Book Club n. 5 – Dicembre 2015

Il Book Club è una proposta della riflessione storiografica che C’era una volta l’America ospita tra le righe della rubrica Americana. L’iniziativa ha lo scopo di stilare periodicamente un elenco delle pubblicazioni segnalateci da ex alunni, studiosi e appassionati, riguardanti pubblicazioni italiane e non, attinenti alla storia americana.

Invitiamo tutti i lettori a inviarci nuove segnalazioni al seguente indirizzo: ceraunavoltalamericacispea@gmail.com

 

Iperstoria, Testi, Letterature, Linguaggi, Numero 6 (Autunno 2015)

Sezione monografica, La “realtà” trasnazionale della razza. Dinamiche di razzializzazione in prospettiva comparata, a cura di Tatiana Petrovich Njegosh – Selezione di titoli:

  • Introduzione, di Tatiana Petrovich Njegosh
  • Anna Scacchi, Da Gordon a Django. Figurazioni dell’eroismo e memoria della schiavitù negli Stati Uniti
  • Leonardo De Franceschi, Spaghetti blackface. Pratiche performative al di là della linea del colore

Sezione generale, “Lingua, letteratura, e cultura americana” – Selezione di titoli:

  • Elisa Bordin, The Marginalizing Effect of Ethnic Expectations: John Fante’s ‘Asian’ Writings
  • Stefano Bosco,  Maritime Reservations: Harboring Indigenous America in Gerald Vizenor’s The Heirs of Columbus
  • Camilla Fascina,  Hip-Hop Culture Invasion: A Dialogue Between America and Italy
  • Henry Giroux, La cultura selfie in uno stato diviso tra interessi economici e sorveglianza (traduzione di Valentina Romanzi)
  • Donatella Izzo, “Some Sort of Need  for Biblical Atonement.” Breaking Bad e altre variazioni sul tema di Giobbe
  • Chiara Migliori,  “Nothing Beats the Bible.” Il fondamentalismo cristiano e le primarie 2016

 

Federica Morelli e Clément Thibaud (a cura di), I liberi di colore nello spazio atlantico, numero monografico di “Quaderni storici”, 1/2015.

Nel panorama storiografico sulle società coloniali e post-coloniali americane, gli studi sui liberi di colore stanno acquistando una rilevanza sempre maggiore. Si tratta di uomini di ascendenza africana (in tutto in parte), legalmente liberi in quanto affrancati dalla schiavitù o liberi dalla nascita. In questo senso i liberi di colore non erano inclusi nella categoria di indigeni, né in quella degli schiavi. Tuttavia il colore rinviava a una macchia che li escludeva anche dalla categoria dei bianchi. I contributi del numero monografico affrontano questa tema nella prima età moderna in diverse aree delle Americhe, del nord, del sud e caraibica.

 

M. Battistini, Il declino della classe media americana, in “il Mulino”, 3/2015, pp. 564-573.

Il dibattito statunitense sulla crisi economica è caratterizzato dal timore che il declino della classe media smentisca la visione eccezionale della nazione e coincida con la fine della sua supremazia mondiale. La ragione dell’associazione dei termini crisi e classe media va rintracciata nel contributo novecentesco delle scienze sociali: la classe media della golden age del capitalismo non era definita dall’occupazione, non era cioè esclusivamente una classe impiegatizia (come era stata raffigurata in Europa tra le due guerre), era una great middle class che teneva insieme white e blu collar. Alla luce di questa ragione storica, il paper mostra come intellettuali e accademici spieghino il declino della classe media con le trasformazioni del capitalismo globale che affondano le radici nell’affermazione del neoliberismo fra anni Ottanta e Novanta. Tre sono i processi globali chiamati in causa: sperequazione del reddito, polarizzazione del mercato del lavoro, mutamento del ruolo dello Stato. Mostra inoltre come questi processi impongano una riflessione storica: il ritorno nell’opinione pubblica dell’immagine della Gilded Age è la prova che la fiducia storicamente riposta dagli americani nella middle class si stia incrinando. Quello che Krugman definisce “feticcio della classe media” sembra dunque abbandonare la scena, mentre Fukuyama si chiede: Can Liberal Democracy Survive the Decline of the Middle Class?

 

M. Vaudagna (ed.), Modern European-American Relations in the Transatlantic Space, Torino, Otto, 2015.

This book is part of the Italian Americanists’ interest in how Europe has contributed to US modern society and culture in the context of the interpretative innovations launched since the 1970s that have revolutionized the narrative of the American past. By collecting essays of Matteo Battistini, Elisabetta Bini, Alessandra Bitumi, Simone Cinotto, Marco Mariano, Matteo Pretelli among others, this book aims to be such a survey by focusing on historical studies of social stratification, international relations, consumer cultures, literary studies, the social sciences, migrations and the history of energy exchanges across the Atlantic. It aspires therefore to be an informative, systematic, up-to-date historiographical tool available to all researchers who venture into the field of transatlantic relations to better define their hypotheses, research guidelines and conceptual instruments.

