Vecchi e nuovi populismi statunitensi. Lezione di Tiziano Bonazzi, di Loris Guzzetti, Giovanni Penzo, Carlo Ugolotti, Ilaria Zamburlini

Nella presente relazione verrà delineata la storia del populismo statunitense a partire dalla fine del Settecento, dando risalto alle forme e modalità con cui il movimento populista, nelle sue diverse declinazioni, si sia esteso al mondo statunitense contemporaneo e abbia trovato un suo posto esclusivo nel panorama politico nazionale. Fenomeni come quello del Tea Party e del candidato alle primarie presidenziali, Donald Trump, parrebbero indicare che il cosiddetto “terzopartitismo” rappresenti una possibilità concreta nel sistema istituzionale nordamericano, per quanto la stabilità elettorale dei due maggiori partiti, quello Repubblicano e quello Democratico, risulti ancora essere uno dei caratteri fondamentali della politica americana.

Agli albori del populismo: i primi movimenti

La storia degli Stati Uniti ha avuto, fin dai suoi esordi, un percorso strettamente intrecciato all’idea di popolo, anche in virtù del fatto che quello americano è uno Stato nato da una rivoluzione. Anticipando la Rivoluzione francese, infatti, la Rivoluzione americana legò indissolubilmente il concetto di popolo, inteso come unità (per quanto la definizione di popolo non sia mai completamente inclusiva), a quello di libertà, e identificò il nemico (schmittianamente inteso) del popolo nella figura del governante-oppressore. Nonostante la costituzione statunitense rimandasse già nel preambolo al popolo come soggetto attivo della vita politica (“We, the people”), la neonata nazione indipendente non si diede uno scheletro istituzionale democratico in cui il potere sarebbe ricaduto nelle mani delle masse popolari, bensì scelse di definirsi con il sistema della repubblica rappresentativa. Nel decimo numero dei Federalist Papers, James Madison sostenne come la rappresentanza fosse un vaccino contro il predominio assoluto di una maggioranza democratica che avrebbe, altrimenti, governato incontrastata: lo scontro di fazioni politiche avrebbe invece garantito un corretto e libero funzionamento istituzionale.

Fu proprio da questa separazione iniziale tra people e classe politica che si originò, nel secolo successivo, una corrente di pensiero che vide nei politici di professione una ruling class capace di tradire lo spirito libertario americano e che si pose la finalità di ridare al popolo menzionato nella Costituzione del 1787 il suo originario posto nel governo della nazione. Ad inasprire la diffidenza delle masse popolari nei confronti della classe governante vi fu, poi, l’adesione di gran parte dei politici a diverse sette massoniche (tra i più eminenti affiliati si possono citare George Washington e Andrew Jackson). Si venne così a cementare tra l’opinione pubblica una mitologia che interpretava la politica come un underworld di accordi segreti, piani cospirativi e gerarchie occulte. Da questo diffuso timore nei confronti della politica si originarono veri e propri movimenti populisti, nativisti, anti-massonici e critici della machine di partito. Anche questi movimenti – insieme ai free soilers – contribuirono alla nascita nel 1854 del Partito repubblicano. Richiamandosi a istanze anti-aristocratiche e rifacendosi alle correnti nazionalistiche di primo Ottocento, il Partito repubblicano si poneva in netta contrapposizione al Partito democratico, ben radicato negli Stati del Sud, e faceva della trasparenza politica uno dei propri punti di forza.

