Stati Uniti ed Europa: presente e futuro. Lezione di Federico Romero, di Ilaria Bernardi, Flavia Canestrini, Francesco Del Bianco, Jasmine di Maggio, Sebastiano Mancuso

Cosa è cambiato nel rapporto tra Stati Uniti ed Europa in questo ultimo decennio? Qual è il futuro dei rapporti tra le due aree che più specificatamente rappresentano quella tanto dibattuta e criticata “identità occidentale”? Sono queste le principali questioni sui quali si è incentrato l’intervento di Federico Romero, una riflessione densa e complessa, che ha sollevato numerosi interrogativi di non facile risposta.

The European Union Delegation to the United States hosted a celebration event to mark Croatia's Accession to the EU at the Delegation's headquarters on July 1, 2013 in Washington, DC. (Photo by MomentaCreative.com)Negli anni Novanta i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea sembravano essersi profondamente consolidati, in particolare attraverso la piena adesione agli ideali di globalizzazione liberista promossa dall’amministrazione Clinton. Nonostante il recupero alla comunità internazionale di potenze come la Russia e la Repubblica Popolare Cinese mediante la nascita della WTO, l’allargamento delle relazioni dell’«Occidente» portò anche a un forte rafforzamento dell’asse euro-statunitense a livello globale. La guerra in Iraq del 2003, tuttavia, mutò significativamente i rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea. Con la creazione di una coalizione internazionale nota come Coalition of the Willing, l’Unione Europea si spaccò tra nazioni che approvarono l’intervento – come Regno Unito e Italia, le quali parteciparono attivamente alla coalizione – e altre che vi si opposero e che non vi presero mai parte attiva, tra queste Francia e Germania. Progressivamente la divergenza tra il mondo statunitense e quello europeo – indipendentemente dal sostegno offerto alla coalizione – si aggravò pesantemente e le due società si confrontarono opponendo immagini di sé profondamente distaccate e critiche: se i leader europei si percepivano come custodi di una società morale e civile contrapposta alla competitività violenta e prevaricatrice tipica degli Stati Uniti, i neoconservatori americani proponevano l’immagine di un’Europa supponente e che rifuggiva da ogni genere di responsabilità militare, lasciando agli statunitensi il compito di garantire gli equilibri geopolitici globali. Tra anti-americanismo e anti-europeismo, l’unica strada efficace per la comunicazione sembrava così essersi arenata su temi propri della “tecnicalità”. D’altronde l’ultimo decennio è stato fondamentale per decretare la fine del “modello statunitense”, con Washington sempre meno capace di imporre standard e regole comuni, dimostrando inoltre la perseverata abitudine del non aderirvi quasi mai. Questa frattura d’altronde ha impresso una forte spinta disgregativa nei confronti della stessa idea fondante di “mondo occidentale”, divenuta non solo sgradita alle forze terzomondiste e alle nazioni che hanno vissuto il duro passato coloniale, ma anche piuttosto inadeguata nell’unire ideologicamente le due sponde dell’Atlantico. Se per anni questa contrapposizione è sembrata insanabile, le divergenze tra la dinamica società stelle-e-strisce e la morale società europea sembrano essersi placate anche in virtù dell’inedita situazione internazionale.

Dopo un breve ma intenso periodo di assoluto unipolarismo statunitense seguìto alla fine della Guerra fredda, l’affacciarsi sulla scena internazionale di vecchie e nuove superpotenze – i famosi BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – ha riportato il mondo a una situazione irrimediabilmente multipolare, in cui nessun soggetto possiede la capacità di imporsi e prevalere sugli altri e con le quali la potenza statunitense e l’Unione Europea sono costrette a confrontarsi e a ripensarsi. In questo contesto multipolare e a fronte di una crisi generalizzata, Stati Uniti e Unione Europea hanno riconosciuto la necessità di una rinnovata collaborazione transatlantica, declinata in modo tale che, da un lato non possa emergere la situazione di crisi di lungo periodo del “mondo occidentale” – circostanza che potrebbe avere l’effetto di mettere in discussione molti aspetti della collaborazione stessa – e dall’altro non si riduca a essere la forma istituzionalizzata di quell’assioma di “Occidente assediato” tanto caro ai conservatori europei. La collaborazione transatlantica che viene così a nascere non si pone quindi come un sincero fenomeno endogeno al mondo euro-statunitense quanto piuttosto come una reazione alle sempre più pressanti “sfide globali” del XXI secolo: problemi energetici, problemi ambientali, terrorismo internazionale, Islam radicale, sviluppo incontrollato della nuova superpotenza cinese e ostilità generalizzata della Russia e così via.

