Il sistema politico americano nell’era di Obama: continuità e rotture. Lezione di Arnaldo Testi, Luca Coniglio, Massimo Ferraro, Francesca Gabbriellini, Pasquale Pagano

Stati Uniti d’America, estate 2015, la stagione del multimilionario Donald Trump, uno dei quattordici candidati alle prossime primarie del Partito repubblicano. Esplicitamente machista, ricco di venature xenofobe, Trump e il suo make America great again parlano direttamente alla pancia di quella parte di elettorato che non si è riconosciuta nello yes we can del primo presidente afro-americano, alla pancia di un elettorato bianco su cui Trump prova a fare breccia. 1 Di fatto, sia un sondaggio commissionato a metà giugno da “The Atlantic”, condotto su 2000 adulti sotto i trent’anni, sia un’analisi più complessa condotta dallo scienziato politico Alan Ambramovitz, che tiene assieme elezioni presidenziali e di mid-term, sembrano confermare questa tendenza.

Il sondaggio analizza il livello di soddisfazione dei cittadini americani bianchi rispetto alle aspettative e alle opportunità, il celebre American dream, concludendo che “the Dream is suffering”, mentre per quanto riguarda i coetanei appartenenti a minoranze etniche, afro e latinos, questi sembrano essere “more optimistic than their white counterparts”. 2 La strategia elettorale del magnate Trump potrebbe allora effettivamente conquistare il voto dei bianchi che si sentono estromessi dal sogno americano, approfittando della divisione all’interno dell’elettorato e ricordando che “Donald Trump didn’t create divisiveness. It was always there”. 3

Lo studio di Abramovitz in particolare rileva una crescente polarizzazione dell’elettorato americano, le cui constituencies si sono radicalizzate sempre più all’interno degli schieramenti, anche per quel che riguarda l’elemento etnico; infatti le elezioni del 2008 hanno registrato non solo un generale aumento del 2% dell’affluenza alle urne, ma anche una forte partecipazione al voto delle minoranze etniche, fidelizzate al Partito Democratico. E a quali fette di elettorato si rivolgerà Donald Trump con la sua retorica del ritorno all’America egemone e gloriosa se non a quelle che vedono nella diversità etnica e culturale americana, crescente a livello demografico e per partecipazione politica attiva, una parte considerevole del threat to the Nation ordito dai democratici?

Difesa dei core values americani lungo il solco dei Neocon che affondano le loro radici negli anni Sessanta, 4 ripresa della tradizione retorica eccezionalista molto cara agli ambienti più conservatori – quella del presidente Wilson nei confronti del Sud America così come quella dell’amministrazione Bush Jr, che sotto le spinte ideologiche dei Neocon legittimò l’unilateralismo in politica estera –, denuncia del tradimento dei democratici nei confronti dei valori tradizionali americani: lungo queste direttrici si disegnano i discorsi pubblici di Trump ed è lungo queste stesse linee tematiche che si può sviluppare l’analisi della polarizzazione degli schieramenti politici, che occorre esaminare come fenomeno di lungo corso, evitando una lettura dell’era Obama come spartiacque.

Manifesto del progetto Chamomile Tea Party contro la polarizzazione politica negli Stati Uniti.

Manifesto del progetto Chamomile Tea Party contro la polarizzazione politica negli Stati Uniti.

Infatti, l’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca ha portato con sé un forte vento di cambiamento, ma non può essere considerata totalmente di rottura. Il carisma fuori dal comune e gli slogan accattivanti veicolati attraverso il pionieristico utilizzo dei nuovi strumenti tecnologici di massa hanno consentito all’ex-senatore dello Stato dell’Illinois di essere quasi unanimemente considerato un rivoluzionario, un watershed man, una personalità che, con il suo ingresso, ha segnato una linea di demarcazione tra il prima e il dopo di lui. Eppure, quanto meno dal punto di vista elettorale, i dati e gli studi fin qui venuti alla luce non sono concordi sull’effettiva portata rivoluzionaria del suo arrivo alla Casa Bianca. Si può parlare di vittoria netta, ma essa è stata raggiunta grazie al maggiore coinvolgimento di fasce della popolazione tradizionalmente appartenenti all’elettorato democratico. Quei due punti scarsi di affluenza in più alle urne, che potrebbero sembrare un’inezia, hanno in realtà avuto un certo peso, in quanto sono andati quasi esclusivamente a Obama. Gli swing states come Ohio e Florida, ovvero quegli Stati ai quali toccano un numero decisivo di grandi elettori, ma che non sono tradizionalmente schierati in maniera rigida e polarizzata, sono passati dall’essere Stati rossi – ovvero repubblicani – nel 2004 a Stati blu – cioè democratici – nel 2008 proprio grazie alla permeabilità del messaggio e della figura di Obama nelle numerose comunità di minoranza etnica e sociale. Sono voti di milioni di persone, in particolare quelle minoranze solitamente reticenti al voto, che Obama e il suo staff sono riusciti a portare alle urne in maniera inedita, senza però stravolgere minimamente le tradizionali e polarizzate tendenze di voto sia dal punto di vista sociale che geografico.

