“Can’t buy me love”. Il problema con i Super PACs ed il loro impatto sulle primarie 2016

“Can’t buy me love”. Il problema con i Super PACs ed il loro impatto sulle primarie 2016

Nel gennaio 2010 la Corte Suprema, riunita a Washington, decideva di dotare di una nuova arma le attività di lobby, riscrivendo interamente il business politico degli Stati Uniti. Nella sentenza Citizen United v. Federal Election Commission, la Corte ha aperto le porte a una nuova epoca di spese folli nella politica, permettendo a unions, corporations e gruppi d’investimento di spendere illimitate quantità di denaro in attività politiche sotto l’ombrello del Primo Emendamento, purché ciò avvenisse in modo indipendente da qualsivoglia partito o candidato[1].

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Il risultato di questa pioggia di denaro improvvisamente caduta sul tetto del Congresso sono stati i cosiddetti Super PACsPolitical Action Committees – formalmente indipendenti nonché legalmente protetti dalle leggi sulle corporations[2]. Una svolta che appare piena di falle e contraddizioni, in particolare tra il desiderio della Corte di una maggior trasparenza e la definizione stessa di corporations come persone giuridiche protette dal Primo Emendamento.

Tuttavia, nonostante la legge abbia sancito il divieto ai candidati di avvicinare direttamente questi super PACs, la campagna del 2012 ha visto i candidati di ambo le parti sfidare qualsiasi regolamento finanziario della competizione, soprattutto per la presenza, recentemente emersa, di limited liability companies (LLS) atte a mascherare le vere identità di alcuni grandi donatori, confermando la sensazione tra i critici che, con la sentenza del 2010, sempre più la democrazia americana sarebbe condizionata da miliardari senza volto disposti a sborsare innumerevoli somme di denaro in pubblicità televisive[3].

Eppure nelle imprevedibili primarie 2016, queste masse di ultraricchi hanno speso somme massicce in super PACs e telecomunicazioni, soprattutto dal lato repubblicano, solo per vedere molti dei propri candidati azzopparsi e ritirarsi in buon ordine sotto i colpi di outsiders incontrollabili.

Quasi tutti i candidati alle primarie – con le eccezioni del Senatore Bernie Sanders (Vermont) fra i democratici e Donald Trump tra i repubblicani – hanno almeno un super PAC a sostenerli, in grado di raccogliere quei contributi illimitati che i Campaign Committees non potrebbero altrimenti accettare. In particolare, la legge stabilisce che questi gruppi esterni non possono coordinarsi con i candidati e i rispettivi comitati. Nonostante ciò, i candidati possono interagire con i “propri” super PACs in molti modi, ad esempio partecipando a raccolte fondi o a vari tipi di eventi. Inoltre, spesso questi gruppi hanno all’interno dei propri staff persone vicine a questo o quel candidato.

 

Donald Trump Fundraising Details

Campaign Committee Outside Groups Combined
Total Raised $34,740,678 $1,968,261 $36,708,939
Total Spent $33,399,873 $1,807,803 $35,207,676
Cash on Hand $1,340,805 $160,458 $1,501,263
Debts $24,384,058
Date of Report February 29, 2016 March 21, 2016  –

Dati FEC, grafico OpenSecrets.org

 

Bernie Sanders Fundraising Details

Campaign Committee Outside Groups Combined
Total Raised $139,810,841 $46,081 $139,856,922
Total Spent $122,599,177 $138,695 $122,737,872
Cash on Hand $17,211,636 $-92,615 $17,119,022
Debts $0
Date of Report February 29, 2016 March 21, 2016  –

Dati FEC, grafico OpenSecrets.org

 