Tuttavia è proprio dalla definizione stessa del concetto di “sfida globale” che emerge il primo ostacolo della cooperazione transatlantica: le sfide appena elencate, così come tanti altri temi che possono venire alla mente – come la situazione ucraina o le tensioni nel Mar Meridionale Cinese – rappresentano veramente delle sfide globali con ricadute simmetriche su tutti i protagonisti del mondo multipolare? Di certo Stati Uniti e Unione Europea non vedono nella stessa maniera potenze come la Russia e l’Iran, così come hanno una lettura molto diversa di ciò che la Cina potrebbe diventare nei prossimi dieci anni. Se la crescita economica cinese e la sua incredibile corsa al riarmo ha portato Pechino a essere considerata dagli Stati Uniti una pericolosa potenza regionale capace di rivaleggiare con Washington per il dominio strategico ed economico del Pacifico nel prossimo futuro, l’Unione Europea insiste molto sulle possibilità di cooperazione economica multilaterale con la Cina, mostrando molto più interesse all’incremento degli scambi commerciali piuttosto che al suo imponente sviluppo militare. Queste due visioni molto diverse hanno quindi portato a due agende estremamente differenti: attenzione alle prospettive e alle potenzialità economiche cinesi da parte dell’Unione Europea da un lato, e una difficile scelta tra la competizione regolata e una vera e propria strategia di containment da parte statunitense. È possibile che in realtà si stia parlando semplicemente di una rete globale di problemi regionali che andrebbero dunque ripensati e risolti come tali? In questo caso l’assenza di prospettive comuni e di agende politiche condivise tra Stati Uniti e Unione Europea potrebbe pregiudicare la collaborazione transatlantica in modo drastico.

Un’ulteriore questione fondamentale da prendere in considerazione in quest’analisi concerne le posizioni statunitensi ed europee sul tema del multilateralismo come via di risoluzione delle controversie internazionali nel nuovo mondo multipolare. Negli Stati Uniti da tale dibattito sono emerse due posizioni distinte che possono essere ricondotte alle due principali aree politiche, quella democratica e quella repubblicana. Per quest’ultima, in particolare, si riscontra una continuità nell’interpretazione del ruolo degli Stati Uniti, incentrata sull’unipolarità e il mantenimento della leadership globale nelle mani della sola potenza americana; in questa posizione anche le istituzioni internazionali multilaterali – come ad esempio il Fondo Monetario Internazionale – hanno senso solo come moltiplicatori della potenza statunitense e non come impositori di vincoli che possano frenarne il dinamismo. D’altro canto i liberal statunitensi sembrano aver interiorizzato il concetto di multipolarismo e confidano in un adattamento degli istituti della multilateralità al fine di integrare le nuove potenze globali, ed è proprio su questa linea che il presidente democratico Obama ha tentato di riprendere la collaborazione con Cuba e la Russia. In tutto questo l’Unione Europea sembra invece mantenere una posizione schizofrenica, a tratti poco definita ma comprensibile: se infatti il modello multilaterale viene accettato in toto – anche perché coincidente con la matrice di base dell’europeismo stesso – il concetto di multipolarismo risulta di difficile accettazione per i leader del vecchio continente, perlopiù a causa delle problematiche legate alla loro attuazione, ad esempio nel portare i big-states al tavolo delle trattative multilaterali, nel convincerli a ratificare leggi multilaterali e ad accettare forme di interdipendenza o di diminuzione della propria sovranità nazionale. Un’altra grande scommessa consisterà nel mettere alla prova gli istituti multipolari e la loro capacità di ridefinirsi per fare fronte ai cambiamenti determinati dal multipolarismo. Bisogna tener conto, inoltre, del fatto che il rafforzamento del multipolarismo stesso rischia di portare alla crisi definitiva del multilateralismo.

