[26] L. Gambino, A. Jamieson,  ‘The system is rigged’: widespread dissatisfaction among US voters , in “The Guardian”, April 13th 2016 https://www.theguardian.com/us-news/2016/apr/13/guardian-reader-callout-voter-dissatisfaction-us-election-2016.

[27] J. Wagner, A. Phillip, Finally, Clinton and Sanders enter a political marriage. Will it work?,  in “The Washington Post”, July 11th 2016, https://www.washingtonpost.com/politics/finally-clinton-and-sanders-enter-a-political-marriage-will-it-work/2016/07/11/29a33c14-4786-11e6-90a8-fb84201e0645_story.html

 

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