Iran Deal: accordo nucleare o l’origine di una rivoluzione culturale e geopolitica?

Durante il mese di luglio, le principali potenze mondiali e l’Iran hanno raggiunto un importante accordo sul nucleare, aprendo probabilmente ad una nuova era nei rapporti fra Occidente ed una delle principali nazioni mediorientali. Dopo l’ultima maratona di negoziati lunga diciannove giorni (risultato di anni di attività diplomatica), l’Iran e le sei principali potenze (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) hanno annunciato l’avvenuto accordo a Vienna. Data la complessità e la lunghezza estenuante del negoziato (la più lunga missione di un Segretario di Stato da più di trent’anni) non deve stupirci che esso sia stato paragonato dai protagonisti stessi a un vero e proprio cubo di Rubik i cui ultimi tasselli sono rimasti incerti fino alla mattina stessa della deadline prevista per il 14 Luglio. 1united states us iran nuclear negotiations

Destinato a rimanere come il principale atto di politica estera dell’amministrazione Obama, l’accordo segna un successo e un passo avanti nei rapporti con l’Iran sin dalla rivoluzione del 1979 e dalla prolungata chiusura dell’ambasciata americana di Teheran. L’accordo è volto a limitare per almeno un decennio la capacità nucleare iraniana in cambio di un allentamento delle sanzioni finanziarie e petrolifere. D’altro canto, essendo un accordo, questo è frutto di un compromesso fra le parti, un dirty deal nel quale nessuna ha potuto perseguire interamente il proprio scopo. Basti notare che se da un lato non solo si limita la forza nucleare iraniana, ma si riconosce anche la Repubblica Islamica come un interlocutore legittimo – una novità che potrà avere ripercussioni sulla geopolitica della regione –, dall’altro lo stesso Iran è sceso a patti con il paese definito Shaytan-e Bozorg, il Grande Satana. Il Joint Comprehensive Plan of Action cerca di imporre un breakout time, ovvero il periodo necessario per accumulare abbastanza uranio arricchito da produrre una bomba atomica, di almeno un anno – rispetto ai 2-3 mesi attuali – permettendo alla comunità internazionale uno spazio di manovra più agevole nel caso di violazioni del programma di armamento. 2

In generale, la combinazione di restrizioni e tempistiche prestabilite danno alla comunità internazionale la possibilità di vedere da più vicino programmi e capacità iraniane, come ha spiegato lo stesso Obama auspicando un futuro in cui l’Iran sarà più lontano dalla bomba. Proprio il fatto che questo resti un auspicio su un’intesa tutto sommato a breve termine e che non elimina del tutto l’Iran dal palcoscenico delle potenziali minacce internazionali ha caratterizzato e sollevato il dibattito interno, già scosso dalle primarie presidenziali.

Sebbene l’intesa sia piuttosto ristretta rispetto a quella nordcoreana del decennio scorso, la miglior argomentazione di Obama non si trova tanto sulla carta firmata quanto nel fatto, convincente seppur retoricamente povero, che un accordo diplomatico sia migliore di qualunque altra soluzione (in particolare di una guerra preventiva). Inoltre la coalizione presente al tavolo – U.S.A., Russia, Cina, Regno Unito, Francia, Germania, con la partecipazione defilata dell’Unione Europea – rappresenta uno straordinario fronte unito contro la proliferazione nucleare in Medioriente. Anche il mantenimento di una simile alleanza costituisce un obiettivo importante per la politica estera americana, nonché un deterrente per eventuali passi indietro iraniani. 3

Al contrario la principale accusa rivolta all’accordo è che un alleggerimento delle sanzioni economiche potrebbe rimpinguare i forzieri iraniani, senza alcuna rassicurazione su un eventuale stop al finanziamento del terrorismo. Come affermato dal Dipartimento di Stato americano, l’Iran sciita non solo gioca un ruolo nell’intensificazione dei conflitti dell’area dallo Yemen all’Iraq e la Siria, ma arma regolarmente Hezbollah e Hamas. Altre eventuali politiche espansioniste, rese possibili dalle nuove risorse e della legittimazione derivante dall’accordo, potrebbero deteriorare ulteriormente la situazione mediorientale. 4

