Book Club n. 6 – Giugno 2016

Il Book Club è una proposta della riflessione storiografica che C’era una volta l’America ospita tra le righe della rubrica Americana. L’iniziativa ha lo scopo di stilare periodicamente un elenco delle pubblicazioni segnalateci da ex alunni, studiosi e appassionati, riguardanti pubblicazioni italiane e non, attinenti alla storia americana.

Invitiamo tutti i lettori a inviarci nuove segnalazioni al seguente indirizzo: ceraunavoltalamericacispea@gmail.com

 

Tiziano Bonazzi, Abraham Lincoln. Un dramma americano, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 312. Bonazzi

Abraham Lincoln (1809-1865), con Washington e F.D. Roosevelt il più famoso presidente degli Stati Uniti, incarna il mito della frontiera e dell’uomo che si fa da sé: dalle foreste del West al Campidoglio, da contadino a presidente. Eletto nel 1860, dovette affrontare la crisi della nazione americana precipitata nella sanguinosissima guerra civile seguita alla secessione degli stati schiavisti. Nel farlo rafforzò il potere federale, modernizzò l’economia e liberò i 4.000.000 di schiavi presenti nel Sud; ma pagò i suoi successi con la vita, assassinato pochi giorni dopo la conclusione della guerra. Il libro delinea il ritratto coinvolgente di un uomo complicato, depresso cronico e quasi insondabile, intrecciandolo alla storia violenta, vitale e contraddittoria di un paese in formazione.

 

 

 

 

Antonio Donno e Giuliana Iurlano (eds.), L’amministrazione Nixon e il continente africano: tra decolonizzazione e guerra fredda (1969-1974), Franco Angeli, Milano, 2016, pp. 324.Donno

Durante gli anni della sua presidenza, Nixon ereditò una situazione sempre più complessa sulle questioni africane, soprattutto quelle riguardanti l’Africa subsahariana e australe. Già Kennedy e poi Johnson avevano tentato di rimodulare la politica americana verso l’Africa meridionale, ma con scarsi risultati. Con Nixon e Kissinger al suo fianco, i problemi di quell’area si fecero ancor più incalzanti. La nascita e il rafforzamento dei movimenti d’indipendenza africani avevano posto le tradizionali potenze coloniali europee in una situazione sempre più difficile e gli stessi Stati Uniti, pur essendo estranei alla storia coloniale europea in Africa, dovettero fare i conti con movimenti locali ai quali l’Unione Sovietica (e, in misura minore, ma non per questo meno preoccupante, la stessa Cina comunista) guardava con grande interesse. Il legame politico che univa Washington ai suoi alleati europei impediva al governo americano di prendere posizioni nette contro i regimi bianchi dell’Africa meridionale. La penetrazione sovietica e quella cinese – sebbene quest’ultima in competizione con la prima – avevano finito per spostare l’epicentro della guerra fredda in una regione fino a quel momento estranea al contenzioso storico tra Unione Sovietica e Stati Uniti, benché, a livello generale, progredisse il processo di détente tra i due blocchi. I saggi presenti nel volume analizzano la politica americana sia nella sua impostazione generale, sia nei vari contesti in cui si esplicò in quegli anni.

Scritti di: C. Daigle, M.L. De Benedetto, A. Donno, G. Iurlano, L.A. Nichter, A. Peciccia, F. Perrone, B. Pierri, L. Ponzo, F. Salvatore,A.Torelli, I.L.Valicenti

 

Dario Fazzi, The Nuclear Freeze Generation: The Early 1980s Anti-nuclear Movement between ‘Carter’s Vietnam’ and ‘Euroshima’, in Knud Andresen, Bart van der Steen (eds.), A European Youth Revolt. European Perspectives on Youth Protest and Social Movements in the 1980s, Palgrave Studies in the History of Social Movements, 2016, pp. 145-158.

In the early 1980s, a wave of varied discontent emerged in the Western world. Western Europe and the United States witnessed massive demonstrations that took the shape of peaceful marches as well as alarming riots. The protesters alternately aimed to challenge capitalism, support different models of economic development, promote anti-militarism and non-violence or redefine urban and social spaces. Large portions of them, however, heralded safeguarding the environment as their primary goal and identified nuclear energy as their main object of concern. The quest for a cleaner and safer environment, which was the essential feature of a broad array of criticisms of nuclear power, mobilized large sections of society and provided people with new tools of civic expression.

 

Manlio Graziano, In Rome we trust. L’ascesa dei cattolici nella vita politica degli Stati Uniti, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 248.graziano

Per alcuni il processo di «cattolicizzazione» degli Stati Uniti d’America risale all’epoca di Reagan, per altri a George W. Bush: quel che è certo è che la tendenza alla sovrarappresentazione dei cattolici in seno alla classe dirigente politica americana è diventata evidente durante l’era Obama. Sotto la sua amministrazione più di un terzo dei ministri, il vicepresidente, il capo dello staff, il consigliere sulla sicurezza nazionale, quelli della sicurezza interna, il direttore della CIA, direttore e vicedirettore dell’FBI, il capo di stato maggiore e altri capi dell’esercito saranno stati di religione cattolica. Il libro fa luce in modo chiaro e informato sulla straordinaria crescita dell’influenza della Chiesa nella vita politica americana e sulle sue implicazioni.