Una montagna di spese esterne (a marzo intorno ai 400 milioni), che però non include un intero universo di esborsi d’altra natura che non necessitano di essere riportati alla Federal Election Commission (l’organo di vigilanza elettorale), dal momento che vengono utilizzati per cosiddetti “issue ads”. Spesso sponsorizzate da organizzazioni – legge 501 (c)(4) – dette anche “dark money groups”, queste pubblicità non chiedono esplicitamente agli spettatori di votare per o contro un candidato. Esse possono, però, menzionarne uno e porlo sotto una luce positiva o negativa[4]. Definite dalla legge come “Electorineering Communications” o “issue ads”, mirano a discutere un candidato su certi temi senza mai riferirsi direttamente alla sua possibile elezione o sconfitta. La registrazione alla FEC deve avvenire soltanto entro i 30 giorni prima di una elezione o 60 prima di una primaria, in linea con il Bipartisan Campaign Reform Act (BCRA).

I dati riguardanti Donald Trump, inoltre, dovrebbero far più sensazione, dal momento che la quasi totale assenza di super PACs alle sue spalle avviene all’interno di un Partito repubblicano i cui oltre 600 milioni di dollari sin qui raccolti provengono da gruppi esterni per più del 52%. Dal punto di vista democratico, invece, la raccolta esterna è stata incentrata perlopiù su Hillary Clinton, costituendo però poco più del 15% dei 317 milioni totali raccolti[5].

In un clima dominato dall’incertezza, specialmente dal punto di vista repubblicano, candidati non convenzionali come Trump, ma anche Carson e Fiorina hanno goduto di una rilevante fortuna nei sondaggi, hanno preso la scena, mentre le élite del Grand Old Party non sono state in grado di imporre un “proprio” candidato. Sono gli stessi veterani delle campagne elettorali, come Stuart Stevens (stratega di Mitt Romney nel 2012), a dubitare negli ultimi mesi sull’effettiva capacità dei super PACs di cambiare radicalmente la situazione, oltre al permettere a candidati con scarso consenso di poter comunque proseguire la corsa. Secondo Stevens, infatti, “if you think that having a super PAC gives you permission not to engage or confront a candidate onstage, that’s a deeply mistaken impression[6]. In generale, sembrerebbe dunque che i super PACs siano stati abbastanza sopravvalutati. Non è mai soltanto la mancanza di fondi a determinare la fine di una campagna. I candidati che esprimono mediocri performance nelle prime fasi delle primarie e dei caucus ricevono inevitabilmente una bassa copertura mediatica e di conseguenza economica, allo stesso modo in cui un candidato che propone un’ottima prestazione nelle prime battute facilmente otterrà una maggior attenzione[7].

Secondo il Center for Responsive Politics, al mese di marzo i super PACs hanno raggiunto la cifra complessiva di 389 milioni di dollari, più di tre volte maggiore rispetto a quelle del 2012 (intorno a 103 milioni), ma il loro effettivo valore politico rimane una questione aperta. Alcuni colossi finanziari – ad esempio i fratelli Charles e David Koch e il magnate dei casinò Sheldon Adelson – giocheranno un ruolo decisivo soltanto nelle elezioni di novembre, una volta che la nebbia delle primarie si sarà alzata, promettendo di scompaginare ulteriormente la situazione. Fred Wertheimer, fondatore di Democracy 21 (organizzazione nonpartisan), ad esempio, ipotizza uno scenario abbastanza diverso da quello di Stevens: “In the 2016 election cycle, the role of the Super Rich in financing our elections will far exceed anything that anyone could have imagined pre-Citizens United[8]. La prepotente irruzione del Big Money degli ultraricchi nel sistema politico arriva in un periodo storico di grande preoccupazione tra i cittadini statunitensi sia per le enormi disparità di ricchezza nel paese, che per l’influenza di Wall Street all’interno delle istituzioni democratiche. Anche secondo Norman J. Ornstein (American Enterprise Institute) le tasche dei finanziatori sono ancora piene e mostreranno la loro influenza solo nella corsa alla Casa Bianca e nell’elezione delle Camere: “if it’s Donald Trump or Ted Cruz, my guess is that a substantial share of the $800 or $900 million amassed by the Koch brothers and their allies will be used in House and Senate races, and that will have an impact[9].

