Crisi dell’Europa: origini storiche, articolazione multipla e prospettive future. Lezione di Giuliana Laschi, Claudia Bernardi, Alice Ciulla, Nicola Cucchi, Alessandro Stoppoloni

“Ci sono anche brave persone alle quali non piace l’Unione Europea”, 1 ha detto pochi giorni fa il neoeletto leader dei laburisti inglesi Jeremy Corbyn. Il suo è un esempio particolarmente significativo di che cosa sia diventato il progetto europeo agli occhi dei rappresentanti politici nazionali del vecchio continente: nel 1975 votò contro l’ingresso della Gran Bretagna nella CEE, oggi sostiene la bontà del processo di integrazione ma si dichiara contrario a “questa” Europa.

Se si analizzasse il dibattito sull’Unione Europea in qualsiasi altro paese che la compone, non si avrebbero risultati molto diversi. Operando una semplificazione utile a entrare nel vivo degli argomenti trattati, il tema oggi è, per alcuni partiti, rifiutare i vincoli europei tout court – dalla libera circolazione delle persone alla moneta unica per i paesi dell’eurozona – e per altri riformare l’Unione, pur in modo sempre meno chiaro.

Per spiegare come si sia arrivati a questo punto occorre tenere presenti vari elementi. Innanzitutto, quali erano le motivazioni alla base del processo di integrazione europea, perché nel 2005 è fallito il processo costituente iniziato nella seconda metà degli anni Novanta, in che modo interagiscono la crisi istituzionale con quella economica e sociale, quanto stanno influendo sulla definizione politica e culturale dell’Unione Europea gli eventi più recenti, con particolare riferimento ai flussi migratori provenienti dall’esterno dell’Unione.

Le radici dell’integrazione

Risalire alle origini dell’idea che le nazioni europee potessero costituire un’entità unica, o meglio un’unione di diverse entità che guardassero nella stessa direzione, è senz’altro un tema affascinante, ampiamente analizzato dalla storiografia, e non si pensa qui di affrontarlo in modo completo né tanto meno esaustivo. Ci si limiterà quindi a ricordare alcuni degli approcci più consolidati: la filosofia politica kantiana – per citare il seme ideale più rilevante, con l’idea della “pace perpetua” – va combinata con il processo storico scaturito dalle guerre transnazionali dell’Ottocento e più ancora dalle due guerre mondiali novecentesche. Alla fine della seconda, com’è noto, il processo d’integrazione ha il suo vero e proprio inizio. 2

Le élite politiche europee hanno bisogno, in quella circostanza, di ricostruire l’economia, le società e la politica delle loro nazioni e di superare le lotte intestine attraverso la creazione di strutture sovranazionali. L’avevano già proposto, d’altra parte, intellettuali come Altiero Spinelli e la scuola federalista, che si scontrava con l’approccio realista intergovernativo, per molti versi vincente nella struttura attuale delle istituzioni europee.

Occorreva un obiettivo, un progetto, l’idea di esistere e rinascere come soggetto unitario e credibile sul piano internazionale. In una lettura transatlantica, quest’ultimo aspetto è particolarmente legato al rapporto tra Stati Uniti e vecchio continente: rapporto economico, se si pensa all’invito statunitense a procedere alla creazione dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (OECE) per la ricezione e la gestione dei fondi previsti dal piano Marshall; rapporto militare all’interno del Patto atlantico (e della NATO); e più in generale asse politico-culturale nel contesto della Guerra fredda. Auspicato e in parte osteggiato oltreoceano, il processo di integrazione mantiene comunque una specificità propria 3.

Fa riflettere che, secondo l’analisi della professoressa Laschi, il momento più alto dell’integrazione sia la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) del 1951, che comprendeva, oltre a clausole economiche, un’autorità di gestione delle risorse indipendente dai governi nazionali. Dopo soli tre anni, la proposta di creare una difesa comune fallisce e di lì in poi il processo segue uno schema altalenante. Nei cinquant’anni compresi tra l’approvazione dei Trattati di Roma del 1957 e la ratifica del Trattato di Lisbona del 2007 l’integrazione europea assume significati e caratteristiche vari, spesso contraddittori tra loro, che non ci consentono di scorgerne l’esito finale.

La crisi istituzionale dal 2005 a oggi

Manifesti francesi per il no alla Costituzione europea, 2005.

