La forza divisiva delle minoranze nelle primarie democratiche e repubblicane

La forza divisiva delle minoranze nelle primarie democratiche e repubblicane

Il voto delle minoranze negli Stati Uniti è di fondamentale importanza per i candidati alle primarie dei due partiti. È necessario precisare che, quando ci si riferisce alle minoranze, non si considerano esclusivamente quelle porzioni di popolazione che hanno origini etniche comuni: si intendono anche gruppi caratterizzati da differenti appartenenze culturali e/o religiose. Il presente articolo perciò ha come scopo di gettare uno sguardo focalizzato sul dibattito che si è formato negli ultimi mesi tra i due partiti e alcune minoranze – gli afroamericani, i latinoamericani, gli ebrei americani, gli arabi ed i musulmani americani – che hanno sollevato molte critiche e proposto numerose questioni di confronto e di scontro con gli aspiranti nominees partecipanti alle primarie democratiche e repubblicane.

Raduno di sostenitori di Hillary Clinton, Columbia, SC.

Raduno di sostenitori di Hillary Clinton, Columbia, SC.

“La pietra d’angolo del consenso democratico”: è con questa formula che Joan Walsh, su The Nation, identifica l’elettorato afroamericano ed il suo ruolo nelle presidenziali del 2016. Ed è proprio l’elettorato afroamericano la minoranza più corteggiata dai due candidati alla nomination del partito democratico: ad influire sulla decisione di questi elettori pesano non soltanto le diverse impostazioni del programma elettorale proposto da Clinton e Sanders, ma anche, e in gran parte, il loro passato politico e la capacità di adattamento alla differente composizione del pubblico che si trovano davanti. L’andamento delle primarie e dei caucuses negli Stati che hanno già espresso il loro voto ha tarpato le ali a tutti i sostenitori di Sanders, che speravano in una clamorosa risalita delle preferenze a favore del senatore del Vermont tra la popolazione afroamericana. Emerge perciò una prima fondamentale motivazione alla presumibile sconfitta nella corsa di Sanders alla nomination del partito democratico: la vistosa incapacità di catturare una consistente parte dell’elettorato afroamericano con i contenuti del suo programma politico. Sanders è stato pesantemente attaccato da Ta-Nehisi Coates sulle colonne di The Atlantic, dopo che aveva dichiarato di non vedere nelle reparations per la schiavitù uno strumento utile per la diminuzione della disuguaglianza e per combattere la povertà degli afroamericani in America – contrariamente a quanto sostenuto da Coates in un precedente articolo – ma, anzi, le considerava un argomento eccessivamente divisive sia per il Congresso che per l’opinione pubblica americana. L’impostazione classista proposta nel programma elettorale dal senatore del Vermont, secondo il giornalista afroamericano, non può risultare vincente perché “Sanders dimostra di non aver compreso completamente quale sia la dinamica che relega una corposa parte della popolazione afroamericana nella povertà ed in condizioni di lavoro e di diritti chiaramente svantaggiate rispetto alla maggioranza bianca: le disparità economiche e sociali sono il risultato della discriminazione razziale”.

Clinton e Sanders, nelle loro relazioni con la minoranza afroamericana, devono dimostrarsi capaci di sapersi muovere su una superficie  attraversata da numerose fratture, prima fra tutte quella generazionale, insieme causa e prodotto della differente visione dell’operato politico del partito democratico. Farah Stockman, sul New York Times, motiva questo concetto riportando il dato che evidenzia come, dai sondaggi effettuati finora, il 92% degli elettori democratici afroamericani con più di 65 anni preferisca Clinton, mentre il 55% di quelli con meno di 25 anni preferisca Sanders. Nocciolo centrale del conflitto generazionale è il supporto che Hillary aveva garantito al marito Bill quando quest’ultimo era presidente, in occasione dell’emanazione del Crime Bill nel 1994: la riforma giudiziaria viene criticata dagli attivisti del Black Lives Matter e da alcuni influenti opinionisti afroamericani per aver colpito con disproportionate impact la minoranza afroamericana. Dopo questa riforma, il numero di afroamericani incarcerati ha effettivamente raggiunto livelli record, soprattutto tra i più giovani: secondo una parte della popolazione afroamericana è stato proprio questo ad aumentare la percezione della pericolosità delle persone nere tra la popolazione bianca, provocando un ulteriore irrobustimento dei sentimenti discriminatori nei loro confronti.