In effetti il JCPA non decreta la fine della teocrazia dei mullah, bensì è diretto ad una “specific, narrow, but profound issue”, ovvero che l’Iran non possa arrivare all’atomica nei prossimi dieci anni. Non si scommette su un possibile cambio di vedute da parte di Teheran (auspicato, ma per il momento destinato a rimanere sullo sfondo), ma si cerca di risolvere un problema specifico: nel caso in cui l’Iran continuasse a sponsorizzare il terrorismo o avviasse una guerra, i suoi effetti potranno essere meno nefasti se non supportati da un’arma di distruzione di massa. Come ha detto Obama, senza accordo la strada per l’atomica sarebbe stata spianata già da questo decennio: “recklessly marching to the next war in the MiddleEast”. 5 Stando all’intesa, l’Iran è infatti tenuto a ridurre la sua attuale quantità di scorte di uranio del 98%, con limitazioni alle attività di arricchimento, ricerca e sviluppo per quindici anni 6.

Un risultato, questo, comunque contestato. Secondo il candidato alle primarie repubblicane per la Casa Bianca Jeb Bush, l’accordo non farebbe altro che mettere in moto un meccanismo perverso che finirebbe per favorire il cammino dell’Iran verso la bomba nel prossimo decennio quando, non solo scadrà parte del trattato, ma l’alleggerimento delle sanzioni avrà reso la Repubblica Islamica ancora più ricca. A scaldare la polemica interna sono intervenute anche le posizioni di Israele, preoccupato dallo sviluppo a lungo termine di cui potrebbero beneficiare Teheran e gli alleati di un non troppo eventuale fronte anti-israeliano.

Date queste condizioni, ci sono tutte le carte in regola perché i repubblicani votino contro l’accordo, cercando anche di superare la minaccia di veto che Obama ha già avanzato. Già dal marzo scorso, quarantasette senatori, guidati dal giovane Tom Cotton dell’Arkansas, hanno chiarito la loro posizione firmando una lettera indirizzata ai leader iraniani che annunciava l’opposizione a accordo raggiunto col presidente Obama. 7 In realtà la manovra non ha avuto i risultati sperati attirandosi le critiche della restante parte del Congresso. Vale la pena ricordare che fra i firmatari apparivano anche i candidati repubblicani Rand Paul, Marco Rubio e Ted Cruz, nonché l’ex candidato alla Casa Bianca John McCain.

Se questi sono i temi scottanti e maggiormente spendibili nel dibattito nazionale via via più orientato verso le primarie, vale altresì la pena sottolineare un altro punto importante dell’accordo: i controlli e le indagini da parte della comunità internazionale. Data la grandezza, il doppio del Texas, l’Iran pone molte sfide agli ispettori che potranno accedere anche alle basi militari. L’Iran ha accettato di fornire alla International Atomic Energy Agency (IAEA) maggiori informazioni, anche sulle attività di arricchimento dell’uranio in precedenza considerate sotto copertura. Gli ispettori avranno inoltre accesso all’intera catena di forniture per lo sviluppo del programma nucleare, incluse le miniere di uranio, e potranno continuamente sorvegliare le centrifughe e i centri di stoccaggio. Un’attività che perdurerà ben oltre la fine del trattato, prevedendo venticinque anni di controlli. 8Downloader

Per quanto riguarda le sanzioni, invece, quelle riguardanti armi e missili saranno alleggerite nell’arco di cinque ed otto anni. In generale, come ha spiegato il presidente Obama, prima che le sanzioni comincino a ridursi l’Iran dovrà compiere dei decisi passi in avanti, rispettando i punti principali dell’accordo circa la manifattura delle materie prime e la riconversione di vecchi e nuovi centri nucleari (in particolare Arak, Fordo e Natanz). 9

La strategia estera statunitense: sicurezza collettiva ed errori del passato

Un altro elemento d’analisi rilevante, ma sottovalutato, va ben oltre le limitazioni poste al programma nucleare di Teheran, andando a comprendere una più vasta questione di sicurezza collettiva in un mondo in rapido cambiamento, in una fase di ri-polarizzazione problematica degli equilibri. 10

Dodici anni fa, l’amministrazione Bush ha commesso una delle azioni più discusse nella storia della politica estera americana assumendosi l’autorità di un intervento unilaterale in Iraq. Un intervento volto a dimostrare il potere militare e persuasivo degli Stati Uniti finì per essere l’ensemble dei suoi limiti militari e un sostanziale fallimento diplomatico. La guerra in Iraq mostrò, forse per la prima volta dopo il Vietnam, il re nudo di fronte al mondo, vulnerabile e deprecabile.