Nonostante il Grand Old Party (GOP, nome con cui si usa definire oggi il Partito repubblicano) si rifacesse all’ideale jeffersoniano di repubblica, fu proprio da una diversa interpretazione del pensiero di Jefferson che nacque un movimento politico che a esso si contrappose nettamente: il People’s Party. Nato dopo la sconfitta sudista nella Guerra Civile e il compromesso razziale del 1877, questo movimento populista era di matrice agraria, fondato sulle esperienze cooperative delle Granges e delle Farmer Alliances. Apertamente schierato contro l’invasione di capitale che rischiava di minare la struttura politico-sociale che dominava nel sud e contro l’industrializzazione propugnata dai sostenitori del New South, tale movimento vide con sospetto tutti i portati della modernità, come il passaggio alla nazione industriale, le grandi metropoli sede della finanza e il progresso tecnologico. A questi elementi d’innovazione, i populisti opposero la struttura sociale ordinata e virtuosa del mito agrario, che idealizzava in primo luogo il lavoratore “produttore di ricchezza” (concetto estrapolato dalla filosofia jeffersoniana) e il pioniere. Essendo la solidarietà alla base del mito agrario, pur in chiave non rivoluzionaria, i populisti si fecero promotori di una feroce critica al nuovo capitalismo predatorio, appoggiato dai “corrotti” politici del Congresso e capace solo di lucrare sul lavoro dei farmers e delle communities. Bersaglio della loro attività furono, inoltre, le ingenti migrazioni che da Europa e Asia si dirigevano verso gli Stati Uniti.

Vignetta che mostra il Partito populista sotto forma di serpente con la testa di Bryan che ingoia l'asino, simbolo del Partito democratico, 1896.

Vignetta che mostra il Partito populista sotto forma di serpente con la testa di Bryan che ingoia l’asino, simbolo del Partito democratico, 1896.

Il movimento populista divenne partito nel 1892 e nelle elezioni presidenziali del 1896 si associò al Partito democratico, dando vita a una coalizione guidata da William Jennings Bryan. Il democratico Bryan venne affiancato dal populista Tom Watson e si presentò con un programma incentrato sul bimetallismo, in opposizione alle politiche monetarie restrittive delle metropoli finanziarie, sede di corruzione, speculazione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nonostante la sconfitta elettorale, l’ideale populista ebbe una forte eredità su tutto lo spettro della politica americana novecentesca: da una certa politica anti-trust del New Deal alla politica anti-capitalistica dei partiti di sinistra, dall’odio verso gli immigrati di personaggi vicini a posizioni nativiste al proselitismo di personaggi filo-fascisti quali Father Coughlin e Huey Long.

Il populismo oggi: Tea Party e Donald Trump

Copertina del New Yorker raffigurante l'avvio della campagna di Trump nelle primarie repubblicane, 27 luglio 2015.

Copertina del New Yorker raffigurante l’avvio della campagna di Trump nelle primarie repubblicane, 27 luglio 2015.

Portando l’analisi dello sviluppo storico del populismo di stampo americano ai nostri giorni, ci si rende conto che esso è ancora presente e influenza in buona parte la vita politica americana. Due entità politiche legate al concetto di populismo degli anni dieci del XXI secolo sono il Tea Party, un movimento populista di destra nato nel 2009 che si schiera su posizioni conservatrici e neo-liberali, e Donald Trump, magnate americano del business, investitore, personalità televisiva e scrittore che il 16 giugno 2015 ha annunciato formalmente la propria candidatura alle presidenziali del 2016 per il Partito Repubblicano.

Il Tea Party si pone, almeno nominalmente, come successore dell’esperienza del Boston Tea Party che nel 1773 diede inizio a proteste contro i britannici con il motto no taxation without representation. Quando nacque, il Tea Party (dove TEA sta per “Taxes Enough Already”) basò il proprio programma su proteste contro l’alto livello delle tasse e le ingenti ed eccessive spese governative, catturando presto anche l’attenzione dei media. Il Tea Party ebbe un notevole impatto sul Partito Repubblicano, tanto che, dal 2009 in poi, circa il 40% degli elettori repubblicani si dichiarò apertamente sostenitore del nuovo movimento di stampo populista, essenziale per la creazione della maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di midterm del 2010. Fin da subito, gli attivisti di ogni livello del Tea Party fecero pesantemente notare sia ai Democratici che ai Repubblicani la loro sottovalutazione del “potere del popolo”, di cui il Tea Party si dichiarò invece paladino. Nel 2010, circa il 25% della popolazione avente diritto di voto si dichiarò d’accordo con le idee politiche del Tea Party.

