“Non mi rappresenti!” L’ondata di antipolitica e le origini del #Trumpism

Donald Trump al CPAC 2011.

Donald Trump al CPAC 2011.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un uso inflazionato dei termini “antipolitica” e “populismo”, onnipresenti sulla stampa e usati nella polemica politica per delegittimare l’avversario di turno. In particolare negli ultimi mesi, con la preparazione delle primarie statunitensi, le testate statunitensi ed europee si sono concentrate su alcune candidature presidenziali fortemente anti-establishment alla guida del Partito repubblicano: parliamo di Ted Cruz, Ben Carson e dell’onnipresente Donald Trump, che si sta dimostrando il vero spauracchio del mondo progressista americano e non solo.

Secondo John Cassidy del New Yorker ormai solo gli elettori repubblicani possono fermarlo, mentre Peter Wehner, collaboratore dei principali presidenti repubblicani, dichiara sul New York Times che non voterebbe mai per lui. Eppure, nonostante ciò, si trova in testa a tutti i sondaggi, con gli altri che cercano di rincorrerlo.

Anche il giornalista del Guardian, Gary Younge, ha diffuso un videoin cui cerca di aiutare a leggere il “fenomeno Trump” in una prospettiva più ampia: “La popolarità di Trump è l’espressione dell’avanzata del populismo in tutto il mondo occidentale, tagliata su misura per il pubblico americano. Ogni paese ha il suo Trump”.

Negli Usa il populismo è stato e continua a essere un elemento ricorrente del discorso politico, ben presente nell’opinione pubblica: un sentire diffuso, animato da un acceso entusiasmo religioso, a volte progressista, ma più spesso conservatore e reazionario, che non si è mai dimostrato sovversivo dell’ordine costituito. Tuttavia, lontano da qualsiasi riproposizione della tesi eccezionalista, gli elementi fondamentali della cultura populista, emersi nei processi storici statunitensi, non sono altro che esempi di una realtà più ampia che ha caratterizzato la modernità occidentale. È quindi utile qualche cenno sui percorsi che hanno portato la cultura politica americana a essere ciò che è.

Le origini storiche del populismo

Alcuni elementi che hanno caratterizzato il discorso populista tra fine Ottocento e Novecento sono rinvenibili persino nelle prime radici culturali rivoluzionarie, repubblicane e puritane. All’epoca la politica veniva vissuta come uno scontro frontale tra “libertà” dei cittadini e “potere” del governo. Era molto diffusa nella popolazione una cultura del sospetto verso l’autorità, accompagnata da una forte spinta autonomistica, poco tollerante delle autorità centrali lontane dal territorio e quindi difficilmente controllabili. Si riteneva, pertanto, che il compito del popolo fosse quello di resistere al governo, considerato nettamente distinto dalla società e sempre capace di abusare del proprio potere.

Nella seconda metà dell’Ottocento la vittoria del Nord antischiavista nella Guerra civile determinò l’imposizione di un nuovo modello capitalista in tutto il territorio nazionale. Si andò quindi affermando un processo di industrializzazione economica, accompagnato da una massiccia urbanizzazione e laicizzazione della vita sociale, che stravolse gli equilibri esistenti e lasciò ai margini della società ampie fette di popolazione.

Convention del People's Party a Columbus, Nebraska, 15 luglio 1890.

Convention del People’s Party a Columbus, Nebraska, 15 luglio 1890.

L’antipolitica populista – che con l’ascesa del People’s Party arrivò a contendere la presidenza degli Stati Uniti alle elezioni del 1896 – si caratterizzò proprio per l’avversione a questo processo storico-sociale, e ai grandi monopoli economici che con esso si erano creati. Il sentimento diffuso – alla base dell’antipolitica – era la necessità di ridare vigore all’“americano-tipo”, minacciato dall’impoverimento materiale e dallo sradicamento sociale, e così restaurare quell’equilibrio perduto.

L’atteggiamento alla base dell’antipolitica divenne populista quando la paura e il risentimento vennero associati a élites di governo percepite come estranee al tessuto valoriale della comunità; e così si diffuse il mantra secondo cui, rimossi i “parassiti al governo”, sarebbe tornata l’armonia. (cfr. la relazione alla lezione tenuta di Tiziano Bonazzi alla Summer School Cispea 2015).

