Il “populista buono”: Bernie Sanders e la corsa alla nomination democratica

Il “populista buono”: Bernie Sanders e la corsa alla nomination democratica

di Lorenzo Costaguta

Sanders nel 1981

Sanders nel 1981

Il giorno del Super Tuesday è arrivato, con più di dieci stati chiamati ad esprimere il proprio voto sul prossimo candidato democratico alle Presidenziali di novembre, e per la corsa di Bernie Sanders è un momento decisivo. Questa notte si capirà se c’è ancora qualche speranza che accada l’impensabile, ovvero che il settantaquattrenne senatore del Vermont vinca la nomination democratica, oppure se le primarie sono destinate ad incanalarsi verso la più ovvia conclusione, con Hillary Clinton a contendersi la presidenza nelle elezioni di novembre contro lo sfidante che uscirà dalla contesa nel Partito Repubblicano. Questo è un buon momento, insomma, per fare un passo indietro, ricostruire la storia di Sanders e capire quali sono gli interrogativi posti dal (relativo, almeno per ora) successo di una delle candidature più radicali e durature mai viste nella storia del Partito Democratico.

Sanders, un’eccezione socialista?

Bernie Sanders si autodefinisce socialista, un’etichetta che per anni lo ha relegato lontano dal cuore pulsante della politica americana. Quello che Sanders chiama socialismo è in realtà frutto di un’impostazione social-democratica classica, fondata sull’idea che senza gli adeguati mezzi di sostentamento economici un individuo non può definirsi libero. In un discorso pronunciato alla Georgia University lo scorso novembre, Sanders ha spiegato la sua idea di socialismo dicendo che “le persone non sono davvero libere quando non hanno la possibilità di dare da mangiare alla propria famiglia […] quando non hanno la possibilità di andare in pensione con dignità […] quando sono disoccupate o sottopagate o quando sono distrutte da turni di lavoro troppo lunghi. Le persone non sono davvero libere quando non hanno l’assistenza sanitaria. Non credo che il governo debba possedere i mezzi di produzione, ma credo fermamente che la classe media e le famiglie lavoratrici che producono la ricchezza americana meritino un trattamento equo.” Sanders raccoglie nel suo pensiero tutte le battaglie del radicalismo americano post-seconda guerra mondiale, unendole in una retorica che fa della disuguaglianza economica il bersaglio polemico di riferimento: i diritti civili per le minoranze, l’uguaglianza di genere, i diritti LGBT, il cambiamento climatico sono battaglie che Sanders, in un modo o nell’altro, collega al malfunzionamento del sistema capitalista, che distorce la democrazia e concentra il potere in una ristretta élite politico-finanziaria unaccountable nei confronti della società civile.

Sanders utilizza Franklin Delano Roosevelt e Martin Luther King per spiegare le sue idee, due protagonisti chiave di grandi stagioni progressiste e di estensione dei diritti nella storia del Paese. E forse non a caso, due figure situate all’inizio e alla fine di quella che lo storico Jefferson Cowie ha definito “the Great Exception”. Secondo Cowie, la fase aperta dalla presidenza di FDR e chiusa dall’elezione di Richard Nixon nel 1968 è una parentesi eccezionale nella storia politica del paese, una fase in cui gli Stati Uniti sono usciti dalla “normalità” della loro tradizione basata su individualismo e potere decentralizzato per intraprendere uno sviluppo più simile a quello delle democrazie europee. Cowie costruisce la sua teoria su una serie di parametri, tra cui ci sono il rapporto tra potere centrale e poteri locali, le politiche di immigrazione, la disuguaglianza economica e la polarizzazione dello scontro partitico. A due lunghe fasi (1880-1930 e 1970-oggi) caratterizzate da alti tassi di disuguaglianza economica, fortissima polarizzazione politica, debolezza del potere federale, alti tassi di immigrazione, si contrappone una fase, la “grande eccezione” per l’appunto, caratterizzata da un potere federale iper-attivo, dalla riduzione delle disuguaglianze economiche, da una bassa conflittualità tra i partiti e bassi tassi di immigrazione.