Nel trattare con l’Iran, al contrario, gli Stati Uniti sembrano tornati a un modello di esercizio della leadership attraverso le istituzioni collettive. Non si parla infatti di un accordo tra Teheran e Washington, ma con le sei principali potenze: U.S.A., Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania. Mentre il Segretario di Stato Kerry e il suo team hanno effettivamente guidato i negoziati con gli iraniani, non hanno messo in un angolo le altre parti imponendo il proprio punto di vista (almeno ufficialmente), pur incassando le critiche francesi per un accordo giudicato troppo debole – in materia di sanzioni – e vincolato all’approvazione del Congresso statunitense, probabile ma affatto scontata. 11

Riferendoci all’amministrazione Obama, finora si è parlato di assenza di un grande piano internazionale ed una politica estera fin troppo timida: può questo giudizio essere rivisto?

In realtà l’aria di una nuova strategia americana nei rapporti internazionali, volta a superare il cieco unilateralismo post 11/9, si cominciò a respirare già all’inizio del 2006, quando l’amministrazione Bush partecipava a una prima iniziativa europea guidata da Francia, Germania e Regno Unito (alla quale si aggiunsero anche Cina e Russia) per risolvere diplomaticamente la questione nucleare iraniana. Una diplomazia multilaterale che si è mantenuta durante la presidenza Obama e che ha permesso di raggiungere l’accordo. 12

Anche l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di una risoluzione che autorizza alla graduale revoca delle sanzioni internazionali contro l’Iran rientra in una precisa strategia: cercare di difendere il risultato ottenuto a Vienna anche a Washington. Un voto volto a sminuire in qualche misura il parere di Capitol Hill. I sessanta giorni necessari per analizzare e discutere l’intesa da parte del Congresso saranno infatti cruciali per definire il successo dell’operazione ed una bocciatura finirebbe per incrinare sia l’operazione in sé, che l’intera strategia diplomatica intrapresa nell’ultimo decennio. 13

Come ha spiegato Obama lo scorso 5 Agosto durante il discorso all’American University gli Stati Uniti non possono più permettersi di tornare all’impostazione politica che ha caratterizzato l’intervento in Iraq, sottolineando il bisogno di privilegiare una “diplomacy-first foreign policy” aperta ed accorta. 14

L’accordo con l’Iran diventa così sia un’occasione di redenzione per i democratici che durante l’amministrazione Bush appoggiarono una politica basata sulla paura, che un modo per liberarsi del fardello politico “neocon” che ha vessato la credibilità statunitense in Medioriente nel corso degli ultimi quattordici anni. “[It’s] easy to play on people’s fears, magnify threats, compare any attempt at diplomacy to Munich” ha dichiarato il presidente. Sono parole dure per una scelta politica chiara da parte di Obama: lasciare un segno ed una chiara eredità non solo alle nuove generazioni politiche democratiche, ma anche a Hillary Clinton, principale candidata alle primarie democratiche.

Intanto in Iran…

Il motto Marg bar Amrika (Death to America) è ricorrente in Iran sin dalla rivoluzione islamica del 1979, inserito persino nelle preghiere del venerdì e durante le commemorazioni della chiusura dell’ambasciata statunitense, con il regime piuttosto restio ad accantonare un adagio di tale successo. 15Tehran U.S. Embassy

Tuttavia, secondo Sadegh Zibakalam, professore ed analista politico di Teheran, l’accordo nucleare costituisce, simbolicamente, un processo irreversibile, per cui il Death to America finirà per esaurirsi. 16 Certo si tratta di una previsione a lunga scadenza. Politicamente parlando, non solo la Repubblica Islamica vede nell’identificazione del nemico un fondamento rivoluzionario, ma anche un collante tra le varie anime musulmane del paese, finanche a collegare le comunità religiose sciite afghane, irachene e siriane. Secondo Abbas Milani, della Stanford University, la retorica anti-americana e anti-israeliana costituiscono infatti l’unico mezzo con cui un regime sciita possa reclamare qualsivoglia legittimità a parlare per conto di una vasta parte del mondo musulmano mediorientale. 17