 

L. Buonomo, E. Vezzosi (eds.), Discourses of Emancipation and the Boundaries of Freedom. Selected papers from the 22nd AISNA Biennial International Conference, Trieste, EUT Edizioni Università di Trieste, 2015, pp. 302.Buonomo, Vezzosi

Taking inspiration for its title from the 150th anniversary of President Lincoln’s Emancipation Proclamation and the 50th anniversary of the March on Washington, this book collects essays – of Stefano Luconi, Alberto Benvenuti, Crisitna Bon, Matteo Battistini, Michele Cento among others – that examine issues of personal and national liberty, of social, political, and religious expression, and reflect upon the ongoing battle to end discrimination based on race, ethnicity, and sexual orientation. Retracing the United States’ past, confronting its present, and pondering on its future, Discourse of Emancipation and the Boundaries of Freedom presents a wide array of disciplinary approaches, from such fields as literature, history, linguistics, cultural studies, gender studies, performance studies, political science, law, and psychology. Grouped in sections according to thematic affinity, the essays collected in this volume are representative of many different points of view about, and methodological approaches to, the concepts of emancipation and freedom. They explore the connection between physicality and the quest for freedom; the defense of identity in the face of racial or ethnic discrimination; the legacy of failed attempts to achieve freedom and justice; the great tradition and the current prominence of nature-related writing as a key to the interpretation of the American experience; the problematic aspects of American freedom as an exportable ideology; the ways in which emancipation and freedom figure in popular culture; the many different facets of collective emancipation, personal emancipation, and empowerment.

 

F. Lorefice, I ruggenti anni Venti: benessere e diseguaglianze negli Stati Uniti, in Critica Marxista, n. 4 (2015), pp. 66-74. 

Il saggio esamina la vicenda politico-sociale degli Stati Uniti all’indomani della prima guerra mondiale. La scelta di trasformare l’economia in un sistema pianificato a direzione statale, il riconoscimento del sindacato come controparte nella contrattazione collettiva e, quindi, la costruzione di un consenso nazionale attorno al tema della guerra, avevano suscitato grandi aspettative nei ceti sociali deboli degli Stati Uniti. Alla repressione delle tensioni razziali e sociali si accompagnò invece un’intensificazione dei processi di ristrutturazione e razionalizzazione dell’organizzazione del lavoro. Raffigurati come un’epoca di straordinaria prosperità gli anni che separano la fine della prima guerra mondiale alla crisi del 1929 furono tra le fasi più acute di crescita di concentrazione della ricchezza nella storia economica degli Stati Uniti, segnando un vertiginoso aumento delle diseguaglianze tra le classi sociali.

 

N. Venturini, La strada per Selma. La mobilitazione afroamericana e il Voting Rights Act del 1965, Milano, Franco Angeli, 2015, pp. 211.Venturini

Il 6 agosto 1965, il Presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson firmò il Voting Rights Act. Dopo il Civil Rights Act del 1964, questa legge completava l’iter legislativo che coronava decenni di lotte per i diritti civili, rimuovendo gli ostacoli posti negli stati del Sud al pieno esercizio del diritto di voto da parte degli afroamericani. Per quasi un secolo, i legislatori sudisti avevano studiato metodi ingegnosi per impedire ai neri di esercitare il diritto di voto sancito dal XV Emendamento; quando i metodi legali non erano sufficienti, si ricorreva all’intimidazione e alla violenza. Ancora nel 1964, dei dodici milioni di afroamericani che vivevano nel Sud, solo il dieci per cento poteva esercitare il diritto di voto. Il libro ricostruisce le mobilitazioni afroamericane per ottenere questo diritto, culminate con le celebri dimostrazioni a Selma, e presenta un’analisi dettagliata del VRA. Infine esamina gli attacchi legali al Voting Rights Act, culminati in una sentenza della Corte Suprema del 2013 che ha depotenziato questa legge fondamentale. Il testo esamina altre campagne per il diritto di voto, condotte nel corso di decenni dai lavoratori per dimostrare l’interrelazione fra diritti civili e giustizia sociale, arrivando al 1968, quando lo sciopero dei netturbini di Memphis fu segnato dall’assassinio del Dr. King. Infine esamina la mobilitazione delle donne, offrendo un approfondimento sulle citizenship schools sviluppate sulle Sea Islands nel decennio precedente.