Per quanto riguarda la struttura di questo movimento, esso si sviluppa a livello centralizzato e nazionale attraverso varie organizzazioni sponsorizzate da aziende che forniscono supporto infrastrutturale ed economico alle sezioni statali e locali del movimento. Passione popolare e ingenti finanziamenti privati hanno contribuito in maniera decisiva al successo del Tea Party. La crociata contro il debito federale e le numerose manifestazioni contro il bailout delle banche sono utili per distinguere il principale motivo di preoccupazione per il Tea Party (e quindi il suo principale campo d’azione): l’economia. La costante opposizione all’intervento governativo nel settore pubblico e in quello privato evidenzia la volontà di un liberalismo estremo, quasi ossessionato dalla paura di poter essere controllato e soggiogato dal governo federale, richiamando l’idea di popolo e libertà che  si è detto scaturire dalla Rivoluzione americana e dall’esperienza populista ottocentesca. Un dato chiave, che si evince da un sondaggio Gallup del 2010, illustra come gli attivisti del Tea Party considerino le dimensioni eccessive del governo federale una minaccia equiparabile al terrorismo. Alcuni dei vari partiti indipendenti (i terzi partiti) della storia degli Stati Uniti, già elencati in precedenza, condividono con il Tea Party i temi portanti delle proprie campagne: la diffidenza verso i politici di professione, l’insofferenza verso il sistema bipartitico, la predisposizione a soluzioni semplici (talvolta semplicistiche) e dirette, l’indisponibilità al compromesso e al negoziato.

Su questo stesso filone populista di contrasto verso la politica di Washington, si pone anche uno dei candidati repubblicani alle presidenziali 2016, probabilmente il più discusso ed eccentrico da molti anni a questa parte: Donald Trump. Facendo leva su temi come l’immigrazione e la necessità di riportare gli Stati Uniti alla grandezza seguente la Seconda Guerra Mondiale, Trump ha proposto (difficile capire quanto provocatoriamente) la costruzione di un muro tra Stati Uniti e Messico e la deportazione forzata di tutti gli immigrati irregolari. Inoltre, ha fatto proprio il motto “Make America Great Again”, riportando i sentimenti nazionalistici ai livelli di George W. Bush. Donald Trump è diventato l’esempio lampante del politically incorrect e dell’esasperata semplicità di linguaggio (si vedano i numerosi “I’m mad as hell” presenti nei suoi discorsi), erigendosi a eroe del popolo contro i politicanti e gli schemi del Congresso che hanno, a suo dire, paralizzato e indebolito l’America. La sua propaganda ha attecchito non solo tra i grandi magnati legati al GOP, ma anche tra la gente comune e, secondo il Washington Post, la candidatura di “The Donald” è una opportunità per comprendere le possibili influenze del populismo alla Casa Bianca.

Stabilità elettorale o “terzopartitismo”?: lo spazio istituzionale del movimento populista

Pur muovendo da una considerevole varietà di tradizioni politiche e culturali, come visto nel paragrafo precedente, la società statunitense riesce a raggiungere un positivo equilibrio attraverso la diffusa condivisione di alcuni valori fondanti, riconducibili, più nel dettaglio, ad un indiscusso culto della carta fondamentale statunitense e ad una preziosa devozione del principio di libertà e uguaglianza politica per ciascun cittadino americano. Si è di fronte a elementi che plasmano il sistema politico americano nel suo complesso, basato altresì sul modello di una rigida separazione dei poteri, che diviene pietra fondante dell’intero impianto costituzionale degli Stati Uniti. Esso consente, in termini pratici, un reciproco bilanciamento e controllo fra il potere esecutivo, legislativo e giudiziario escludendo, di conseguenza, l’eventuale verificarsi di prevaricazioni o subordinazioni da parte di uno di essi.