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Bernie Sanders

In effetti, Bernie Sanders ha poco del profilo biografico del tipico politico americano. Figlio di genitori lower-middle class, il padre immigrato polacco ebreo di prima generazione, e la madre figlia di immigrati ebrei polacchi e russi, Sanders è nato e cresciuto a Brooklyn. La politica è entrata nella sua vita negli anni dell’università a Chicago, dove è stato membro del CORE, Congress for Racial Equality. Al momento del suo trasferimento in Vermont, nel 1969, lo scrittore Russell Banks in un articolo del 1985 lo descrive con queste parole: “Sanders era uno delle migliaia di intellettuali che tentava negli anni post-Woodstock di crearsi una vita rispettabile lontano da tutto nel New England del nord, dove la terra costava poco e gli abitanti erano relativamente tolleranti verso giovani coi capelli lunghi e la barba e donne coi vestiti a quadri e i sandali.” Difficile prevedere che un decennio dopo, nel 1981 per la precisione, Sanders sarebbe diventato sindaco della cittadina in cui si era insediato, Burlington, Vermont, interrompendo un trentennio di governi Democratici e sconfiggendo sul filo di lana (dieci voti in più) Gordon Paquette, candidatosi per il suo sesto mandato con la certezza di non avere alcun problema a sconfiggere il “socialista” Sanders. Eppure, con uno stile pragmatico, attentissimo ai voleri del suo elettorato e flessibile nel cercare alleanze al di là delle appartenenze politiche, Sanders è stato rieletto per tre volte di fila, vincendo contro candidati Repubblicani e Democratici e aumentando il suo bacino di voti in ciascuna tornata elettorale. E sono queste le caratteristiche che tornano nel suo lavoro come membro del Congresso, alla Camera dei Rappresentanti dal 1991 al 2007 e al Senato dal 2007 ad oggi.

Quando Sanders ha presentato la sua candidatura a Presidente, in una semi-deserta conferenza stampa sul prato di fronte al Congresso nell’aprile scorso, molti hanno individuato in lui il perfetto sfidante per Clinton: alternativo a sufficienza da garantire un dibattito nel corso di una primaria che altrimenti sarebbe risultata scontatissima, e allo stesso tempo troppo radicale per rappresentare una reale minaccia per la vittoria finale della senatrice di New York.

L’erosione della classe media e la questione generazionale

Ma le cose hanno preso una piega inaspettata. In uno dei primi spot pubblicati per la sua campagna presidenziale (min 9.58), Sanders dice “se stai facendo tutto per il meglio, ma tirare avanti è diventato sempre più difficile, non sei da solo. Mentre la nostra gente lavora sempre di più per salari sempre più bassi, quasi tutto il reddito prodotto finisce all’1 % più ricco della popolazione.” L’appello all’americano medio lanciato da Sanders nel corso della sua campagna per le primarie ha dato risultati che molti avrebbero ritenuto impensabili. Sanders ha più che vinto la sfida di organizzare una campagna presidenziale finanziata dal basso, con il supporto di “persone normali” e di un vasto movimento di opinione attraverso il paese. Stando ai dati forniti dalla campagna di Sanders a gennaio, non esiste alcun superPAC che supporti la campagna del senatore democratico, e 75 milioni di dollari (tre quarti del totale raccolto) sono arrivati tramite più di tre milioni di donazioni effettuate da un milione e trecentomila persone da luglio ad oggi. In certa misura, qualunque sarà l’esito delle primarie, Sanders avrà fatto qualcosa di impensabile, realizzando l’intera campagna senza l’apporto di alcun grande finanziatore.

Di recente sul nostro sito Nicola Cucchi ha contestualizzato l’ascesa di Trump all’interno della diffusione di sentimenti populisti e anti-sistema negli Stati Uniti. Il fenomeno Sanders, almeno per certi versi, siede comodamente nello stesso tendenza storica. In effetti populisti e socialisti sfiorarono più volte una collaborazione politica negli ultimi decenni dell’Ottocento, uniti dallo stesso odio nei confronti di un establishment economico corrotto e inattaccabile. In tempi recenti, si può suggerire che il populismo sia diventato più un’attitudine che un’ideologia, e in questo senso se il Tea Party ha raccolto l’eredità del People’s Party a destra, lo stesso si può dire di movimenti come Occupy Wall Street e dello stesso Sanders a sinistra.