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Tuttavia, una grande quantità del denaro dei super PACs è già stata investita nelle primarie, con la conseguenza che, non diversamente dal 2012, la prima elezione con gli effetti della Citizens United, una delle principali funzioni dei superPACs è stata quella di prolungare la campagna di candidati che, nel sistema precedente, sarebbero finiti fuori dai giochi molto prima. É successo nel 2012 quando l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum e l’ex House speaker Newt Gingrich si sono accaniti per mesi contro il governatore del Massachusetts Mitt Romney, che cercava di domare i movimenti conservativi ostili. Santorum e Gingrich erano sostenuti soprattutto dai super PACs di grandi benefattori. È successo in queste primarie con le candidature di Rubio, Cruz e Bush. Secondo Ornstein “what used to happen was the winnowing-out process was really a ruthless one. […] Now, if you have a billionaire or two who can handle the advertising, you’re still going to need some money […] but the needs are much less and the ability to compete is much greater[10]. L’imprevedibile esito di questa gara elettorale – con outsiders come Trump e Sanders che per motivi diversi non si stanno appoggiando sui superPACs – deve però aver lasciato qualcuno di questi donatori a domandarsi quanto i loro soldi siano stati utilizzati efficacemente, in particolare quando i super PACs pagano in spot televisivi cifre più alte rispetto alle campagne dei candidati stessi.

Secondo il Center for Responsive Politics, il Conservative Solutions PAC avrebbe sostenuto il candidato repubblicano Marco Rubio raccogliendo 56 milioni di dollari e spendendone 33 milioni solo per vederlo perdere persino nel suo Stato d’origine (la Florida) e ritirarsi dalla gara. Ricchi donatori hanno anche lanciato la campagna di Ted Cruz attraverso il gruppo Keep the Promise che, da fine giugno, avrebbe raccolto circa 37 milioni, mentre quello del governatore dell’Ohio John Kasich ha speso più di 10 milioni. Ciononostante entrambi risultano molto indietro rispetto a Trump.

Il caso più eclatante risulta però il fallimento del Right to Rise PAC, legato a Bush. Dopo aver raccolto più di 118 milioni di dollari – la maggior parte da servizi finanziari ed energetici – il gruppo, gestito da Mike Murphy (sostenitore di vecchia data di Bush) ha speso oltre 81 milioni, per vederlo colare a picco nei sondaggi e ritirarsi a febbraio dopo la sconfitta in South Carolina[11].

D’altra parte nello schieramento repubblicano, Trump ha goduto di una attenzione pubblica senza precedenti. Uno studio del New York Times a marzo ha mostrato come Trump si sia guadagnato una copertura mediatica (in particolare free media coverage) maggiore di tutto il resto dei candidati messi insieme, sei volte maggiore di quella del suo principale avversario Cruz (e quasi il triplo di Hillary Clinton).

Sebbene gli altri candidati abbiano cercato di raccogliere delle risorse finanziarie specificatamente per contrastare l’eccentrico front-runner del partito, resta da chiedersi perché ciò non sia stato fatto già nel corso della scorsa estate, prima che gli eventi portassero alle soglie della Convention repubblicana senza una contromisura efficacie. Soltanto recentemente, la competizione si è ristretta a quattro maggiori candidati, dei quali solo due mantengono un elevato supporto dei super PACs, Cruz e Clinton.