Eppure esiste una frazione – influente, benestante e istruita in Occidente – di riformisti iraniani che sostiene una svolta politica verso gli Stati Uniti, parallelamente ad una gran parte della popolazione iraniana – peraltro particolarmente giovane: il 60% su 75 milioni ha meno di 35 anni – che non si trova più in sintonia con le idee anti-americane. Certo sono correnti che hanno poca attrattiva per Khamenei, che continua ad avere l’ultima parola, ma sono il segnale che qualcosa a Teheran sta cambiando e anche su questo sembra puntare Obama, il suo impegno e la sua difesa strenua dell’accordo. 18

I rivoluzionari iraniani del 1979 stanno invecchiando. La maggior parte di essi oggi si aggira fra i cinquanta e i settant’anni. L’Ayatollah Khamenei ha compiuto settantasei anni. Intanto più del 60% della popolazione iraniana è costituita da persone al di sotto dei trentacinque anni. Anche qui, come in Occidente ed Estremo Oriente si può parlare di baby-boomers nati dopo la rivoluzione e che con essa non condividono molte delle priorità. Si tratta di una generazione che vive in una realtà completamente diversa; una generazione avvantaggiata da più elevati livelli d’istruzione e che vive in un contesto in cui l’ideologia sta perdendo terreno nel dibattito interno. Non più komitehs che si aggirano fra i quartieri in cerca di sospetti anti-rivoluzionari, ma ragazzi che conoscono il mondo e la cultura occidentale, che non la temono anzi si mostrano pronti ad abbracciarla. 19 Secondo Hadian, dell’Università di Teheran, la rivoluzione islamica sta dunque vivendo una crisi di mezza età nella quale non si accetta più per ciò che è stata. Un terzo della popolazione usa internet (spesso evadendo i controlli statali) e i nuovi modelli di comunicazione arrivano fino alle strade centrali di Teheran con il tormentone di quest’estate: “NEXT IS NOW!”. 20

 

Per una geopolitica che cambia: dalla primavera araba alle bandiere nere sullo sfondo

Ci aspettano dunque decenni di cambiamenti e verifiche dei rapporti fra Iran e Occidente. Gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica hanno diverse visioni del mondo, alleanze e intendimenti politici che un trattato su un fattore specifico non potrà limare, almeno nel breve periodo. La visione d’insieme giocherà un ruolo fondamentale nell’analisi degli sviluppi futuri: è bene ricordare che gli Stati Uniti, nonostante il trattato, non hanno affatto smentito possibili interventi ulteriori, diplomatici o militari. Allo stesso modo l’Iran difficilmente cesserà di finanziare Siria, Hezbollah e Hamas. 21

L’Iran possiede il principale esercito del Golfo, con vaste risorse di petrolio, un’economia leader nell’area ed una popolazione grande sette volte quella dei paesi vicini (sceiccati arabi) che temono un riallineamento statunitense in favore iraniano non dissimile da quello precedente alla guerra del petrolio del 1973 e alla crisi degli ostaggi del 1979. Il tempo ci dirà se effettivamente queste alleanze siano davvero in gioco. E’ certo, però, che si tratta di un accordo storico che modifica gli equilibri geopolitici mediorientali, mostrando un panorama  diverso da quello degli ultimi quindici anni e che dovremo sforzarci di delineare.

L’accordo di Vienna ridisegna la cartina geopolitica del Medioriente, avvicinando sia Occidente e Iran che i due “sconfitti” dal trattato: Israele ed Arabia Saudita.

Come sempre problematica sarà la reazione dello stato ebraico a una eventuale minaccia reale o percepita. L’accordo sul nucleare iraniano –per ciò che esso rappresenta – costituisce una sconfitta personale e politica per il primo ministro Netanyahu. Il suo azzardo – e quello dei repubblicani che lo hanno invitato –davanti al Congresso statunitense lo scorso 3 Marzo 2015 si è rivelato inutile, lasciando Israele più debole ed isolata a livello internazionale. 22

Dopo una vittoria elettorale legata più alla mitizzazione del nemico islamico, che ad un concreto piano politico internazionale, Netanyahu paga le accuse di “filo-arabismo” mosse all’Europa ed una politica del “no” che ha soltanto incrementato il senso di accerchiamento già diffuso nella vita politica israeliana da sempre frontiera tra l’Occidente ed il mondo arabo, ma ancora avvinghiata diplomaticamente a quell’America del fallimentare axis of evil.