La cosa interessante da notare, come ha scritto Margaret Talbot sul New Yorker, è che il messaggio di Sanders è invariato da decenni: è solo che ora il paese si è messo ad ascoltarlo. Il successo del senatore del Vermont è dato da un mix di condizioni strutturali e circostanze più o meno fortuite. Tra i fattori strutturali ce ne sono due in particolare su cui si sono soffermati i media americani. Il primo è l’impoverimento della classe media, residuo della crisi del 2008 i cui effetti sono ancora lontani dall’essersi esauriti. L’incertezza economica, la caduta del potere d’acquisto, l’assenza di lavoro (nonostante i buoni dati degli ultimi anni, la disoccupazione reale si attesta ancora al 10%) rendono seducente il messaggio di Sanders, che mira ad estendere la copertura sanitaria, ad alzare il salario minimo a 15 dollari (dando voce al recente movimento fightfor15 lanciato dai lavoratori dei fast food) e a riattivare il mercato del lavoro tramite un piano di investimenti pubblici. Il secondo fattore strutturale è la maggiore influenza numerica di generazioni diventate adulte nel mezzo della crisi finanziaria e nate all’indomani della caduta del muro di Berlino. Parliamo di giovani tra i 18 e i 35 anni, con un medio-alto livello di istruzione, per lo più bianchi, che faticano ad inserirsi nel mondo del lavoro e fronteggiano la prospettiva di condurre uno stile di vita ben al di sotto di quello garantitogli  dai genitori. Questa generazione si è dimostrata largamente insensibile al red-baiting che ha colpito candidati giudicati troppo radicali dall’establishment americano in passato, e finora ha tributato percentuali altissime a Sanders. Tra le circostanze più o meno fortuite c’è il fatto che Sanders si sia ritrovato come pressoché unico sfidante in una primaria che media ed esperti politici già davano per assegnata a Clinton. Da underdog e con un fortissimo sentimento anti-establishment diffuso nel paese, Sanders ha avuto gioco facile nel caratterizzare la sua campagna come quella dell’indipendente al servizio dei cittadini che sfida la “più potente organizzazione politica negli Stati Uniti”, il duo Bill-Hillary che ha forgiato, nel bene e nel male, l’America liberal degli ultimi vent’anni.

Il logo della campagna di Sanders

Il logo della campagna di Sanders

Chiaramente l’analogia con Trump e il campo repubblicano tiene solo fino ad un certo punto. Sanders, come Trump, cavalca il vento anti-establishment e il risentimento di settori impoveriti della popolazione americana, ma mentre Trump ha fatto della paura dell’immigrato, della misoginia e del razzismo ostentato i tratti distintivi della sua campagna elettorale, su tutti questi aspetti il messaggio di Sanders è agli antipodi. Da erede della tradizione socialista americana incarnata da Eugene Debs e Norman Thomas, Sanders utilizza un approccio di classe, che si focalizza sui tratti comuni delle circostanze economiche degli individui invece di analizzare le questioni a partire dalla divisione della società secondo linee di appartenenza razziale, culturale e religiosa. Questo lo ha portato, in primo luogo, a formulare proposte sull’immigrazione finalizzate a regolarizzare gli 11 milioni di immigrati clandestini già presenti nel paese e combattere il racial profiling incoraggiato dalle attuali politiche immigratorie (proposte lodate dal New York Times, anche se non è ancora chiaro se queste misure abbiano prodotto un effetto positivo sulla performance di Sanders nella comunità ispanica). Secondariamente, Sanders ha ripetutamente condannato l’eccessivo uso della violenza da parte della polizia americana dei confronti di cittadini afro-americani (ottenendo l’endorsement da parte di Erica Garner, leader di Black Lives Matter) e ha inserito la battaglia contro il gender gap tra gli elementi chiave della sua campagna elettorale.

 

In conclusione, si può dire che la sfida di Sanders è quella di dimostrare che il New Deal non è stata solo una “eccezione” nella storia americana, come sostenuto da Jefferson Cowie, ma che la stessa politica espansiva, includente, egualitaria e non conflittuale può tornare a governare alla Casa Bianca in una versione aggiornata al ventunesimo secolo. Sanders scommette sulla voglia di ottenere migliori condizioni di vita da parte dell’elettorato americano, mirando a coinvolgere nel suo progetto lavoratori, minoranze e donne, in una vasta coalizione che rappresenti gli interessi del “99% della società”, secondo il famoso slogan di Occupy Wall Street. Svariati commentatori hanno sottolineato la “mono-dimensionalità” del messaggio di Sanders, tutto schiacciato sulla denuncia della disuguaglianza economica, e l’insostenibilità dal punto di vista finanziario delle sue proposte economiche. Altri si sono soffermati sui suoi problemi con specifici settori dell’elettorato (in particolare gli afro-americani), un elemento già costato carissimo in South Carolina e che sarà probabilmente determinante nei risultati del Super Tuesday. Al netto di questi limiti oggettivi, se c’è un traguardo che il “populista” Sanders ha già raggiunto, si tratta certamente di aver reintrodotto e aver dato rappresentanza politica a messaggi, istanze e problemi assenti da anni nel dibattito pubblico americano, e di averlo fatto nel luogo e nel momento opportuno, costringendo il Partito Democratico (nella persona del suo probabile futuro leader, Hillary Clinton) a ripensare le proprio strategie per rappresentare gli interessi della classe media e dei lavoratori americani. Se poi, sorprendentemente, gli americani decideranno che è tempo di un altro New Deal, oggi avranno una prima occasione per dirlo chiaro e forte.

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