Bridges over troubled water. I democratici alla ricerca dell’unità

Calato il sipario sulla Convention Repubblicana di Cleveland, l’attenzione del mondo intero si è spostata a Philadelphia dove dal 25 al 29 luglio si è riunito il partito Democratico per eleggere la candidata vincitrice delle primarie Hillary Clinton[1]. 
Dopo che il candidato repubblicano Donald Trump aveva messo in piedi una Convention anomala, dai toni cupi e carica di rabbia verso Clinton, con grandi assenti dell’establishment del partito Repubblicano e ospiti non sempre ortodossi, molti si aspettavano dalla Convention democratica uno spettacolo politico più canonico e costruttivo[2]. Alla fine dei quattro giorni si può forse affermare che la Convention democratica abbia soddisfatto le aspettative, ma all’inizio è sembrato tutt’altro che scontato. Il Partito Democratico non è infatti attraversato dalle divisioni che lacerano il Grand Old Party, ma durante la campagna per le primarie sono emersi numerosi problemi che al debutto della Convention hanno rischiato di farla precipitare.

Innanzitutto Hillary Clinton, nonostante abbia vinto le primarie con uno scarto di più di 3,5 milioni di voti rispetto all’avversario Bernie Sanders[3], non è una candidata particolarmente forte. Da decenni sulla scena politica, Clinton, notoriamente poco empatica, ha dovuto affrontare diversi scandali che hanno messo in dubbio la sua onestà e trasparenza. Il primo ha riguardato l’uso improprio del suo account privato di posta elettronica durante il mandato come Segretario di Stato, per cui è stata condotta anche un’indagine dall’FBI conclusasi senza una condanna ma con pesanti critiche al suo comportamento. Poco prima della Convention inoltre, Wikileaks aveva reso note una serie di mail scambiate dal Comitato del Partito Democratico in cui era evidente come il Partito volesse, almeno nelle intenzioni, una vittoria della Clinton a costo di mettere in difficoltà Sanders. L’imbarazzo creato dalla notizia, oltre che a far gridare allo scandalo i sostenitori del Senatore del Vermont, ha portato alle dimissioni della chairwoman del Democratic National Commitee Debbie Wasserman Schultz[4].

Un altro problema per Clinton era dovuto al fatto che la sua vittoria alle primarie è arrivata al termine di una durissima battaglia contro un avversario, Bernie Sanders, che sulla carta non avrebbe dovuto impensierirla – 75enne senatore bianco da sempre indipendente – ma che è invece stato capace di rinvigorire un messaggio di uguaglianza sociale e giustizia economica che ha risvegliato un entusiasmo formidabile tra i giovani e tra le frange più a sinistra del partito. Sanders ha perso le primarie ma Clinton ha dovuto fare i conti con le sue proposte politiche, che ha in parte incluso nel suo programma con la speranza di intercettare a novembre i voti dei sanderisti. Bernie Supporters Dnc

La Convention aveva quindi l’obiettivo non solo di ripresentare un’immagine più positiva di Clinton, ma anche e soprattutto di riunire un partito arrivato diviso alla fine delle primarie. La strada però è stata fin da subito in salita. Poche ora prima dell’inizio della Convention, infatti, un gruppo di sostenitori di Sanders è sfilato per le vie di Philadelphia contro Clinton urlando slogan simili a quelli sentiti alla Convention Repubblicana (come “lock her up” – “arrestatela”). A Convention iniziata la protesta è continuata anche dentro la Wells Fargo Arena, con fischi ogni volta che veniva pronunciato il nome Hillary Clinton[5].

Proprio per cercare di compattare il partito e respingere queste sacche di protesta, il tema che ha pervaso tutta la Convention dei democratici è stato quello dell’unità: unità contro un pericolo troppo grande (Trump) e verso una candidata di cui si è cercato di mettere in risalto la grandissima preparazione ma anche il suo volto più umano. La prima sera, dopo il discorso della first lady Michelle Obama – uno dei più emozionanti – che ha parlato al cuore degli americani e quello più apertamente politico della Senatrice Elizabeth Warren all’attacco di Donald Trump, è toccato proprio a Sanders salire sul palco e domare i suoi. Il Senatore ha provato a farlo con un discorso in cui ha dato un endorsement chiaro a Clinton e in cui ha cercato di convincere la parte più riottosa dei suoi sostenitori sulla necessità di votarla nella sfida contro Trump[6]. Sanders ha affermato con forza come le istanze da lui portate avanti durante la campagna per le primarie possano essere comprese e messe in pratica solamente da Clinton[7]. Al momento dell’investitura ufficiale inoltre, proprio Sanders ha chiesto che i delegati la eleggessero per acclamazione per rafforzare ancora di più la nomination della sua avversaria.

A dare forma allo slogan stronger together ci hanno pensato, nei loro discorsi, anche Barack Obama, il candidato vicepresidente Tim Kaine e Joe Biden ma anche tutta una serie di personaggi che, dal palco, hanno dato voce a un’immagine dell’America molto più rappresentativa della realtà rispetto a quella vista a Cleveland. hillaryDi fronte alla difficoltà dei Repubblicani e di Trump nel creare una coalizione eterogenea, l’obiettivo del Partito Democratico diventa quello di raccogliere più voti possibili, da sinistra ai moderati, dalle minoranze alla working class, e di unire le tante anime fuori e dentro il Partito non solo attorno a Clinton ma anche e soprattutto contro la minaccia di Donald Trump[8].

Si è cercato anche di mostrare un volto diverso, più umano ed empatico di una candidata che ancora non piace ad una fetta consistente degli americani[9]. Ci hanno provato il marito Bill Clinton e la figlia Chelsea, ma è stato anche il leit motiv di molti degli altri interventi. La particolarità notata da alcuni commentatori è stata quella per cui chi ha parlato della Clinton, e soprattutto lei stessa nel suo discorso conclusivo, ha chiesto un tipo di fiducia diversa, pragmatica: ha chiesto di credere nelle sue capacità, nella sua esperienza, nella sua competenza riguardo alle questioni importanti, ha chiesto un voto che sia anche di testa[10].

Giovedì a Philadelphia si è fatta la storia. Per la prima volta una donna ha vinto la nomination di uno dei maggiori partiti statunitensi e ha reali possibilità di diventare Presidente. Attorno a lei si è stretto un partito che ha mostrato grande unità verso la sua candidata e, almeno durante la Convention, ha saputo far rientrare le proteste. La grande sfida però si giocherà da qui a novembre, dove si capirà se a questa unità dimostrata dal partito saprà riflettersi anche un voto compatto e trasversale per Hillary Clinton.  



[1] Bridges over troubled water è il titolo di una canzone di Simon & Garfunkel del 1970, cantata in occasione della Convention democratica da Paul Simon.

[3] 2016 Democratic Popular Vote, RealClearPolitics

[6] P. Healy, J. Martin, Democrats Struggle for Unity on First Day of Convention, New York Times, 25/07/2016

[8] K. Cheney, Democrats skewer Trump, POLITICO, 27/07/2016

[9] Clinton: Favorable/Unfavorable, RealClearPolitics

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