Guardarsi attorno per Israele al momento significa orientarsi verso Riad e le monarchie del petrolio del Golfo, unite dalla fede sunnita e intimorite da un possibile rafforzamento mediorientale iraniano e sciita.

Indiscussa leader del mondo sunnita e storica alleata degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita non ha mai celato un certo timore verso un’ascesa iraniana. Ciò ha spinto la potenza saudita e le altre monarchie del Golfo a sostenere i ribelli e i jihadisti contro il regime awaita di Al-Assad in Siria – sostenuto al contrario dall’Iran – favorendo, non si sa quanto indirettamente, la crescita dell’autoproclamato stato islamico.

Dunque un’alleanza fra vecchi nemici volta interamente al contenimento di Teheran? In realtà è probabile che questa prospettiva rimanga congelata almeno fino a quando le prossime elezioni iraniane ci diranno se dovremo aspettarci un passo indietro rispetto all’accordo preso, oppure una rinascita delle posizioni radicali sul modello di Ahmadi-Nejad – dimostrazione all’Occidente che nulla è cambiato in Medioriente.

Meno chiaro appare il ruolo di altri attori determinanti, ad iniziare dall’Egitto, piuttosto lontano dall’Iran sin dalla rivoluzione khomeinista e contrario ad un trattato sul nucleare. Tuttavia a dominare nel paese, scosso dalla “primavera araba”, dalla messa fuori legge dei Fratelli Musulmani e dalle vicende libiche, è un certo pragmatismo di fondo che guarda all’accordo come una speranza per il disarmo della regione e la creazione di una definitiva intesa anti-Isis, ma che non si scompone circa i futuri scenari geopolitici.

Un altro paese uscito “sconfitto” da Vienna ma che mantiene una posizione di frustrazione e ambiguità è la Turchia che, dopo aver tentato di giocare un ruolo di mediazione tra Iran e Stati Uniti votando nel 2010 contro le sanzioni alla Repubblica Islamica, non solo è rimasta fuori dai negoziati, ma vede nell’accordo lo spauracchio di un impero neo-persiano sciita. Dietro a questi timori e contenziosi stanno i profondi dissidi tra Ankara e Teheran circa le principali crisi regionali, dissidi che sembrano portare a un fronte sunnita fra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che si ripercuote anche sugli eventi bellici in Yemen, dove sauditi e turchi collaborano sul fronte di Huthi. Eppure, guardando a un piano prettamente economico e strategico, un crescita economica iraniana potrebbe rappresentare uno stimolo per l’economia anatolica sia dal punto di vista degli scambi commerciali che per la realizzazione del corridoio meridionale del gas iraniano che permetterebbe alla Turchia di porsi come testa di ponte verso il mercato europeo. 23

Ancora una volta, saranno soprattutto la condivisa minaccia dell’Isis e la regia strategica statunitense a poter costruire dei ponti diplomatici fra potenze mediorientali. 24

Lo sconvolgimento degli equilibri causato dall’accordo si ritrova ancora più a est. Una progressiva integrazione dell’Iran nella comunità internazionale potrebbe modificarne i rapporti con la Russia che ha partecipato all’accordo, ma ha accuratamente evitato di esaltarne il successo. Considerando l’età di Khamenei e le elezioni ormai prossime, l’Iran potrebbe non essere più un alleato particolarmente affidabile per Putin, per cui la logica porterebbe ad affidarsi maggiormente al già confermato governo di Istanbul. Mosca sembra giocare a carte coperte e soltanto il caos siriano potrà permettere a Stati Uniti e Iran di intuirne le reali intenzioni.

La promessa del ritiro delle sanzioni avrà inoltre fra i primi effetti anche quello di far ripartire gli investimenti cinesi nel Golfo. L’intesa infatti è stata accolta favorevolmente da Pechino, anche in chiave di un ulteriore avvicinamento con gli Stati Uniti e potrebbe portare alla compartecipazione dell’Iran alla fondazione della nuova banca d’investimenti asiatica a guida cinese (Asian Infrastructure Investment Bank). 25