Tradizionalmente, l’elettorato americano esprime il proprio voto in un contesto di offerta politica che presenta due partiti maggioritari: il Partito Repubblicano e il Partito Democratico. Più nel dettaglio, i repubblicani tendono a esprimere politiche di stampo conservatore, fortemente legate ai valori della tradizione americana, oltre a essere assidui promotori del principio liberista del ruolo minimo dello Stato nella sfera economica e di mercato. È dal partito dell’elefantino (il simbolo dei repubblicani) che provengono istanze per una maggiore istituzionalizzazione dei valori religiosi e morali, oltre che campagne di limitazione per l’accesso all’aborto e contrarie ai matrimoni omosessuali o ancora desiderose di limitare il fenomeno migratorio, con particolare riferimento alle ondate che si registrano lungo il confine messicano. I democratici, invece, rappresentano tendenzialmente la forza politica più progressista dal punto di vista socioeconomico, più aperta quindi ad un ruolo attivo dello stato come sicuro sostenitore nel contesto economico delle fasce più deboli ed emarginate della popolazione. È loro, ad esempio, la recente battaglia politica per l’approvazione della riforma sanitaria Obamacare che prevede di estendere la possibilità a tutti i cittadini americani (quindi anche quelli più poveri) di ottenere una polizza sanitaria. Come è loro la volontà di affermare politiche favorevoli alle unioni omosessuali e attente alla tutela e al sostegno delle minoranze etniche del paese. Sia il Partito Repubblicano, sia il Partito Democratico presentano comunque delle organizzazioni deboli, ossia poco radicate a livello territoriale. Non si ritrovano, difatti, burocrazie o strutture di partito ben articolate, come accade nel panorama partitico di molti paesi europei. Le stesse cariche istituzionali e le candidature per la competizione presidenziale non sono frutto di deliberazioni interne alle segreterie di partito o in altri corpi simili, bensì sono diretta espressione del corpo elettorale attraverso la loro partecipazione alle primarie oppure alle assemblee plenarie degli attivisti di partito.

In termini pratici, la competizione elettorale si svolge esclusivamente fra queste due forze politiche e pertanto si è difronte ad un bipartitismo oramai fortemente affermato nella cultura politica degli Stati Uniti. Ciò garantisce non solo una perfetta alternanza di governo, bensì anche una maggiore stabilità in termini di maggioranze che sostengono l’esecutivo. In alternativa, cioè in un sistema politico contraddistinto da una elevata frammentazione partitica, si avrebbe uno scenario di multipartitismo con esecutivi sostenuti da una maggioranza composita, più frammentata e quindi precaria, instabile. Un rischio che, nonostante la frammentazione etnica e culturale presente come accennato inizialmente, pare non esistere negli Stati Uniti. Ogni tentativo di costituzione anche di un nuovo e terzo soggetto politico si è infatti storicamente concluso con un fallimento, anche se al tempo stesso ha contribuito ad alimentare e accentuare il fenomeno populista presente nel panorama politico statunitense.

Non è facile definire esattamente che cosa si intenda per “populismo”. È possibile tuttavia riconoscerlo come uno spettro, capace di scuotere il modello americano. Lo stesso fenomeno del Tea Party del 2009, in occasione della vittoria di Barack Obama alle presidenziali, può essere considerato un ottimo esempio di deriva populista americana: assenza di organizzazione o strutturazione, così come numerose manifestazioni di rabbia e malcontento verso l’establishment politico presente e contro i poteri forti della società (in particolare le grandi banche americane), costituiscono ancora oggi i maggiori contenuti ed elementi populisti. Questo populismo risulta conciliarsi agevolmente con alcune idee repubblicane. Pare, difatti, che queste due forze abbiano in comune l’idea e la volontà di affermare un’America pura e perfetta, progressista economicamente, ma al tempo stesso rigidamente tradizionalista per ciò che concerne gli aspetti religiosi.

Il fenomeno populista vuole la fine del tipico sistema di rappresentanza politica, in favore di un nuovo modo di fare politica che accolga l’idea (forse utopica) di una democrazia diretta. Si è di fronte, insomma, ad una sfida contro la politica tradizionale basata sul concetto weberiano della “politica come professione”, sfida fatta oggi propria dalla già citata inconsueta figura di Donald Trump, che con atteggiamenti tipicamente populisti e anomali anima l’attuale competizione elettorale per la nuova era della White House.

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