Al contrario, quelle tendenze polarizzanti recentemente analizzate da studiosi quali Alan Abramowitz, Sean Theriault e Jay Cost che si erano già chiaramente manifestate nelle prime due elezioni degli anni Duemila, sono uscite ancor più rafforzate dalla tornata del 2008. 5

 

Già negli anni Ottanta Poole e Rosenthal 6 avevano notato che dal decennio precedente erano mutate le dinamiche interpartitiche nel Congresso: i due partiti votavano in maniera sempre più distinta e facevano più fatica ad accordarsi sui bill. Le ricerche successive mostrarono che l’allontanamento dei due partiti dal centro dello spettro politico era dovuto a diverse cause intrecciate tra loro, che affondavano le proprie radici nel riallineamento partitico e nelle più ampie mutazioni sociali e demografiche del paese.

Per quanto riguarda il primo aspetto, bisogna considerare quanto accadde nel Partito democratico negli anni Sessanta: la progressiva ascesa dei liberal tra le fila dei democratici accese le contraddizioni di una coalizione molto eterogenea. I liberal, che provenivano quasi esclusivamente dagli Stati del Nord, avevano posizioni assai più progressiste rispetto ai loro colleghi eletti nei distretti del sud. Forti delle posizioni di potere assunte nel Congresso, però, i conservative democratici riuscirono facilmente ad affossare le proposte liberal. La spaccatura si consumò sull’ampliamento dei diritti civili, di cui si fece promotore il gruppo liberal sostenuto da attivisti e organizzazioni di base. Prima il Civil Right Act nel 1957, poi il Voting Right Act (1965), emanato sulla scia delle sentenze della Corte Suprema nei primi anni Sessanta, crearono le condizioni per rendere più aperto il sistema elettorale. I liberal pensavano che le nuove leggi, favorendo l’accesso al voto delle minoranze, avrebbero inciso sul risultato delle elezioni soprattutto al Sud, erodendo il potere dei conservative democratici. Nell’immediato però, i primi a trarne vantaggio furono i repubblicani, che iniziarono a fare breccia nella solida roccaforte democratica degli Stati meridionali. L’effetto di lungo termine fu il riallineamento ideologico dei partiti. Risolte – almeno in parte – le contraddizioni interne e ridimensionato il peso dei conservative, il Partito democratico divenne internamente più omogeneo, e fu capace di sviluppare un’agenda più coerente con le proprie posizioni: in sintesi, stava sanando una frattura tra due visioni inconciliabili, quella liberal progressista del nord con quella conservative segregazionista del sud. D’altra parte, il riallineamento ideologico interessò anche il GOP, che sviluppo la propria southern strategy per conquistare il voto degli elettori democratici delusi dalla svolta del proprio partito e fortemente conservatori. Questo spostamento delle correnti ideologiche liberal e conservative all’interno dell’alveo programmatico dei partiti finì per polarizzare le posizioni dei due schieramenti.

Manifesto del progetto Chamomile Tea Party contro la polarizzazione politica negli Stati Uniti.

Manifesto del progetto Chamomile Tea Party contro la polarizzazione politica negli Stati Uniti.

Democratici e Repubblicani si presentarono alle elezioni con proposte alternative e spesso contrastanti tra loro, dovute al diverso sistema di principi e valori a cui si riferivano e che intendevano tutelare. Se la maggior omogeneità interna può esser vista come un fattore positivo per la politica statunitense, così come la maggior chiarezza dei programmi elettorali, una conseguenza del riallineamento fu l’erosione del centro. Il messaggio dei partiti si rivolse in misura crescente ai cittadini più ideologicamente consapevoli, che tendevano ad avere posizioni più definite, sacrificando la ricerca del voto moderato. Il voto al centro rimase determinante in quei distretti in cui nessuno schieramento ha una maggioranza chiara, e in cui i partiti sono costretti a sfumare le proprie posizioni per tentare di conquistarlo. Ma questo tipo di competizioni sono in rapida diminuzione, e sono invece sempre più numerosi i safe districts, nei quali repubblicani o democratici detengono una maggioranza schiacciante. Non è solo il riallineamento dei partiti ad aver determinato questa situazione. Ad aver influito sono state trasformazioni sociali e demografiche che andremo ora velocemente ad analizzare.