Cornel West e Bernie Sanders, Davenport, IA.

Cornel West e Bernie Sanders, Davenport, IA.

Come sottolineano l’autrice di The New Jim Crow: Mass Incarceration in the Age of Colorblindness (New Pr Edition, 2010) Michelle Alexander (giornalista e scrittrice afroamericana), ma anche Coates e il famoso intellettuale afroamericano Cornel West, Clinton può contare sull’appoggio di una grossa fetta dei rappresentanti politici neri, i quali sia per convinzione personale, sia per convenienza politica, sostengono la corrente neoliberal del partito, e quindi la sua esponente più forte. Sanders, per contro, è sostenuto maggiormente da una spinta proveniente dal basso (i giovani, gli attivisti del Black Lives Matter, alcuni esponenti e intellettuali della popolazione afroamericana). West, in un articolo pubblicato su politico.com, afferma che “Sanders rappresenta la perfetta continuazione dell’azione iniziata da Martin Luther King (ne è una conferma la militanza certificata dell’allora giovane studente nel CORE e nello SNCC), mentre Clinton rappresenta la continuazione delle politiche discriminatorie e vessatorie del partito democratico”.

Va aggiunto infine un ultimo errore strategico commesso da Sanders nel corso dei dibattiti pre-primarie nello Stato di New York: ha affermato di essere stato battuto da Clinton negli Stati del Deep South a causa della preponderanza del voto afroamericano, lasciando intendere da una parte che la sua speranza di poter concorrere alla nomination democratica non sia mai realmente passata per questi Stati, e dall’altra parte facendo immaginare una profonda sottovalutazione dell’importanza del voto afroamericano. Jamelle Bouie, su slate.com del 18 aprile, sottolinea quest’ultimo concetto, evidenziando come Sanders abbia lasciato capire di voler “scaricare” l’elettorato afroamericano del Sud perché troppo legato all’establishment democratico e di conseguenza naturalmente incline a votare per Clinton. Certamente non è nei pensieri di Sanders sminuire l’importanza del voto afroamericano, ma l’affermazione è stata quanto mai sbagliata nei tempi e nella forma, perché l’elettorato democratico negli Stati del Sud (non soltanto in quelli formanti il Deep South) è rappresentato principalmente dalla popolazione afroamericana, perciò il suo ruolo nelle primarie del partito risulta fondamentale.

Analizzando brevemente la distribuzione delle preferenze all’interno della minoranza di appartenenza di Sanders, la minoranza ebraica, emerge una situazione molto più fluida ma per niente sorprendente. Ovviamente la quasi totalità della minoranza si dichiara a favore del partito democratico, ma il sostegno per l’uno o l’altro candidato è pressoché equo. Questa divisione è favorita dal fatto che Sanders non ha mai fatto un riferimento esplicito o un’aperta richiesta di sostegno alla popolazione ebraica americana, probabilmente per non dare la possibilità ad espressioni di voto più o meno antisemita di palesarsi, sia tra gli elettori bianchi e latinoamericani, sia soprattutto tra gli elettori afroamericani: Michael Paley, un rabbino di New York, lo ha definito “un ebreo non ebreo, che esprime i propri valori culturali in termini esclusivamente laici”. Questa particolarità, unita all’alto grado di integrazione della minoranza ebraica all’interno della società americana, fa sì che la sua candidatura non venga sentita come fondamentale per garantire la stabilità di questa integrazione. Infine la distribuzione del voto della minoranza latinoamericana ed ispanica e della minoranza araba e musulmana ha un’importanza relativa, dal momento che chiunque otterrà la nomination alle presidenziali potrà avere la garanzia del robusto supporto delle due minoranze. Ma, volendo andare un po’ più a fondo, si può prendere ad esempio l’esito delle primarie in Nevada (primo Stato con una forte presenza della minoranza latinoamericana ed ispanica – circa il 19% degli elettori) per notare come anche per questa minoranza valga lo schema riportato per gli afroamericani, cioè un voto pro Sanders a connotazione fortemente giovanile, ed un voto pro Clinton tra la popolazione matura. Lo stesso equilibrio si ritrova nelle preferenze espresse dalla minoranza araba e musulmana, dove invece lavora a favore di Sanders il suo essere “ebreo non ebreo”, oltre al suo non essere uno strenuo alleato e difensore dello stato di Israele.

