La campagna dei miracoli?

2_trumplandLa settimana è stata senza ombra di dubbio scandita dalle vicende del partito repubblicano. Chiusa la partita sull’Indiana, che ha premiato Bernie Sanders e Donald Trump con il 53% dei voti di ciascun partito, l’annuncio dell’abbandono della gara da parte di Ted Cruz e John Kasich ha catalizzato l’attenzione degli opinionisti verso il GOP.

Trump sarà l’unico candidato a presentarsi alla convention di partito con in mano il voto popolare e questo spaventa una parte cospicua dell’establishment (e degli elettori), disorientato dall’impatto del populismo (ma forse sarebbe più opportuno chiamarlo qualunquismo) che Trump incarna. In sostanza, il partito ha guardato se stesso cedere alla spinta implosiva della retorica che ha accompagnato la demagogia populista degli ultimi quattro anni.

Questo non significa necessariamente che adesso, intorno e all’interno del partito, si svilupperà un dibattito capace di mettere in discussione seriamente la candidatura di Trump – atto che sarebbe quanto mai utile in questa fase, nella quale la rappresentazione delle primarie sui media rischia di trasformare gli Stati uniti da Trumpland a The Trumped Kingdom.

Lo scienziato politico Shadi Hamid (autore del recente Islamic exceptionalism) è giunto persino a sostenere che la “tentazione autoritaria” alla quale il magnate sembra cedere più o meno consapevolmente avvicini gli Stati Uniti all’Egitto postrivoluzionario del 2012, nel quale la tensione tra liberalismo e democrazia, portata allo stremo, ha di fatto prodotto una democrazia illiberale (di questo ha scritto anche Fareed Zakaria su Foreign Affairs e nel suo The Future of Freedom).

Sarà interessante vedere se il movimento #NeverTrump, che raccoglie non solo repubblicani e ha dato vita anche a una PAC  (ma che ad oggi è stato incapace di produrre una reale alternativa al candidato), sarà capace di intervenire in modo incisivo sulle dinamiche di partito in vista della convention.

01In campo democratico, se da un lato è evidente che la posizione di Hillary Clinton non può che volgere al consolidamento, dall’altro è però difficile valutare oggettivamente la posizione di Bernie Sanders: ha registrato la vittoria in Indiana, non ha abbandonato la partita e non sembra volerlo fare, continua a raccogliere fondi e, pur avendo riorganizzato le forze, appare deciso ad arrivare in fondo, fino alla convention.

La difficoltà di questa valutazione, che va al di là della questione meramente numerica, è data da almeno due fattori. Il primo è la copertura mediatica su Sanders, che è molto più estesa rispetto ai primi mesi dell’anno, ma che continua a essere molto inferiore rispetto a quella ottenuta da Clinton. Il secondo è il legame con il partito, il cui establishment è per la gran parte in favore della sua avversaria e non solo non ne fa mistero, ma agisce con evidente parzialità a suo vantaggio: la gestione del caso dei 126 mila elettori di Brooklyn impossibilitati a votare (che è costato, per ora, il solo licenziamento di una dirigente) e della “circolarità” dei finanziamenti tra le sedi del partito statali e il fondo della campagna di Clinton sono solo due esempi.

Paradossalmente, il fatto che Sanders, nonostante tutto, sia ancora in corsa, suggerirebbe di gridare al miracolo. E perché no? forse quello che troveremo alla convention di Filadelfia sarà un partito democratico più democratico, con una piattaforma spostata a sinistra e nuove regole di nomina e elezione dei candidati.

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