Certo nel nuovo panorama che si sta prospettando, il comportamento iraniano avrà un ruolo fondamentale nel determinare i futuri rapporti americani con Pechino sia nel bene che nel male. Gli Stati Uniti, a differenza dei cinesi, non vedono nel Golfo la propria principale risorsa energetica e nello scenario più pessimistico, ovvero di un tradimento degli accordi da parte di Teheran, l’eventuale chiusura dello stretto di Hormuz causerebbe un collasso dell’economia cinese, mentre gli Stati Uniti – nel caso di abolizione al divieto di esportazione del petrolio statunitense – si ritroverebbero come i principali esportatori mondiali di greggio. 26

Infine, a fare da sfondo a un così dinamico e complesso contesto, sventola la bandiera nera dello Stato Islamico, l’Isis. L’accordo sul nucleare promette di costituire il grimaldello per ridefinire l’intero panorama politico mediorientale, andando ben oltre le stesse intenzioni formali dei firmatari, piuttosto aprendo le porte verso la lotta allo stato islamico in Iraq – dove la guerra infuria tra Mosul e Tikrit. Al momento gli Stati Uniti non stanno apertamente collaborando con l’Iran, rimanendo su posizioni formalmente simili a quelle turche, criticando il supporto di Teheran verso il regime di Al-Assad in Siria. D’altro canto sono proprio gli americani e gli stati occidentali a volere che l’Iran continui in questo pressing contro l’Isis sia in Siria che in Iraq e Yemen. 27A Baghdad, infatti, nella guerra contro l’Isis, gli Stati Uniti sono diventati progressivamente sempre più dipendenti dalle forze militari iraniane e le milizie sciite irachene, sviluppando di conseguenza una strategia militare volta all’addestramento delle forze locali, il tutto senza dover impiegare direttamente sul terreno i propri militari. 28

In realtà se la volontà di abbattere lo Stato Islamico è risultata così forte da avvicinare Stati Uniti ed Iran, sarà necessario un ulteriore passo in avanti con la discesa in campo delle rispettive truppe (anche se per Washington si parla di solo supporto aereo), prendendo dunque atto del fatto che la medaglia avrà inevitabilmente due facce: da un lato la concreta possibilità di sconfiggere l’Isis nell’area, dall’altro la prospettiva di un Iraq sempre più soggiogato dall’Iran.

Note:

  1. Robin Wright, “An Iran Deal, at last”, The New Yoker, 14 Luglio 2015.

  2. Robin Wright, “An Iran Deal, at last”, The New Yoker, 14 Luglio 2015. Olli Heinonen, “Iran’s Nuclear Breakout Time: A Facto Sheet”, The Washington Institute, 28 Marzo 2015.
  3. Steve Coll, “The Deal”, The New Yorker, 27 Luglio 2015.
  4. Steve Coll, “The Deal”, The New Yorker, 27 Luglio 2015.
  5. Amy Davidson, “Obama on the Iran Deal: What’s your alternative?”, The New Yorker, 15 Luglio 2015.

    Julie Hirschfeld Davis, “It’s Either Iran Nuclear Deal or ‘Some Sort of War’, Obama Warns”, New York Times, 5 Agosto 2015.

  6. Olli Heinonen e Simon Henderson, “How to Make Sure Iran’s One-Year Nuclear Breakout Time Does Not Shrink”, The Washington Institute, 17 Giugno 2015.
  7. Peter Baker, “G.O.P. Senators’ Letter to Iran About Nuclear Deal Angers White House”, New York Times, 9 Marzo 2015.

    “Cotton and 46 Fellow Senators to Sedn Open Letter to the Leaders of the Islamic Republic of Iran”, 9 Marzo 2015 (http://www.cotton.senate.gov/content/cotton-and-46-fellow-senators-send-open-letter-leaders-islamic-republic-iran).

    John A. Tures, “Time for a History Lesson for Our 47 Iran-Letter Senators”, Huffington Post, 18 Marzo 2015.

  8. William Broad e Sergio Peçanha, “The Iran Nuclear Deal – A simple guide”, New York Times, 14 Luglio 2015.
  9. Patricia Lewis, “Iran and Nuclear Restraint. Lessons from Elsewhere”, Middle East and North Africa Programme and International Security Department, Chatham House (The Royal Institute of International Affairs) Londra, Luglio 2015.
  10. John Cassidy, “With the Iran Deal, the U.S. returns to a better foreign-policy model”, The New Yorker, 6 Aprile 2015.
  11. E’ assai probabile che la posizione della Francia non sia da ricollegarsi a motivazioni di tipo ideologico quanto economico, relativamente alle partnership con Arabia Saudita ed Emirati Arabi che l’accordo metterebbe a rischio.