Se attualmente vi è un trend di distribuzione multipolare del potere intorno a grandi potenze di carattere regionale, dobbiamo inevitabilmente sottolineare che l’Europa, o meglio l’Unione Europea, non riesce ad affermarsi in questi termini. Se gli Stati Uniti e le altri grandi potenze nascenti si presentano come veri e propri mega-stati, con l’Unione Europea si è assistito ad un processo di transnazionalità in campo politico ed economico in cui i rapporti tra nazioni sono stati ridefiniti attorno a valori che si sarebbero trasformati in legislazione, andando così verso la fine dello Stato nazionale. Nei primi decenni di vita, l’Unione Europea ha fatto dell’allargamento un grande processo attraverso cui espandere la produzione di norme in grado di pacificare spazi precedentemente scossi da crisi; questo modello ha funzionato a lungo costruendo attorno a sé un vero e proprio modello ma non ha mancato di mostrare le sue debolezze in situazioni di “crisi”, come dimostrano gli episodi turco e ucraino. La Turchia, tenuta all’amo dagli anni Sessanta con la promessa dell’ingresso nell’Unione ha visto infine naufragare le sue speranze davanti alla presa di posizione degli Stati membri di non accettare il grande paese musulmano, per cui ha elaborato un progetto alternativo e solitario che la ha portata spesso a dimostrarsi reticente nel sostenere alcune azioni occidentali in Medioriente, si veda in primo luogo la vicenda siriana. La situazione ucraina invece ha dimostrato come la lettura rosea della dottrina dell’allargamento – visto come processo inarrestabile e pacifico – abbia impedito alle élite europee di interrogarsi sulle conseguenze di un eccessivo allargamento della sfera d’influenza dell’UE nell’Europa orientale e della possibile reazione di Mosca a quello che è stato interpretato come un vero e proprio tentativo egemonico. La reazione fuori misura del gigante russo ha dimostrato da un lato la miopia dei leader europei, dall’altro la profonda crisi dell’Europa stessa, capace di proiettare solo incertezza e debolezza, stretta come si trova nella propria crisi economica, politica e ideologica.

L’intervento di Federico Romero ha anche generato un dibattito sul futuro dell’Europa –  e non solo delle relazioni transatlantiche, una riflessione che si è articolata sull’impianto stesso dell’Unione e sulle contraddizioni che la crisi economica ha messo in evidenza. Che si tratti – come propongono Josef Stiglitz e Paul Krugman – della fine del ciclo neo-liberista o semplicemente della recessione causata dalla fine del boom economico degli anni ’90, dalla concorrenza dei poli emergenti e dalle conseguenze deleterie dell’automatizzazione produttiva, l’economia europea sta attraversando una stagnazione secolare segnata dal declino dei tassi di crescita, aumento della disoccupazione e di forme di lavoro precario accompagnate da una maggiore divaricazione economica. Se congiungiamo la decrescente domanda di lavoro e la stagnazione economica con la restrizione delle aree sottoposte al processo di elaborazione democratica troviamo probabilmente il nocciolo della questione. L’intera struttura economica dell’Unione Europea si è infatti costruita sulla base dell’accettazione di una graduale cessione di sovranità e di rinuncia dei meccanismi democratici a favore di organi tecnici che possiamo indicare come “tecnocrazia” la cui priorità è stata per decenni salvaguardare l’impianto normativo che è alla base dell’Unione Europea. Certo la rigidità di questi tecnicismi sembra l’unico modo per preservare l’unità dell’Unione ma non permette di avere una politica economica efficace e competitiva rispetto alle altre grandi potenze. Non solo: il fatto che organi tecnici sottraggano agli spazi di decisione democratica le competenze riguardanti politiche economiche, fiscali e monetarie pongono organi come la BCE fuori dal tradizionale ruolo delle istituzioni democratiche di cui l’Europa si vanta di rappresentare il punto più alto. «In che modo» ha suggerito provocatoriamente Romero «possiamo allora affermare che la troika sia più democratica del Partito Comunista cinese?»: essa, è vero, ha una legittimazione democratica, seppure indiretta, ma il trasferimento a istituti tecnico-giuridici di decisioni cruciali mette in discussione la stessa attrattività della democrazia. Quello appena esposto sembra essere il punto di maggiore differenziazione tra USA e Unione Europea, e si è chiaramente esplicitato nel corso della recente crisi economica. La possibilità di scelta dell’UE era definita da regole fisse (ad esempio disavanzo inferiore al 3% secondo il Patto di stabilità e crescita del 1997) ritenute necessarie per la salvaguardia dell’Unione. Al contrario in USA, dove l’adesione alla cultura del mercato è più estesa, si è mantenuta una dialettica sulle risposte da adottare per risolvere la crisi economica, e ciò ha permesso un più ampio margine nella scelta delle politiche economiche intraprese. Si può quindi determinare che l’area della competenza del sistema democratico si restringe ed è limitata da principi economici imposti. Come è stato già in parte messo in luce in molti altri interventi riguardanti i fenomeni populisti, è proprio su questa critica che fanno ampiamente leva i movimenti populisti europei, muovendosi proprio come reazione alla graduale cessione di sovranità a favore di organismi tecnici in nome dell’efficacia dei meccanismi di mercato con regole rigide, ricalcando le stesse titubanze dei big-states nei confronti delle limitazioni imposte dalle istituzioni multilaterali di arbitrato internazionale.