mex get the hell outNell’analisi delle dinamiche tra il partito repubblicano e le minoranze, può essere utile riportare alcuni dati sottolineati da Ruy Teixeira (esperto di scienze politiche statunitense), il quale ricorda come nelle ultime sei elezioni presidenziali i candidati democratici abbiano ottenuto la maggioranza del voto popolare, e la quasi certa nomination di Trump difficilmente potrebbe riuscire ad invertire questo trend. Questa certezza deriva dal fatto che statisticamente le minoranze, in queste occasioni, hanno votato in massiccia maggioranza per il partito democratico, ed il loro andamento demografico registra un aumento rispetto a quello della popolazione bianca – nel 2012 il 74% della popolazione era bianco, contro il 26% costituito dalle minoranze; nel 2016 il 72% è costituito dai bianchi, a fronte del 28% formato dalle minoranze – lasciando perciò presagire un rafforzamento della loro preferenza per il partito democratico. Tenendo conto del fatto che a contribuire maggiormente all’aumento del peso demografico è stata soprattutto la popolazione ispanica, la speranza di un esito positivo dalle consultazioni elettorali per Trump dal fronte delle minoranze è molto esigua. Nonostante l’indirizzo dato dal Republican National Committee all’indomani della sconfitta alle presidenziali del 2012, in cui veniva sottolineata la necessità vitale del GOP di migliorare i propri numeri tra le minoranze, le dichiarazioni di Trump rivolte agli immigrati messicani e più generalmente alla minoranza latinoamericana – “una massa di criminali e stupratori” da confinare all’esterno dell’America con un muro invalicabile alla frontiera con il Messico – lasciano poco spazio ad uno sviluppo positivo.

Questa sensazione viene ancor più rafforzata se si analizza nel dettaglio la dichiarazione del presumptive nominee immediatamente dopo la certificazione della sua vittoria nelle primarie dell’Indiana. David Graham evidenzia il ricorso all’utilizzo di un “we” inclusivo che Trump ha rivolto alla minoranza afroamericana e a quella ispanica, garantendo un futuro prospero e integrato per l’intera America sotto la sua guida. Ma nonostante questo tentativo, il magnate newyorkese dà costantemente l’impressione che afroamericani e latinoamericani costituiscano un “them” per i quali non ci sia spazio per l’integrazione. È una divisione che appare subconscia e in parte non volontaria, ma in ogni caso Trump evidenzia l’inclinazione a sposare la strategia che il partito repubblicano attua dai tempi di Richard Nixon, ovvero una rigorosa separazione razziale volta al mantenimento della maggioranza dei voti della popolazione bianca. Tale strategia di Trump sembra essere avvertita dalle minoranze, delineando una marcata categorizzazione del suo elettorato: il presumptive nominee appare molto forte tra gli uomini bianchi della middle-class e della working-class, mentre le donne hanno un’opinione sfavorevole su di lui 7 volte su 10, il 77% degli ispanici e addirittura l’86% degli afroamericani si dicono assolutamente contrari alla sua presidenza.

donald-trump.-tacoSi capisce dunque molto bene come il tentativo di rimodulare il proprio messaggio elettorale in vista della sua probabile nomination alla convention repubblicana non stia sortendo, per il momento, i risultati sperati. Anzi, se possibile, Trump non sta facendo altro che attirare su di sé ulteriori critiche e accuse di razzismo e bigottismo culturale: ne è l’ultima dimostrazione la foto che lo ritrae davanti ad un “taco-bowl” nel suo quartier generale di New York, per festeggiare la festività cara alla comunità ispanica americana – il Cinco de Mayo – accomunandola ad un piatto che di tradizione ispanica e latinoamericana ha ben poco a che vedere. Il National Council of La Raza, forse l’organizzazione ispanica più potente in America, ha denunciato questo goffo tentativo del tycoon newyorkese di esprimere la sua vicinanza alla popolazione ispanica e latinoamericana come un’ulteriore dimostrazione del suo sentimento razzista. Anche il reverendo attivista Sharpton, presidente della National Action Network, ha evidenziato come la sempre più probabile nomination di Trump in campo repubblicano potrebbe garantire il definitivo spostamento della quasi totalità del voto delle minoranze a favore del partito democratico.