La rinascita della destra americana

Durante il Novecento è emerso come questi elementi discorsivi abbiano rappresentato delle energie presenti nel bagaglio culturale statunitense, sempre pronte a riattivarsi quando i partiti non si sono dimostrati più in grado di gestire i mutamenti d’equilibrio socio-economico in atto. In questo orizzonte va vista l’ascesa del movimento Tea Party di questi anni.

A ben vedere, si tratta di un risultato politico che si inserisce in un più ampio movimento storico iniziato intorno alla fine degli anni Settanta: la grande rinascita del conservatorismo americano. Con le vittorie di Reagan negli anni Ottanta si impose una nuova visione del rapporto tra politica ed economia, in diretta reazione alle battaglie politiche e sociali degli anni Sessanta e Settanta, connesse al movimento per i diritti civili e alle rivendicazioni femministe.

Così i conservatori, dopo essere stati marginalizzati per quasi cinquant’anni, furono testimoni e artefici di una nuova fase del capitalismo (c.d. postfordista), in cui l’economia veniva posta oltre le forme di controllo democratico statale, riuscendo a riorganizzarsi e gradualmente imporre una nuova egemonia di “libertà antipolitica”.

Questa nuova affermazione avvenne grazie all’alleanza, fino a quel momento inedita, tra due approcci alla libertà completamente diversi: da una parte quello conservatore e comunitarista del network biblico, che difendeva l’autonomia della comunità tradizionale, ed era contrario all’estensione dei diritti civili; dall’altra l’approccio del neoliberismo economico, che punta a escludere l’intervento statale in economia, causando una irriducibile frammentazione sociale e un’atomizzazione delle vite individuali.

A tenere insieme queste due destre a livello comunicativo è proprio l’opposizione antipolitica all’intervento statale, che utilizza il popolo come significante vuoto, sotto cui unire le differenti battaglie anti-establishment e destrutturare così lo stato sociale radicatosi all’indomani della Seconda guerra mondiale.

La reazione alla presidenza Obama: dai Tea Party a Donald Trump

Taxpayer March on Washington, 12 settembre 2009.

Taxpayer March on Washington, 12 settembre 2009.

A partire dal 2008, con la dura recessione economica provocata della crisi finanziaria, a cui è seguita l’elezione di Barack Obama, si è andata radicalizzando questa opposizione all’establishment da parte di gruppi di ultraconservatori.

Dunque la crisi economica, accentuando le diseguaglianze sociali, ha stimolato il crescere della partecipazione e della conflittualità, inducendo in generale una nuova polarizzazione politica – nella direzione esattamente opposta abbiamo i movimenti occupy. A forti opzioni ideologiche si sono sommate le divisioni identitarie, stimolate dai grandi mutamenti demografici: con i repubblicani che rappresentano quasi solo bianchi e popolazione benestante, e i democratici sempre più verso una rappresentanza delle minoranze etniche in costante crescita. (cfr. la relazione alla lezione di Arnaldo Testi alla Summer School Cispea 2015).

I Tea Party, delusi e disincantati dagli errori dell’amministrazione Bush, hanno scagliato tutta la loro rabbia anti-sistema contro il nuovo presidente democratico. Un’alta percentuale dei loro membri ha percepito la scelta obamiana di aumentare la spesa pubblica in funzione anti-crisi come una seria minaccia al benessere del popolo americano.

L’opposizione alla dimensione invasiva del governo federale si traduce nella lotta per ridurre il livello della tassazione – Tea sta per Taxed Enough Already –; in questo senso è stata assai indicativa la durissima lotta contro la riforma sanitaria tesa a estendere a tutti la copertura, fortemente voluta da Obama.

I rapporti con il Partito repubblicano sono stati spesso difficili: la rabbia e il rancore che veicolano emerge da una radicata disaffezione verso la politica istituzionale, che è diventata un qualcosa di indecifrabile per il cittadino comune. La risposta di queste forze, di fronte a un processo di tecnicizzazione dell’attività politica senza precedenti, è la retorica della semplicità.