Manifesti francesi per il no alla Costituzione europea, 2005.

Alla fine degli anni Novanta, in corrispondenza con l’introduzione dell’euro, e a ridosso del grande allargamento a Est dell’Unione, si tenta di integrare la prospettiva funzionalistica, che metteva al centro l’integrazione economica tra i paesi, con la tradizione di costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra. Nell’autunno del 2004, sembra di essere arrivati a un punto di svolta nel processo di integrazione europea quando i capi di Stato e di governo e i ministri degli Esteri dell’UE firmano il “Trattato che adotta una costituzione per l’Europa”. 4

Nelle intenzioni dei responsabili, la fase di elaborazione della Costituzione europea deve essere un’occasione per riscrivere le fondamenta dell’Unione, definendone una soggettività politica che tenga conto dei nuovi membri; perciò il processo doveva essere il più possibile aperto, e doveva coinvolgere la società civile accanto agli esperti, riuniti già nella Convenzione ad hoc. L’ottimismo degli ultimi mesi del 2004 si esaurisce già l’anno successivo, quando la Costituzione naufraga tra i “no” di Francia e Paesi Bassi; 5 e infine si arriva a una conclusione del dibattito solo con l’adozione del trattato di Lisbona nel 2007. 6

Tra le varie motivazioni rilevanti, il mancato matrimonio tra funzionalismo e costituzionalismo contribuisce fortemente allo stallo istituzionale in cui ci troviamo attualmente. E il ritorno alla prevalenza del circuito intergovernativo ci accompagna fino alle recrudescenze nazionaliste di questi anni. Di fronte all’impossibilità e al venir meno delle condizioni per l’integrazione politica, le élite europee hanno reagito con una predominanza degli esecutivi in violazione delle stesse regole esistenti. Non a caso, si è parlato e si parla di “diritto europeo dell’emergenza”, con riferimento alla nuova normativa che eccede le stesse regole comunitarie esistenti – fiscal compact, fondo salva Stati, e memorandum. 7

Così siamo piombati in quella che Jürgen Habermas ha definito una spirale tecnocratica o, nelle parole di Ètienne Balibar, di una dittatura commissaria. Una svolta che accresce ulteriormente il deficit democratico delle istituzioni europee, dando nuova e inedita energia all’euroscetticismo di stampo populista. 8

In buona parte, questa tendenza alla “burocratizzazione” del processo decisionale – associabile alla prevalenza della c.d. Troika: Commissione Europea, BCE e FMI – si è imposta in seguito all’affermazione dell’egemonia neoliberale nelle classi dirigenti e nelle società a partire dagli anni Ottanta. Il neoliberalismo si è sostanziato in una ridefinizione dei rapporti tra politica ed economia seguita alla finanziarizzazione del capitalismo, istituzionalizzata tra 1994 e 2002 sul piano globale con Nafta e crisi argentina, e a livello europeo con l’introduzione della moneta unica. Tutto ciò sancisce il passaggio dal governo dello Stato sovrano alla governance multilivello: una forma di razionalità manageriale applicata alle istituzioni pubbliche, che impone una trasformazione delle questioni politiche in questioni tecniche, gradualmente riarticolando la sovranità su più livelli decisionali – Stato, istituzioni sovranazionali, agenzie private e multinazionali. 9

Le forze europeiste, a livello istituzionale e sociale, perdono così quella capacità d’iniziativa che avrebbe potuto spingere verso l’integrazione politica del continente. In una situazione del genere, l’allargamento a Est e la necessità di dover decidere all’unanimità in un’Europa a 28 non fanno che aggravare i problemi esistenti.

I livelli della crisi

In una recente intervista 10 il presidente della Banca Centrale Europea (BCE), Mario Draghi, ha sostenuto che la crescita starebbe tornando nell’area euro e ciò, unito a un’adeguata politica monetaria, sarebbe una buona notizia per tutti. Le parole di Draghi risultano importanti se si tiene conto che negli ultimi otto anni la crisi economica dell’eurozona e dell’area di libero scambio, che  ha causato la perdita di milioni di posti di lavoro, ha dominato il dibattito pubblico.