Non è però del tutto corretto affermare che l’86% degli afromericani ed il 77% degli ispanici che nei sondaggi si sono schierati contro la nomination di Trump nelle prossime presidenziali rappresentino effettivamente il pensiero comune all’interno di queste due minoranze. Come sottolinea infatti Chauncey Devega nel suo articolo per Newsweek, una piccola rappresentanza di neri e latinoamericani supporta la candidatura del tycoon newyorkese, scontrandosi aspramente sia in termini ideologici, sia con un confronto fisico, con chi invece ne critica il messaggio e gli ideali che lo guidano. Un esempio di questi scontri è andato in scena l’11 marzo scorso, quando al raduno di Chicago sono entrati in contatto alcuni giovani attivisti del Black Lives Matter e un ristretto numero di sostenitori afroamericani di Trump. La strategia del tycoon, pur essendo contenuta a fatica dai quadri istituzionali del GOP, è riuscita a creare un mix vincente tra la disinformazione faziosa della Fox e di altri canali di informazione conservatori e la sua personalità così divisive ed incline al propagandismo, capace di raccogliere un piccolo sostegno da parte degli afroamericani più conservatori. La loro presenza funge da parafulmine al magnate newyorkese contro le accuse di razzismo e bigottismo culturale: questo sostegno infatti viene sfruttato da Trump per motivare l’assoluta lontananza del partito repubblicano dalla discriminazione razziale, confermando l’estrema e ormai forse insuperabile difficoltà del GOP di porsi come naturale continuatore del partito che era stato di Lincoln, che aveva permesso l’emancipazione degli schiavi afroamericani. Secondo Devega l’appoggio di una piccola parte degli elettori afroamericani al magnate newyorkese si può motivare con il desiderio rabbioso di dimostrare alla comunità di appartenenza di essere riusciti a superare la linea di divisione, di essere entrati a far parte dello schieramento vincente, un’organizzazione completamente (o quasi) bianca. Il messaggio proposto da Trump, più che un messaggio di inclusione e di speranza, secondo l’intellettuale Martha Nussbaum è precisamente un messaggio fondato sulla rabbia e la disperazione della middle-class e della working-class bianche. Per Nussbaum la debolezza principale di Trump è precisamente l’aver fondato il proprio consenso sulla ricerca della divisione e della provocazione, anziché sull’inclusione e l’integrazione.

Dal quadro appena delinato emerge chiaramente come la questione razziale, unita al peso politico ed elettorale delle minoranze, abbia esercitato un ruolo importante nelle primarie dei due partiti, seppur con caratteristiche di segno opposto. Nel partito democratico, i due aspiranti nominees si sono confrontati attivamente con la politica delle minoranze, interagendo con gli elettori appartenenti ad alcune di queste e facendone un argomento centrale delle loro campagne. Nel partito repubblicano invece la funzione esercitata dal tema delle minoranze, considerando la linea tenuta fino ad ora dal candidato in odore di nomination, Trump, è stata di dividere ancor di più l’elettorato e accrescere il livello della provocazione. Apparentemente sembra rivelarsi una buona strategia, considerate le sconfitte in serie che hanno portato al ritiro degli altri candidati repubblicani, che pure hanno cercato in misura più decisa di Trump di impostare una parte della loro campagna sul confronto con le minoranze. Cruz e Rubio infatti hanno tentato di trovare un punto di appoggio in alcuni gruppi latinoamericani, oltre che nella minoranza religiosa degli evangelici, ma la strategia del tycoon newyorkese sembra aver chiuso la partita. Certamente dopo le convention estive che incoroneranno i due nominees, lo scontro nell’ambito della politica delle minoranze si confermerà altamente “divisive”.

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