 

Stefano Luconi, La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a oggi, Firenze, Le Monnier, 2016.Senza titolo-1

Sviluppo di colonie europee fondate nel Seicento in America Settentrionale a ridosso dell’Atlantico, gli Stati Uniti sono assurti alla primazia mondiale in meno di quattro secoli. Mentre hanno esteso i propri confini fino al Pacifico e al golfo del Messico nel corso dell’Ottocento, si sono trasformati da Paese agricolo in potenza industriale che ambiva non solo alla conquista dei mercati internazionali, ma anche a propagare all’estero il proprio modello sociale, politico ed economico in nome della diffusione di ideali di libertà che, a causa del radicamento della schiavitù fino al 1865 e della successiva discriminazione degli afroamericani, hanno rappresentato una conquista sofferta e osteggiata perfino sul piano nazionale. Arrogatasi la rappresentanza della democrazia contro l’autoritarismo e il totalitarismo nel Novecento, gli Stati Uniti hanno goduto di un decennio di egemonia apparentemente incontrastata alla fine del secolo per poi assistere oggi al ridimensionamento della propria leadership per l’esplodere di contraddizioni interne e l’emergere di nuove sfide internazionali.

 

Bruno Pierri, Giganti petroliferi e grandi consumatori: gli Stati Uniti Uniti, la Gran Bretagna e la rivoluzione petrolifera, 1968-1974, Edizioni Studium, Roma, 2015, pp. 392.content

Alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, il mercato energetico era ancora controllato dai consumatori. Nell’arco di un quinquennio, la situazione si era capovolta. Il mercato era dominato dai produttori, che stabilivano unilateralmente il prezzo del petrolio, mentre le compagnie avevano firmato contratti di partecipazione, ai sensi dei quali la proprietà sarebbe gradualmente passata di mano. A monte di questa rivoluzione vi erano svariate ragioni: l’aumento della domanda e il calo dell’offerta; le turbolenze mediorientali e la chiusura del Canale di Suez, con conseguente valorizzazione del greggio africano; la consapevolezza dei produttori di disporre della materia prima su cui si basava la società industriale. Ma soprattutto, a determinare il cambiamento furono le scelte di Washington. La Twin Pillars Policy prevedeva che gli interessi americani nell’area del Golfo Persico fossero tutelati dalle realtà regionali, in particolare Iran e Arabia Saudita. Le due monarchie dovevano allestire potenti eserciti e sviluppare un moderno apparato industriale. Il modo più rapido per ottenere tutto ciò era aumentare il prezzo del greggio. Pertanto, l’Amministrazione Nixon nulla fece per disincentivare gli appetiti degli sceicchi. Anzi, questi furono incoraggiati a confrontarsi con le compagnie. Con la crisi del 1973-1974, la situazione sfuggì di mano. Un aumento del trecento per cento nel giro di pochi mesi, associato all’embargo verso gli Stati Uniti, non era stato previsto. Ciò mise anche in luce una profonda divergenza di vedute in seno all’Alleanza atlantica, in quanto la dipendenza dell’Europa occidentale dalle risorse mediorientali era molto elevata, tanto che le scelte dei governi della Comunità economica europea irritarono non poco la Casa Bianca. Questo lavoro intende dimostrare, con l’ausilio della documentazione d’archivio britannica e americana, come il governo degli Stati Uniti contribuì alla più grande rivoluzione economica dalla fine del secondo conflitto mondiale, il tutto nel nome della classica dottrina del Containment.

 

Matteo Pretelli, Italian-American Root Tourism in Fascist Italy, in Visioni mediterranee: Itinerari e migrazioni culturali, a cura di Marco Marino e Giovanni Spani, Lanciano, Rocco Carabba, 2016, pp. 103-114.

Molti stati oggi instaurano legami transnazionali con le comunità di propri migranti residenti all’estero.  Spesso si promuove anche un turismo delle “radici”, volto cioè a far riscoprire ai migranti la terra di origine attraverso appositi viaggi. Questo tipo di pratica venne incentivata già negli anni Trenta dall’Italia fascista, la quale si propose di promuove il più possibile il ritorno dall’estero di propri cittadini (o ex cittadini) con il fine di mostrare loro la patria apparentemente “rinnovata” dal regime. Questi viaggi avevano finalità nazionaliste, ovvero si desiderava far rivivere nei viaggiatori il legame con la propria italianità e, allo stesso tempo, creare consenso nei confronti del regime. Gli italiani residenti negli Stati Uniti furono fra coloro che vennero maggiormente coinvolti nel progetto, al punto che Roma ne incoraggiò tour in Italia con la collaborazione di associazioni di mutuo soccorso e di veterani, nonché di preti residenti oltre oceano. I turisti spesso venivano ricevuti in udienza dal duce e fra questi si trovavano anche giovani italo-americani che frequentavano le scuole di lingua e cultura italiana negli Stati Uniti e che erano stati premiati con viaggi nella terra di origine dei genitori. Il progetto fascista fallì miseramente con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, dal momento che gli italo-americani rinnegarono i propri legami con l’Italia fascista per schierarsi a fianco degli Stati Uniti.

 

Bruno Settis, Fordismi. Storia politica della produzione di massa, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 320.Settis

Il concetto di fordismo è venuto a designare di volta in volta un apparato di norme e criteri per l’organizzazione scientifica del lavoro, di tecniche per la produzione di massa, una cultura organizzativa della grande fabbrica, un processo omogeneo di governo della società industriale, fino a definire il compromesso sociale del secondo dopoguerra. Partendo da Henry Ford e arrivando a Gramsci, attraverso esperienze come quella italiana, francese e sovietica, il volume propone una complessiva storia comparata del fordismo, o meglio delle diverse idee e pratiche del fordismo che hanno permeato economia e politica nella prima metà del Novecento.

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