È forse ancora troppo presto per tracciare un bilancio degli effetti di un tale fenomeno sul processo di integrazione europea: se da una parte non è detto che una situazione come quella attuale porti a un indebolimento dell’Unione, 11 dall’altra sembra necessario far notare che ciò che accade in questo momento presenta diversi elementi di particolarità.

Per comprendere in cosa consista tale diversità rispetto al passato si deve tener presente la dimensione della crisi attuale e cercare di capire quali strati la compongono. Se finora, infatti, “le crisi sono state limitate a settori e politiche specifiche”; 12 adesso sono coinvolte l’economia, la finanza, la società e la politica. Si tratta di una messa in discussione generale del progetto europeo: lo spazio di manovra della BCE per rispondere alla crisi sembra inadeguato, così come sembra inadeguato il suo statuto, soprattutto in confronto alla Federal Reserve statunitense.

Una tale situazione a livello economico ha delle serie conseguenze per l’assetto politico dei diversi paesi. Alcuni invocano “più Europa”, auspicando cioè la centralizzazione del bilancio e delle politiche fiscali o comunque una maggiore forza e rilevanza delle istituzioni europee. Altri invece sostengono che le istituzioni europee e le cessioni di sovranità necessarie per costituirle non abbiano fatto altro che rendere gli Stati nazionali incapaci di fare fronte ai gravi problemi che si stanno presentando.

Particolare attenzione suscita l’emersione a livello europeo dei movimenti “populisti”, formazioni politiche anche molto diverse fra loro, che vengono accomunate dal fatto di criticare il funzionamento dell’UE giungendo a volte a metterne in discussione l’esistenza. Molti di questi ripropongono messaggi nazionalisti e xenofobi, che fanno leva sulle insicurezze dovute all’instabilità economica e sulle paure causate dai movimenti migratori che stanno mettendo in discussione alcuni principi cardine dell’Europa.

La principale conseguenza di questa “crisi multipla” sembra dunque essere la diffusione in molti paesi di queste nuove formazioni, la cui critica alle classi dirigenti finisce con il contribuire a diminuire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, rischiando così di disincentivare la formazione di un’opinione pubblica in grado di esercitare un controllo democratico sui propri rappresentanti.

Si tratta evidentemente di questioni economiche e migratorie, a tutti gli effetti di respiro europeo, cui ci si ostina a rispondere a livello nazionale, con il forte rischio di cortocircuito che quest’approccio ristretto porta con sé. 13

Migrazioni, solidarietà e guerra: quale futuro per il progetto europeo?

Immagine della campagna #UErfanos dell'ONG CEAR.

Immagine della campagna #UErfanos dell’ONG CEAR.

Le due più recenti sfide all’unità europea sono senza dubbio state il pericolo dell’uscita della Grecia dall’eurozona e il flusso migratorio attraverso il Mediterraneo e, più recentemente, dall’est Europa. Quello che interessa qui approfondire è l’impatto che tali avvenimenti hanno avuto sul processo di integrazione, dal punto di vista dei governi e dei cittadini. Mai come in questi ultimi mesi, infatti, è apparso evidente lo sfaldamento della solidarietà tra i popoli del vecchio continente: come sottolinea Giuliana Laschi, “gli analisti greci mettono a confronto l’attuale governo tedesco con il regime nazista, mentre molte persone parlano senza riflettere e senza sensibilità della crisi in Grecia e della drammatica situazione della sua società. Gli italiani dicono con soddisfazione che spagnoli e portoghesi cadranno prima di loro”. 14

Come si è arrivati a tutto questo? Alcune tracce di questa crisi devono essere ricercate alla fase precedente e immediatamente successiva al fallimento dell’entrata in vigore della Costituzione europea. In particolare, si deve riflettere sull’allargamento a est del 2004 e del 2007, essenzialmente per due motivi: innanzitutto per l’elevato numero di paesi che facevano ingresso nell’Unione europea, poi per le differenze rispetto ai paesi dell’Europa occidentale in quasi tutti gli aspetti, dall’economia alla forza delle istituzioni. 15 Su quest’ultimo punto, è senz’altro emblematica la crisi ucraina tuttora in corso e la moltiplicazione di scenari di guerra nello spazio europeo, oltre i confini formali dell’Unione, come i recenti fatti turchi ci segnalano drammaticamente.