In primo luogo, il cosiddetto racial divide è da un lato un elemento in costante mutamento entro la composizione della società americana, dall’altro produce un impatto importante nei confronti del sistema partitivo ed elettorale. Nel 2012 si è parlato di rivoluzione demografica quando il Census Bureau ha pubblicato i dati dell’ultimo censimento federale relativo a luglio 2010–2011 che mostrano che i neonati di gruppi etnici diversi dai bianchi (come ispanici, neri, asiatici) sono stati 2,2 milioni, pari al 50,4 per cento del totale delle nascite; i bianchi non ispanici rappresentano il 49,6% di tutte le nascite registrate nei dodici mesi che si sono conclusi nel luglio 2012. Questo demographic shift ha alterato – e probabilmente continuerà ad alterare – la composizione etnica dell’elettorato americano, nonostante proprio tra le minoranze etniche si registrino i livelli più bassi di riconoscimento della cittadinanza e di registrazione ai collegi elettorali. 7 Ebbene, la prima elezione di Obama ha goduto proprio dello scarto prodotto dal voto delle minoranze, di afroamericani, asiatici, ispanici, ragazzi fino a 29 anni e di quelle persone che votavano per la prima volta e che hanno scelto quasi esclusivamente di votare democratico. Questo rafforzamento della fidelizzazione del voto democratico legato alle minoranze è una delle manifestazioni più evidenti della polarizzazione degli schieramenti politici, quella su base etnica: a partire dai dati raccolti durante gli exit poll, alle elezioni del 2012 i democratici hanno perso voti dalla constituency euro-bianca per un totale di venti punti percentuali, scendendo dal 59% al 39%.

In secondo luogo, sia Abramowitz 8 che Theriault 9 individuano nel redistricting, nell’attivismo politico e nel sorting i fattori principali della polarizzazione politica degli elettori. Con redistricting si intende la ridefinizione dei distretti elettorali: ogni deputato della Camera è il rappresentante eletto dalla popolazione di un singolo distretto. Le sentenze della Corte Suprema dagli anni Sessanta in poi hanno obbligato gli Stati a ridisegnare i propri distretti elettorali per correggere le disuguaglianze e garantire un’equa rappresentanza della popolazione (oggi circa settecentomila persone per distretto). Attraverso pratiche distorsive della rappresentanza, gli Stati hanno spesso ridisegnato i confini dei distretti in maniera tale da ridurre l’impatto del voto afroamericano – e delle minoranze in generale – e preservare la maggioranza precedente al redistricting. In questo modo sono aumentati i safe districts, distretti nei quali un partito ha un vantaggio così ampio e consolidato nel tempo sullo schieramento rivale da non temerne l’opposizione. In questi distretti, le vere elezioni sono le primarie del partito di maggioranza, alle quali partecipano gli elettori più attivi e ideologicamente consapevoli. I candidati devono quindi far appello alla propria base, politicizzando il discorso pubblico senza curarsi di attirare il voto moderato. In questo modo un elettorato sempre più polarizzato elegge candidati sempre più polarizzati. Il terzo fattore è il sorting, che indica la separazione geografica e demografica del voto statunitense. L’elettorato appare oggi fortemente diviso da ragioni etniche, economiche e sociali: nell’identikit proposto da Abramowitz il GOP può contare sul voto delle famiglie tradizionali, bianche e credenti, mentre il Partito democratico raccoglie il voto dei giovani, delle donne e dei single, delle minoranze etniche, dei non credenti. Questa spartizione dell’elettorato è influenzata enormemente dall’aspetto geografico, poiché i primi sono preponderanti nelle aree rurali, meno popolose ma molto numerose, mentre i secondi si trovano in maggioranza nelle aree urbane e metropolitane. Gli elettori dei due schieramenti risultano così molto lontani tra loro, sia per necessità che per opportunità: il loro allontanamento ha portato i partiti a rivolgersi solo ai propri sostenitori, sapendo di poter fare sempre meno affidamento sul voto dei moderati. È sempre più raro infatti che le campagne elettorali vengano vinte indirizzando il proprio messaggio al centro. Il fattore più importante nelle elezioni moderne è diventato l’affluenza alle urne: il partito che risulta più capace a mobilitare i propri elettori riuscirà a vincere le elezioni. Pochi punti percentuali d’affluenza in più o in meno sanciscono ormai il risultato finale.