Gran parte di quelle “sfide globali” che interessano da vicino l’Unione Europea sembrano comunque derivare proprio dai ritardi e dalle indecisioni degli Stati membri proprio attorno ai temi di cessione di sovranità nazionale. La mancanza di una legislazione appropriata e di risorse allocate per la creazione di fondi comuni per la gestione di crisi come quella dei migranti libici e siriani o per la conduzione di una vera e propria politica estera europea rendono impossibile un’azione decisa e univoca dell’UE di fronte a tali questioni nonché lo sviluppo propria agenda politica sovrannazionale. A questi problemi si somma una sorta di cortocircuito sulle scelte di canalizzazione dei fondi europei, molto limitate da un lato dai “tecnocrati” e dall’altro da un elettorato fortemente polarizzato, comune a tutta l’eurozona. Tuttavia, lo scenario tracciato di un’Europa in “stallo”, potrebbe anche inserirsi in futuro tra i casi di processi innovativi che si innescano, regolarmente, solo dopo una rottura; potrebbe essere la chiave di volta per giungere ad una convergenza tra le due sponde dell’Atlantico, così come potrebbe al contrario radicalizzarne le tradizioni. Certo bisognerebbe capire se è davvero possibile uscire da questa impasse, magari dando preminenza e un ruolo di maggior rilievo al Parlamento europeo democraticamente eletto, in modo tale che quest’ultimo possa costituire una linea politica comune e condivisa: una linea politica europea votata a maggioranza può essere certo più accettabile dal punto di vista della rappresentanza democratica e potrebbe indirizzare l’operato dei tecnocrati i quali attualmente sembrano lavorare unicamente per mantenere l’unica linea comune che regge l’istituzione europea, ossia il mantenimento pedissequo delle regole.