    Josh Rogin, “Top French Official Contradicts Kerry on Iran Deal”, BloombergView, 31 Luglio 2015.

    Nicola Pedde, “Iran e Usa, un’intesa sul nucleare malgrado tutto”, Limes, 15 Luglio 2015.

  12. David Hastings Dunn, “Real Men Want to Go to Teheran: Bush, Pre-Emption and the Iranian Nuclear Challenge”, International Affairs (Royal Institute of International Affairs), Vol.83 N.1 Londra, Gennaio 2007, pp. 19-38.

    “Continuing U.S. and Multilateral Efforts to Curb Iran’s Nuclear Program”,  The American Journal of International Law (The American Society of International Law) Vol.102 N.1 Washington DC, Gennaio 2008, pp. 187-190.

  13. Julie Hirschfeld Davis, “It’s Either Iran Nuclear Deal or ‘Some Sort of War’, Obama Warns”, New York Times, 5 Agosto 2015.
  14. Joan McCarter, “President Obama on Iran: ‘No more than ever we need clear thinking in our foreign policy”, Daily Kos, 5 Agosto 2015.

  15. Durante un incontro con degli studenti universitari, Ayatollah Khamenei ha confermato che la “lotta” con estekbar non potrà mai riposare, giacché costituisce l’essenza della rivoluzione.

  16. Maysan Behravesh, “Sadegh Zibakalam: Anti-Americanism at a dead end in Iran”, The Guardian, 16 Luglio 2015.
  17. François D’Alançon, “Abbas Milani: ‘L’Iran put redevenir un des Etats pivots du Moyen-Orient’”, LaCroix, 14 Luglio 2015.

    Abbas Milani, “The Great Satan Myth”, New Republic, 8 Dicembre 2009.

  18. Fernaz Fassihi, “The U.S. is still Iran’s Great Satan”, The Wall Street Journal, 17 Luglio 2015.
  19. Sam Sturgis, “A Diplomatic Negotiations Go Forward, a New Tehran Emerges”, CityLab, 8 Maggio 2015.
  20. Robin Wright, “Tehran’s Promise. The revolution’s midlife crisis and the nuclear deal”, The New Yorker, 27 Luglio 2015.

    Saeed Kamali Dehghan, “Tehran swaps ‘death to America’ billboard for Picasso and Matisse”, The Guardian, 7 Maggio 2015.

    “Tehran’s billboards replaced with artworks – in pictures”, The Guardian, 8 Maggio 2015 (http://www.theguardian.com/world/gallery/2015/may/08/tehrans-billboards-replaced-with-artworks-in-pictures).

  21. A riguardo Vali Nasr, della John Hopkins, parla di un imperialismo difensivo nel quale rapporti di questo tipo servirebbero per tenere occupate delle minacce alla propria identità sciita. Alix Van Buren “Vali Nasr: ‘La fase del disgelo Iran-Usa è solo all’inizio, così il Grande Satana diventa un partner’”, La Repubblica, 2 Aprile 2015.

  22. Umberto De Giovannangeli, “Le manovre di Israele contro un Medio Oriente ‘normale’”, Limes, 23 Luglio 2015.
  23. Daniele Santoro, “Nello scontro tra Iran e Arabia Saudita, la Turchia rimane ambigua”, Limes, 9 Aprile 2015.

  24. Noah Feldman, “A Troubling But Necessary Ally Against Islamic State”, Bloomberg View, 27 Luglio 2015.

  25. Brian Spegele, “Oil-Thristy China a winner in Iran Deal”, Wall Street Journal, 14 Luglio 2015.

    Amir Madani, “La partita iraniana della Cina”, Limes, 5 Febbraio 2010.

  26.  “Scenario – la Cina vittima dell’accordo tra U.S.A. e Iran”, Geopolitical Center, 31 Luglio 2015.
  27. Vali Nasr, “Why did Iran sign of to a deal that will weaken its regional hold?”, The Washington Post, 31 Luglio 2015.
  28. Carol Lee e Adam Entous, “U.S. Seeks Mideast Shift to Follow Iran Nuclear Deal”, Wall Street Journal, 6 Luglio 2015.

    Noah Feldman, “U.S. Needs Iran to Beat Islamic State”, Bloomberg View, 20 Maggio 2015.

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