Molto diversa è la questione dei flussi migratori dall’esterno dell’Unione cui si assiste attualmente e che sta ridefinendo molte delle regole relative al movimento delle persone attraverso i confini dell’Unione, così come l’accesso ai diritto sociali al suo interno per i cittadini europei. Questi eventi, infatti, non solo mettono in luce una sostanziale incapacità della leadership europea di agire di concerto per l’accoglienza dei profughi in fuga dalle guerre in Medioriente, ma soprattutto sconvolgono le regole dell’Unione in termini di accesso e circolazione interna. Emblematica, in questo senso, la decisione della Germania di sospendere l’applicazione del Trattato di Dublino per poter favorire l’ingresso dei (soli) rifugiati siriani e la loro mobilità interna. Altrettanto rilevante è l’aumentata mobilità interna dei cittadini della UE che sta spingendo alla creazione di nuove regole per il reclutamento del lavoro migrante, in particolare in Germania, e a più ridotte condizioni di accesso al welfare, definendo così una rinnovata nazionalizzazione della cittadinanza all’interno dell’Unione. Il movimento dei migranti è quindi nodo centrale per le possibilità di trasformazione dell’Unione europea in senso unitario, oltre che evento paradigmatico che prefigura una segmentazione dell’Europa a mezzo di confini esterni e interni, in un contesto di rinnovato e pericoloso nazionalismo.

Note:

  1. G.M. Volpicelli, “Jeremy Corbyn: ‘Sono tutti contro di me. 
Per questo vincerò’. La politica. I media. La vita. E la battaglia contro la destra in Europa. Il nuovo leader del Labour si racconta. A un intervistatore che lo conosce molto bene”, in L’Espresso, 28 settembre 2015, URL: http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/09/24/news/jeremy-corbyn-ho-contro-tutti-quindi-vincero-1.231351.
  2. Per una sintesi si veda G. Mammarella, P. Cacace, Storia e politica dell’Unione Europea (1926–2013), Roma-Bari, Laterza, 2013, in particolare il secondo capitolo.
  3. Per un’interpretazione del ruolo dei governi statunitensi nell’integrazione europea si veda tra gli altri G. Lundestadt, “Empire” by Integration. The United States and European Integration, 1945–1997, Oxford, Oxford University Press, 1998.
  4. Il testo del trattato è disponibile all’indirizzo: http://europa.eu/eu-law/decision-making/treaties/pdf/treaty_establishing_a_constitution_for_europe/treaty_establishing_a_constitution_for_europe_en.pdf.
  5. Per una breve guida alla cronologia del processo di adozione della Costituzione europea e per una riflessione in merito al fallimento si veda G. Laschi (a cura di), Una democrazia senza costituzione? L’Europa e gli europei dopo i referendum. Lezione magistrale di Giuliano Amato, Bologna, CLUEB, 2007.
  6. Si veda il testo del trattato, disponibile online all’indirizzo http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=uriserv:OJ.C_.2007.306.01.0001.01.ITA.
  7. G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo, Milano, Fazi Editore, 2014.
  8. J. Habermas, Nella spirale tecnocratica, Laterza, Roma-Bari, 2014 e per Balibar vedi http://www.dinamopress.it/news/etienne-balibar-leuropa-la-democrazia-cittadinanza.
  9. P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo, Roma, Derive e Approdi, 2013.
  10. Mario Draghi cit. in “Draghi premiato a New York: Crescita sta tornando, avanti unione monetaria”, in La Repubblica, 2 ottobre 2015, URL: http://www.repubblica.it/economia/2015/10/02/news/draghi_crescita_sta_tornando_avanti_unione_monetaria_-124127136/.
  11. Secondo alcuni storici, alle crisi economiche del passato gli Stati europei hanno risposto accelerando il cammino verso l’Unione piuttosto che rallentandolo.
  12. G. Laschi, “A Crisis among Many? The Analysis of the EU Crisis in an Historical Perspective”, in uscita in R. Averkon (ed.), The Effects of Crisis, New Media and Social Protest on Democracy in Southern Europe, Studies in Transnational and Transcltural Perspectives, University of Siegen, 2016.
  13. Ivi, pp. 7–11.
  14. Ivi, p. 7.
  15. Su questo si veda T. Boeri e F. Coricelli, Europa: più grande o più unita?, Roma-Bari, Laterza, 2003.

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