Per comprendere al meglio il futuro delle relazioni euro-statunitensi probabilmente dovremmo aspettare di conoscere la nuova posizione statunitense, di certo più facile a delinearsi e a dispiegarsi di quanto non lo sia quella europea. Innanzitutto è cruciale comprendere quali saranno le strategie di Washington riguardo al teatro mediorientale, fulcro della politica estera statunitense degli ultimi quindici anni e da tanti anni al centro di una vasta azione di disimpegno da parte delle amministrazioni Bush e Obama. Il progetto di egemonia statunitense in un’area che permetteva di controllare importanti aree petrolifere nonché i confini di due “Stati canaglia” come Iran e Siria, è ora palesemente naufragato e, secondo alcuni, non è riuscito a trasformarsi in un nuovo programma concreto né tantomeno operativo. Se da un lato il sistema di “deterrenza estesa” avviato attraverso il Gulf Security Dialogue con Israele, Arabia Saudita e altre potenze della regione in modo da arginare la potenza iraniana è stato messa in crisi dall’apertura con Teheran sul nucleare, l’appoggio di Washington alla neonata “Nato sunnita” (attraverso informazioni di intelligence, rifornimenti, addestramento di forze speciali e droni) pare riuscire a bilanciare i rapporti di forza creando le premesse per una vera e propria insolvibilità della questione mediorientale. 1 Certo la dottrina del Leading from behind nasce dal fatto che gli States abbiano a disposizione risorse militari, economiche e politiche molto limitate e, come accadde con la Dottrina Nixon, indica che a Washington si siano posti l’obiettivo di sottrarsi ai conflitti contando molto sulla responsabilizzazione gli alleati – in special modo europei – nei teatri secondari tra Mediterraneo, Nord-Africa e Medioriente come Chad, Mali, Libia e Siria nonché per la gestione della questione migranti. Se in molti temono che questa strategia di disimpegno, senza aspettare un intervento da parte di truppe alleate “responsabilizzate” sia di per sé fallimentare, altri sostengono che tutto possa essere ricondotto ad un preciso progetto che vedrebbe, alla fine dei giochi, Turchia, Israele, Arabia Saudita e Iran condannate a perseguire, invano, il primato regionale e la Russia di Putin impantanata in un intrico difficilmente risolvibile. 2 In questo caso quale potrebbe essere il punto di incontro tra la strategia di disimpegno obamiana che fa del caos mediorientale la sua migliore exit strategy e la strategia europea improntata alla normalizzazione politica di tutte le coste mediterranee e dei loro retroterra? Un possibile cambio di inquilino della Casa Bianca in linea con le nuove tensioni interventiste dell’opinione pubblica statunitense – magari un repubblicano o un democratico dello stampo di Hillary Clinton – potrebbe riallacciare la collaborazione militare euro-statunitense, realizzando la speranza del senatore John McCain che una politica più decisa da parte di Washington possa rendere gli europei maggiormente coinvolti e collaborativi in una nuova missione in Medioriente. 3

Vignetta di Oliver per Der Standard.

Vignetta di Oliver per Der Standard.

Una nuova possibilità di collaborazione euro-statunitense potrebbe invece giungere proprio da quelle nuove tecniche di geotecnica come hydrofracking che negli States hanno aumentato vertiginosamente la produzione di gas naturale e di petrolio, riportando Washington tra i leader indiscussi del commercio energetico globale. La possibilità di vendere gas naturale liquido ai paesi europei potrebbe rappresentare un guadagno incredibile per le compagnie statunitensi, ottenendo contemporaneamente di ridurre la dipendenza europea dal gas russo diminuendo l’influenza politica di Mosca sul vecchio continente. D’altronde l’assenza di infrastrutture adeguate, di un vero e proprio network europeo di distribuzione energetica e soprattutto di fondi e coordinazione politica delle élite europee scoraggia non poco gli statunitensi i quali potrebbero trovare maggiormente attraenti i mercati asiatici nei quali anche il carbone americano potrebbe avere quotazioni piuttosto elevate, proseguendo in quel Pivot to Asia che si sta concretizzando nella ratifica del Trans Pacific Partnership (TTP) e nelle sempre più strette relazioni con Giappone, Corea del Sud e Vietnam, tutti preoccupati per l’ampliamento dell’area egemonica cinese. 4 Ma mentre il segretario della difesa Chuck Hagel tuonava da Camberra “we are a Pacific power, we aren’t going anywhere5, Stati Uniti e Unione Europea erano già in contatto da più di un anno per definire quel Transatlantic Trade and Investment Partenership (TTIP) che avrebbe fatto da contraltare al TTP e che – secondo i suoi promotori – potrebbe attualmente creare un’area di libero scambio capace di risollevare le economie e i destini della cooperazione transatlantica. Anni di trattative e di dibattiti hanno messo a confronto vantaggi e svantaggi del trattato, entrambi piuttosto vaghi e condizionati da prospettive piuttosto polarizzate. Se i promotori sono convinti che tale accordo potrebbe rivelarsi un volano per crescita e occupazione, con benefici stimati tra i 95 e i 119 miliardi di euro l’anno, 6 tanti altri insistono sul fatto che strategie di liberalizzazione e pianificazioni strutturali simili non sono riusciti a produrre risultati concreti per molti anni e che probabilmente la radicalizzazione del sistema non porterà a risultati migliori. Se poi le trattative procedono a rilento questo è attribuibile al fatto che l’Unione Europea sembra avanzare coi piedi di piombo in una giungla di problematiche riconducibili all’irriducibilità dei due sistemi economici, produttivi, legali e politici: questioni riguardanti la valutazione di nocività dei prodotti (se porla a carico dei produttori o dei consumatori), questioni di brevetti, norme di sicurezza alimentare e farmaceutica e la più centrale questione della richiesta statunitense di permettere agli investitori internazionali di risolvere i futuri contenziosi non nei tribunali nazionali ma tramite forme di arbitrato internazionale privato, aggirando di fatto uno dei principi fondamentali della sovranità nazionale.