Arrivato alla fine dei due mandati Obama deve lasciare la presidenza, e non a caso le candidature alla leadership del Partito repubblicano vedono prevalere in questi mesi una forte componente antipolitica, rappresentata in particolare da Donald Trump, Ted Cruz e Ben Carson. E non può stupire dunque che queste personalità, orientate a raccogliere il malcontento ancora molto diffuso, stiano prevalendo nettamente nei sondaggi rispetto ai candidati più regolari, legati all’establishment come: Marco Rubio, Jeb Bush e Paul Ryan.

Donald Trump e Ben Carson, pur essendo “persone di successo” estremamente competenti nei loro ambiti professionali, dimostrano di essere poco preparati su tutto ciò che accade nel resto della società; ma i vertici del Partito repubblicano non sanno più come arginare il loro successo mediatico, come ha recentemente sostenuto Maurizio Vaudagna.

La loro comunicazione pubblica vuole essere esplicitamente demagogica, e questa tendenza sarebbe, secondo David Niose, una conseguenza diretta di un ambiente culturale fortemente anti-intellettuale, che spinge chi vuole attrarre consensi a sfruttare questa diffusa irrazionalità.

L’affermazione di personalità politiche che si esprimono con toni forzati e polemici rivela una tendenza più generale all’uso di pratiche comunicative tese a far prevalere messaggi incentrati sull’emotività, capaci di scuotere l’uditorio, e impedire che i cittadini acquisiscano una reale consapevolezza dei problemi che li circondano. In questo senso Alyssa Roseberg ha pubblicato sul Washington Post uno studio sulle parole usate da Trump nei comizi: “The most striking hallmark was Mr. Trump’s constant repetition of divisive phrases, harsh words and violent imagery that American presidents rarely use.”

In questo quadro si inserisce la strenua difesa del diritto a portare le armi, la lotta contro la cosiddetta Obamacare, la negazione dei diritti delle minoranze, etniche e sessuali, accompagnate da malcelati toni razzisti, che secondo Theodore R. Johnson e Leah Wright Rigueur stanno premiando nella corsa alla candidatura. L’ostinata negazione dell’evoluzionismo serve a ingraziarsi i molti fondamentalisti cristiani, mentre la negazione del cambiamento climatico a nascondere l’inquinamento crescente a sostegno delle grandi corporations. Tutto ciò poi culmina nell’esplicita affermazione della potenza americana nel mondo: difendendo da una parte spese militari ipertrofiche, e dall’altra continuando a ripetere il mantra della riduzione del governo federale.

David Brooks sostiene sul New York Times che il successo del “richiamo alla semplicità delle questioni” sta esprimendo quel bisogno di un mondo comprensibile e giusto sempre più sentito nei ceti meno colti, in reazione alla crescente complessità di una convivenza globalizzata e interdipendente. L’elemento ricorrente dell’antipolitica, il rancore anti-elitario di fette di società che si percepiscono spodestate dalle élites, è la conseguenza diretta del trauma subìto dalla classe media, di trovarsi in via di marginalizzazione lavorativa e quindi sociale.

Anche se Trump, Carson e Cruz non dovessero raggiungere la candidatura presidenziale, il loro impatto mediatico racconta, secondo Mike Lofgren, un paese che “chiede questo linguaggio” e che “crede a queste risposte”. E certamente, entrambi i candidati alla presidenza non potranno che tenere conto di questa ventata di rabbia, sostenuta da una cultura politica “a razionalità limitata”.

COMMENTI

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    […] Di recente sul nostro sito Nicola Cucchi ha contestualizzato l’ascesa di Trump all’interno della diffusione di sentimenti populisti e anti-sistema negli Stati Uniti. Il fenomeno Sanders, almeno per certi versi, siede comodamente nello stesso tendenza storica. In effetti populisti e socialisti sfiorarono più volte una collaborazione politica negli ultimi decenni dell’Ottocento, uniti dallo stesso odio nei confronti di un establishment economico corrotto e inattaccabile. In tempi recenti, si può suggerire che il populismo sia diventato più un’attitudine che un’ideologia, e in questo senso se il Tea Party ha raccolto l’eredità del People’s Party a destra, lo stesso si può dire di movimenti come Occupy Wall Street e dello stesso Sanders a sinistra. […]

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    […] ad una affermazione del giornalista del “Guardian” Gary Younge, riportato da Nicola Cucchi in “Non mi rappresenti!” L’ondata di antipolitica e le origini del #Trumpism, pubblicato il 28 gennaio 2016 nella sezione “Attualità”. […]

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