We have reached a milestone: Hillary Clinton fa la storia ma Bernie Sanders non molla.

Con l’ultimo Super Tuesday del 7 giugno si è chiusa la stagione delle primarie per le elezioni presidenziali del 2016. L’ultimo appuntamento in calendario, il 14 giugno a Washington DC, è ormai ininfluente.

Associated Press l’aveva anticipato nella serata del 6 giugno, con almeno 24 ore di anticipo sull’apertura dei seggi, ma solo dopo il voto in 6 stati, di cui California e New Jersey rappresentavano il piatto più ricco, Hillary Clinton ha avuto la certezza matematica di aver vinto le primarie del Partito Democratico raggiungendo la soglia necessaria di 2383 delegati, tra eletti alle primarie e superdelegati, necessari per essere nominata candidato alle elezioni presidenziali durante la convention di partito che si terrà a fine luglio a Philadelphia.

hillary storia

In 240 anni dalla fondazione degli Stati Uniti d’America, sarà la prima volta che uno dei due maggiori partiti politici verrà rappresentato da un candidato presidente donna alle elezioni di novembre. “We have reached a milestone” ha dichiarato trionfante Clinton nella notte del 7 giugno parlando ai suoi sostenitori al Brooklyn Navy Yard. Il soffitto di  cristallo che ha sempre separato le donne da posizioni di potere nel lavoro, nella società e nella politica (soffitto a cui fece riferimento esattamente otto anni prima concedendo la vittoria delle primarie a Barack Obama) si è finalmente infranto. “Per ogni bambina che sogna in grande. Sì, puoi diventare ciò che vuoi, anche presidente”: questa è la dedica di Hillary nella notte in cui ha fatto la storia.

Se Hillary Clinton proclama la sua vittoria, il rivale Bernie Sanders non vuole ammettere la sua sconfitta. Al termine di un incontro con il presidente Barack Obama a Washington all’indomani del voto, il senatore del Vermont ha dichiarato che non sospenderà la sua campagna prima della fine delle primarie, ma ha teso la mano a Clinton, dichiarandosi disponibile a lavorare con lei per sconfiggere Donald Trump.

Il dibattito politico riportato dalla stampa produce a questo punto due domande.

La prima riguarda il futuro del movimento politico cresciuto intorno alla campagna di Bernie Sanders. È  estremamente importante capire come il senatore del Vermont riuscirà a gestire il consenso che lui e il suo movimento si ritrovano ora tra le mani. Vincere stato dopo stato ha contribuito ad espandere a sinistra l’universo della politica americana, mettendone al centro dell’agenda la visione di una democrazia sociale di stampo europeo; a frantumare tabù decennali per la politica estera americana (come il divieto di criticare Israele); a dimostrare che un candidato non ha bisogno dell’appoggio di grandi donatori quando è in grado di finanziare la propria campagna grazie a 7,4 milioni di donazioni per un totale di oltre 200 milioni di dollari. La seconda domanda è come ristabilire l’unità nel Partito Democratico in vista delle elezioni generali dell’8 novembre 2016. Gail Collins su The New York Times fa un parallelo tra le primarie del 2008 e le primarie del 2016. La vera differenza tra oggi e il 2008 è che i due candidati in lotta hanno profonde differenze politiche. Bernie Sanders non è toccato da nessuna considerazione del suo futuro nel partito, a cui si è iscritto giusto in tempo per candidarsi alla nomination presidenziale.

hillary + bernie cartoon

Per portare lui e i suoi sostenitori a bordo della propria campagna, Clinton probabilmente dovrà fare alcune concessioni politiche sulle questioni di loro interesse, spostandosi anche più a sinistra di quanto avrebbe voluto fare su argomenti come l’oleodotto Keystone, la Trans Pacific Partnership e l’innalzamento del salario minimo. Ed è su queste tematiche che l’appoggio del Presidente Barack Obama sarà molto utile per catturare il sostegno degli elettori di Sanders. Appoggio che è arrivato nel pomeriggio del 9 giugno, quando il Presidente ha pubblicamente annunciato il suo endorsement alla Clinton, vista come la miglior garanzia che la sua eredità politica non vada persa.

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