È impossibile prevedere se sia saggio accettare qualche stortura strutturale o qualche pesante compromesso per garantire la prospettiva di un poderoso rilancio di un’economia vittima della stagnazione, ma certo potrebbe essere interessante chiedersi se il nuovo terreno comune per rilanciare i rapporti euro-statunitensi dopo la grave rottura politica del 2005 possa essere ricondotto agli interessi economici dell’area transatlantica. Se la ricerca di questo terreno comune appare complicata ciò è probabilmente dovuto alla difficoltà di far collimare le agende politiche di Washington e di Bruxelles, difficoltà che nasce in gran parte dall’incapacità europea di delineare la propria agenda. La preoccupante zoppia dell’agenda politica europea peggiora drasticamente quando viene messa in relazione con un’agenda politica in continuo mutamento come quella statunitense, rapidamente in evoluzione a seconda sia dell’inquilino della Casa Bianca sia dalle necessità strategiche di quella che continua a essere una superpotenza, se non isolata, di certo solitaria. Nella ricerca di un nuovo punto di contatto, possa essere quello economico – probabilmente il più vantaggioso poiché l’unico in cui l’intera Unione Europea si sia pronunciata in modo unanime sulle regole di base – o quello strategico, militare o politico che sia, all’Europa toccherà fare comunque un passo in più, ossia quello di dimostrare agli Stati Uniti che il rapporto transatlantico possa essere importante e soprattutto proficuo, al pari di quel seducente pivot to Asia che da secoli richiama gli americani ad una nuova Frontiera e al loro Destino Manifesto, quello di essere una potenza pacifica, lontana dalle miserie del vecchio mondo.

Note:

  1. M. Dominici, “Accordo sul nucleare: l’impatto sulla capacità militare iraniana”, in Il caffè geopolitico, 25 giugno 2015. J. Stavridis, “The Arab NATO”, in Foreign Policy, April 9, 2015.
  2. D. Fabbri, “Per Obama, questo è il miglior Medio Oriente possibile”, in Limes, rivista italiana di geopolitica, 9 (ottobre 2015), pp. 29–36.
  3. G. Mizzon, “La divisione negli Stati Uniti sulla questione Iraq”, in Il caffè geopolitico, 1 luglio 2015; G. Mizzon, “L’Iraq e i cambiamenti della strategia USA”, in Il caffè geopolitico, 3 ottobre 2015.
  4. L. Nannetti, “La rivoluzione energetica USA non si ferma”, in Il caffè geopolitico, 22 gennaio 2015.
  5. “US defence secretary: ‘we are a Pacific power, we aren’t going anywhere’”, in The Guardian, August 8, 2014, URL: http://www.theguardian.com/world/2014/aug/11/us-defence-secretary-we-are-a-pacific-power-we-arent-going-anywhere.
  6. L. Bellomo, “TTIP, rischi e opportunità per l’agroalimentare europeo”, in Il caffè geopolitico, 15 settembre 2015.

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