Trump in ascesa, Hillary Clinton pronta a battere Sanders

Trump in ascesa, Hillary Clinton pronta a battere Sanders

Prima di concentrarsi sul risultato delle primarie democratiche in South Carolina, che hanno visto la schiacciante vittoria di Hillary Clinton, nella settimana che ci siamo appena lasciati alle spalle la stampa americana si è concentrata sulla crescente polarizzazione ideologica delle candidature, polarizzazione che è stata descritta come di derivazione nitidamente “europea”. Tale processo pare talmente consolidato che, secondo il Los Angeles Times, rischia seriamente di influire negativamente sulla presidenza, chiunque sia il vincitore. ­

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Hllary Clinton saluta i fan dopo la schiacciante vittoria in South Carolina (Randal Hill/Reuters)

I temi più trattati sono stati sostanzialmente due. Il primo: l’ascesa e la concreta possibilità di Donald Trump di vincere la nomination del GOP, vale a dire esiti che, come si è manifestato molto bene nel corso del dibattito televisivo di giovedì 25 febbraio che ha visto “The Donald” in gran forma nonostante gli attacchi congiunti di Rubio e Cruz, iniziano ad essere realmente temuti come più che realizzabili da entrambi, nonostante si sforzino di nasconderlo. Il secondo: il cambio strategico nello staff della Clinton per contrastare efficacemente Sanders, che dopo la vittoria in New Hampshire – peraltro molto positiva per lui ma più legata a un clima anti-establishment che a un reale consenso per il suo programma politico – inizia la fase più difficile della sua campagna elettorale. Sanders, senatore del Vermont, dovrà nei prossimi mesi affrontare l’opinione pubblica dei grandi stati del Mid-west e del Sud, a maggioranza bianca e con una forte componente evangelica. È davvero difficile credere che un “socialista” – come lui stesso si definisce – possa convincerne l’elettorato (fatta parziale eccezione per Minnesota e Colorado, dove nel 2008, Obama, decisamente più lefty, si impose contro la Clinton). Ancora più importante pare l’aspetto legato al voto degli afro-americani che, soprattutto nell’East Coast, rappresentano un’importante roccaforte di consensi per la Clinton. A confermarlo un recente sondaggio del Public Policy Polling. Tuttavia, i punti deboli dell’ex Segretario di Stato, ben evidenziati pochi giorni fa dal Washington Post, sono almeno tre: primo, l’indagine federale a cui è sottoposta sia per l’uso della sua mail privata per informazioni classificate sia, ancora più gravemente, per la possibilità di rapporti privilegiati e non leciti fra la sua fondazione e il Dipartimento di Stato; secondo, il Partito Democratico ha sposato la retorica anti-Wall Street e avallato l’idea che il capitalismo non sia una soluzione per la povertà, favorendo così l’eleggibilità di Sanders; e, terzo ma probabilmente più importante fra i problemi data la grande rilevanza dei temi economici e della retorica anti-establishment nelle campagne presidenziali degli ultimi anni, è sicuramente il fatto che la Clinton, rispetto al senatore del Vermont, appare piuttosto debole come futura paladina dei cittadini vittime delle grandi speculazioni di Wall Street. Tuttavia, solo pochi giorni fa Sanders ha subìto attacchi tanto pesanti quanto autorevoli sulla sua reale natura di socialista. La pesante sconfitta in South Carolina, d’altra parte, era già stata ampliamente prevista, sebbene sia stato fatto notare come per Sanders abbia votato comunque la maggioranza di ispanici e afro-americani più giovani.  Anche se, secondo autorevoli commentatori, ciò non basterà a risolvere i suoi problemi.

Trump dopo la vittoria in Nevada (Fox News)

Trump dopo la vittoria in Nevada (Fox News)

Situazione meno sfumata in campo repubblicano, in cui il miliardario viene oramai riconosciuto come il front-runner per le primarie dalla stampa statunitense di ogni orientamento. Interessante la discesa in campo dell’ex candidato GOP alle primarie, Mitt Romney, che attacca Trump sulle tasse, poi subito difeso dal senatore repubblicano del South Carolina (in cui ha già vinto 50 delegati), Lindsay Graham, che pure in altra sede non esita a definirlo “loser” e “ill-suited” per diventare presidente. Non meno interessante la dura replica a Trump arrivata a stretto giro da parte dell’ex presidente del Messico, Vicente Fox –che così pare accreditarne ulteriormente le possibilità di elezione – il quale dichiara come i messicani non verseranno un soldo per la costruzione del muro anti-immigrati. Sembra perciò ancora più improbabile che Trump possa guadagnare voti nella comunità degli ispanici. Ancora più inquietante la dichiarazione del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua, che esprime la speranza secondo cui, in caso di elezione di Trump a presidente, gli Stati Uniti non adottino politiche valutarie punitive che potrebbero peggiorare le relazioni bilaterali fra i due Paesi. Parole che, nell’ovattato linguaggio della diplomazia internazionale, sono decisamente forti.  Quanto a Rubio e Cruz, la stampa punta l’attenzione sulla loro strategia – peraltro obbligata vista la situazione, di unire le forze per impedire la vittoria di Trump. Rubio da parte sua fa notare come sia del tutto falsa l’immagine vincente di Trump, che in realtà sarebbe solo un fortunato erede di 200 milioni di dollari nonché un uomo che si è servito del lavoro di immigrati clandestini. Ciononostante, la Florida, di cui Rubio è senatore, secondo un sondaggio della Quinnipiac University sembra sul punto di voltargli le spalle. Cruz, che è terzo nei sondaggi, continua a battere sul tasto della non credibilità del primo come vero conservatore e, con una retorica essenzialmente populista, cerca di rubargli consensi presentandosi come uomo poco gradito all’establishment  di Washington. Immagine che tanto Cruz che Trump – alla vigilia del fondamentale voto in Virginia – paiono voler confermare quanto più possibile.

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