 

Ted Cruz Fundraising Details

Campaign Committee Outside Groups Combined
Total Raised $66,547,756 $52,955,673 $119,503,429
Total Spent $58,501,661 $32,848,726 $91,350,387
Cash on Hand $8,046,095 $20,106,947 $28,153,042
Debts $0
Date of Report February 29, 2016 March 21, 2016

Dati FEC, grafico OpenSecrets.org

 

Hillary Clinton Fundraising Details

Campaign Committee Outside Groups Combined
Total Raised $159,903,128 $62,676,002 $222,579,130
Total Spent $129,068,041 $18,654,390 $147,722,431
Cash on Hand $30,835,088 $44,021,612 $74,856,700
Debts $928,629
Date of Report February 29, 2016 March 21, 2016

Dati FEC, grafico OpenSecrets.org

 

Entrambi hanno vasti assembramenti di comitati di supporto ed entrambi hanno potuto contare su generose donazioni da mettere a bilancio. Sul versante democratico, Priorities USA Action, ha ottenuto per Clinton enormi iniezioni di denaro da parte di nomi di spicco della finanza internazionale, su tutti George Soros. Cruz, invece, non ha potuto contare su altrettanto illustri sostenitori, ma ne sono arrivati di più variegati e in maggiori quantità. Mentre i sostenitori di Clinton hanno raccolto di più (dalla fine di febbraio intorno ai 159 milioni di dollari), anche i super PACs di Ted Cruz hanno registrato tassi di crescita rilevanti, ma difficilmente potranno portarlo a raccogliere anche i sostenitori di altri candidati oggi ritiratisi. É il caso del Conservative Solutions PAC, ex finanziatore di Rubio e oggi free-agent, con molti donatori in quella Manhattan bersaglio della campagna del senatore texano[12].

In conclusione, i dati mostrano una tendenza precisa: da oggi alle elezioni presidenziali di novembre, i comitati e i super PACs raccoglieranno ancora una valanga di fondi. Ciò però non ci permette di definire il loro peso effettivo in una gara elettorale così polarizzata e trascinata dall’istrionica verve di Donald Trump che, usando le tradizionali corde del populismo dell’America più profonda, sta strizzando l’occhio ad un modo di sentire in realtà abbastanza diffuso nel paese, incentrando la propria campagna principalmente sulla sua straripante personalità mediatica. Ad ogni modo, i 103 milioni di dollari spesi nel 2012 sono già preistoria e i vari gruppi esterni hanno già raccolto quasi il quadruplo di quella cifra, molto prima che la campagna per le presidenziali entri nel vivo con le elezioni di novembre.

 

 



[1] Citizen United v. Federal Election Commission, No. 8-205, 558 U.S. 310 (2010).

[2] Ovvero dei “Comitati di sola spesa indipendente”, abilitati a raccogliere denaro in maniera illimitata, con i soli obblighi di non effettuare donazioni dirette a candidati e di dover rendere pubblico l’elenco dei finanziatori.

[3] Alex Glorioso, “An FEC warning on LLC gifts to super PACs?”, OpenSecrets.org, 4 aprile 2016.

[4] In particolare Our Principles PAC ha speso almeno $7,783,944 in campagne anti-Trump, mentre Conservative Solutions PAC ne ha sborsati $4,540,927 contro Ted Cruz.

[5] Dato diffuso da Washington Post, con riferimento ai rilevamenti del 29 febbraio. Metea Gold, Anu Narayanswamy e Darla Cameron, “How much money is behing each campaign?”, Washington Post, 20 marzo 2016.

[6] Jim O’Sullivan, “Influence of super PACs in primaries has been limited”, Boston Globe, 24 marzo 2016.

[7] Non un problema nuovo, dal momento che Bartels descriveva già questo circolo vizioso negli anni ’80.

Larry M. Bartels, Presidential Primaries and the Dynamics of Public Choice, Princeton University Press, 1988.

[8] Fred Wertheimer, “Citizen United Consequences: Super Rich Empowered, Ordinary Americans Undermined, Democracy Subverted”, Huffington Post, 20 gennaio 2016.

[9] Jim O’Sullivan, “Influence of super PACs in primaries has been limited”, Boston Globe, 24 Marzo 2016.  

[10] Jim O’Sullivan, “Influence of super PACs in primaries has been limited”, Boston Globe, 24 marzo 2016.

[12] Marc Santora, “New Yorkers quickly unite against Cruz after ‘New York Values’ Comment”, New York Times, 15 Gennaio 2016.

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