 

A. Portelli, Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni, Roma, Donzelli, 2015, pp. 218.Portelli

Se c’è un libro che il popolo di Springsteen attende da anni è quello firmato da un suo specialissimo fan, Alessandro Portelli, il più originale e infaticabile esploratore dell’America e delle sue profonde radici culturali. Slittando dalla musica alla letteratura, dalla storia al presente, Portelli mette la sua nota affabulazione al servizio del cantore dell’America che più ama, quella tutta fondata sul lavoro, un’America in cui la promessa della mobilità sociale e della realizzazione di sé è spesso frustrata e tradita. Attraverso una rilettura dei testi che Portelli sa ancorare saldamente al contesto culturale e storico, il libro guarda al mondo di Springsteen sotto la lente del lavoro: il lavoro che divora le vite dei suoi personaggi (operai, cameriere, addette all’autolavaggio, cassiere, braccianti, disoccupati) e il suo lavoro, quello di musicista e di uomo di spettacolo. Il Bruce Springsteen narrato in questo libro è quello che racconta vite di seconda mano, come le Cadillac usate su cui i suoi protagonisti sfuggono al tedio di una quotidianità ripetitiva e senza sbocchi; che canta la rabbia di chi si ribella e di chi sogna di ribellarsi; che dà voce al senso di tradimento di chi crede che essere nato negli Stati Uniti lo autorizzi ad aspettarsi qualcosa di meglio; che avverte come il fantasma della rivolta torni ad aggirarsi sulle strade di un’America in crisi. Ma lo Springsteen di Portelli è anche quello che narra le sue storie dolorose con un sound travolgente che evoca l’orgoglio di essere, nonostante tutto, ancora vivi. In ultima istanza, non è il contenuto del sogno ciò che conta, e neanche la possibilità che il sogno si realizzi; conta piuttosto la capacità di sognare e la dignità di chi sogna. E il primo a sognare sulle note del Boss è lo stesso Portelli, che pagina dopo pagina ce lo racconta in presa diretta, attraverso le vivide istantanee dei concerti dal vivo, cui accorre da trent’anni da instancabile fan.

 

M. Pretelli, Transatlantic Historiography of the European Migration to the United States in a Global Context, in M. Vaudagna (ed.), In Reinstating Europe in American History in a Global Context, Torino, Otto, 2015, pp. 177-96.

Il saggio si propone di prendere in analisi il ruolo della storiografia europea e americana rispetto alle migrazioni transoceaniche europee fra Otto e Novecento. Nello specifico mostra come lo studio di tali migrazioni per decenni sia stato intrapreso soprattutto negli Stati Uniti. Concentrandosi sui casi della storiografia italiana, tedesca e polacca, individua poi negli anni Settanta il decennio in cui è cresciuto in Europa l’interesse per il tema. Successivamente, sull’onda lunga della globalizzazione – che ha spinto verso uno studio delle mobilità in un contesto globale – negli ultimi decenni la storiografia americana e europea hanno accresciuto sensibilmente i momenti di scambio e collaborazione nel settore.

M. Pretelli, Mussolini’s Mobilities: Transnational Movements between Fascist Italy and Italian Communities Abroad, in Journal of Migration History, 1 (2015), pp. 100-120.

L’articolo si inserisce in un ambito storiografico che si interessa delle molteplici relazioni fra i sending-states e i loro migranti stanziatisi in paesi esteri. Nello specifico prende in analisi le forme di mobilità circolare e transnazionale (simbolica e concreta) che l’Italia di Mussolini mise in moto e che inclusero gli italiani all’estero. Il dittatore cercò di utilizzare i migranti come lobby e di incorporarli nel progetto di costruzione di uno stato totalitario in Italia. Si cercò di rafforzare il legame con le comunità e di ottenerne il consenso e si favorì la circolazione di materiali propagandistici e di una rete di viaggiatori a cui venne affidato il compito di presentare all’estero un’immagine positiva della patria fascista. Allo stesso tempo Roma incoraggiò i migranti a intraprendere un turismo delle origini in Italia per osservare di persone i presunti ‘successi’ del regime nella madre patria. Dopo la proclamazione dell’impero nel 1936, il fascismo alzò i suoi toni e al momento dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale si impegnò per favorire il rientro degli italiani residenti all’estero. Questo progetto risultò tuttavia fallimentare a causa della mancanza di volontà dei migranti di abbandonare le terre di adozione e sostenere il disegno imperialista del dittatore italiano.

 

M. Pretelli, Italian Migrants in the United States, 1820-1945 in Migration to New Worlds, Marlborough, Adam Matthew, 2015. Web Accessed November 04, 2015. <http://www.migration.amdigital.co.uk/Explore/Essays/ItalianMigrants>.

La voce offre un quadro politico, sociale ed economico delle migrazioni italiane negli Stati Uniti fra il 1820 e il 1940. Spiega le ragioni che spinsero molti a intraprendere il viaggio transatlantico e rende conto delle caratteristiche degli insediamenti degli italiani oltre oceano. Nello specifico analizza poi le esperienze lavorative, sindacali e politico-sociali dei migranti, nonché i legami da essi mantenuti con la terra di origine.

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