La polarizzazione che abbiamo appena analizzato dal punto di vista elettorale si è trasferita in Congresso con una forza ancor più dirompente. Il Campidoglio negli anni dell’amministrazione Obama si è contraddistinto per una costante levata di scudi tra i due principali schieramenti. Come analizzato da George C. Edwards III in un recente saggio, i presidenti che riescono maggiormente a lasciare un’impronta legislativa e riformistica sulla storia del paese non sono quelli che tentano di imporre alle Camere il loro carisma personale, ma sono quei novelli Frank Underwood che riescono a dialogare con il Congresso e a trarre profitto da ogni opportunità politica che si presenti. 10 Il tentativo di Obama è andato in questa direzione: sfruttare un certo tipo di cultura populista innervata nella tradizione americana per muovere voti in Congresso, per convincere i repubblicani a votare importanti leggi. Il risultato, come il mondo ha potuto osservare durante episodi quali lo shutdown, ma non solo, è stato un fallimento. Come spiega lo stesso Edwards, mai come nell’era Obama, il voto di partito è stato così fedelmente rispettato. 11 Come visto in precedenza, la polarizzazione sociale e geografica che era uscita fuori dalle elezioni è arrivata dritta in Congresso attraverso figure esemplificative quali i senatori repubblicani, bianchi, provenienti dagli Stati del Sud, costantemente una spina nel fianco del Presidente, resistenti a qualsiasi tipo di persuasione. 12 In risposta all’approccio del presidente, i repubblicani hanno alzato muri sempre più alti, polarizzando ancor di più le loro posizioni, con il risultato di un Campidoglio, spesso, semiparalizzato.

A conclusione dell’analisi condotta, è possibile rintracciare il graduale, ma inesorabile, mutamento interno all’electoral environment americano; elettorati, quello democratico e quello repubblicano, con posizioni sempre più distinte e in opposizione, alle quali si accosta l’evaporazione del voto moderato, assottigliamento dei margini di convergenza tematica e ideologica che provoca una maggiore difficoltà di compromesso politico presso entrambe le camere. 13 E se per quanto riguarda la Camera il problema del breakdown resta limitato, poiché il partito di maggioranza riesce più facilmente a far passare le leggi, purché resti unita, senza l’aiuto della minoranza, al Senato la minoranza è ancora più avvezza alla pratica del filibustering, all’ostruzionismo parlamentare. Volendo porre l’accento su quanto la polarizzazione degli schieramenti politici americani rifletta soprattutto una radicalizzazione delle constituencies, che si caratterizzano per direttrici geografiche, etniche, socio-economiche, nonché ideologiche, fortemente interconnesse tra loro, si può considerare riduttiva quell’analisi che approda alla sola conclusione della necessità di riformare la legge elettorale o le procedure interne al funzionamento del Congresso per evitare il gridlock.

Note:

  1. A.I. Abramowitz, The Polarized Public: Why American Government is so Dysfunctional, New York, Pearson, 2012.
  2. R. Berman, “As White Americans Give Up on the American Dream, Blacks and Hispanics Embrace It”, in The Atlantic, 4 settembre 2015, URL: http://www.theatlantic.com/politics/archive/2015/09/the-surprising-optimism-of-african-americans-and-latinos/401054/.
  3. M. Riben, “Donald Trump and the Polarization of America”, in Huffinghton Post, 12 agosto 2015, URL: http://www.huffingtonpost.com/mirah-riben/donald-trump-and-the-pola_b_7974218.html.
  4. J. Vaisse, Neocon. The Biography of a Movement, Cambridge, Cambridge University Press, 2010.
  5. A.I. Abramowitz, The Polarized Public, cit. e J. Cost, “Electoral Polarization Continues Under Obama” in RealClearPolitics, 20 novembre 2008, URL: http://www.realclearpolitics.com/horseraceblog/2008/11/polarization_continues_under_o.html.
  6. K.T. Poole, H. Rosenthal, “The Polarization of American Politics”, in Journal of politics, 46 (1948) pp. 1061–1079.
  7. A.I. Abramowitz, The Polarized Public, cit.
  8. A.I. Abramowitz, The Disappearing Center. Engaged Citizens, Polarization and American Democracy, Yale, Yale University Press, 2010.
  9. S.M. Theriault, Party Polarization in Congress, Cambridge, Cambridge University Press, 2008.
  10. G.C. Edwards III, “Creating Opportunities? Bipartisanship in the Early Obama presidency”, in Social Science Quarterly, 93, 5 (2012), pp. 1081–1100. Il progetto di legge preso in esame da Edwards è quello dello Stimulus Bill del 2009, un perfetto esempio di legge polarizzante.
  11. Ibidem.
  12. Ivi, pp. 1085–1086.
  13. A. I. Abramowitz, “The Electoral Roots of America’s Dysfunctional Government”, in Presidential Studies Quarterly, 43, 4 (2013), p. 170.

COMMENTI

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    Michele Battini 3 anni

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