Protagoniste all’ombra del potere? Donne e relazioni di genere in <i>Mad Men</i> e <i>House of Cards</i>

Protagoniste all’ombra del potere? Donne e relazioni di genere in Mad Men e House of Cards

Esattamente un anno fa, nel testo di Brett Martin “Difficult Men: Behind the Scenes of a Creative Revolution: from The Sopranos and The Wire to Mad Men and Breaking Bad” si fornivano alcuni parametri identificativi di quella che è stata definita la Third Golden Age delle serie tv americane, riconosciuta ormai in larga parte sia dalla critica sia dalla discussione accademica. Le ragioni di questa transizione sarebbero plurime, di livello formale, metodologico e contenutistico – a partire da un rinnovato e deciso interesse verso le social issues correnti, come nel caso di Orange Is the New Black e Transparent. Il motivo più forte di questo passaggio, forse la caratteristica principale di questa nuova età dell’oro, sarebbe però da individuare nella centralità di personaggi maschili dai comportamenti moralmente discutibili, veri e propri antieroi complessi e sfaccettati di cui si racconta soprattutto un articolato rapporto con il potere, dal mafioso nei Sopranos, al professore che diventa capo di un impero nel traffico di metanfetamine in Breaking Bad, al pubblicitario che ha rubato l’identità di un soldato morto in Corea in Mad Men.

Questa analisi potrebbe essere parzialmente estesa anche al protagonista di House of Cards, caratterizzato da tratti evidentemente mascolinizzati, da una dubbia moralità e da una forte sete di potere che sottolinea sempre nei suoi dialoghi privati con gli spettatori e che condivide con la moglie. In questa serie, tuttavia, risulta fortemente marcato anche un quarto fenomeno che si accompagna al nuovo panorama delle serie tv americane di ultima generazione: una rinnovata presenza delle donne sulla scena come personaggi di primo piano, variegate e multidimensionali, non più esclusivamente rinchiuse nella domesticità delle sit-com familiari ma, al contrario, protagoniste del mondo del lavoro (ad esempio in Mad Men) e della scena pubblica, spesso ad alti livelli. Basti pensare a Scandal, Homeland e State of Affairs, tutte serie che si accompagnano anche a una più evidente centralità del politico, inteso sia in una più forte attenzione verso i temi dell’attualità interna ed estera, sia in un sempre più marcato interesse verso le dinamiche decisionali e i meccanismi del potere.

Sebbene proprio Mad Men e House of Cards possano sembrare molto lontane tra loro, l’una ambientata nella Manhattan degli anni Sessanta e l’altra nella Washington contemporanea, entrambe condividono non solo la rinnovata attenzione verso le donne, ma interrogano anche due fasi di forte crisi e cambiamento per gli Stati Uniti attraverso la rappresentazione intersezionale delle relazioni di genere – intese come un vero e proprio laboratorio privilegiato di complessità narrativa – per provare a rispondere a una serie di interrogativi politici, civili e sociali che entrano in gioco su un piano multidimensionale in cui si incrociano sfera privata, mondo del lavoro e spazio pubblico e che si focalizza sulle donne nel loro misurarsi con gli uomini e con il potere maschile.

47_30Mad Men, che nel 2012 ha registrato il record di 17 nomination agli Emmy Awards, deve il suo titolo a un felice gioco di parole che sta per Madison Men, dalla famosa strada di New York che ha ospitato le più grandi agenzie pubblicitarie di Manhattan. La serie si snoda attorno agli uffici della Sterling Cooper Company e costituisce un ottimo veicolo per addentrarsi nella realtà delle prime grandi aziende e corporation degli anni Sessanta, nel consumismo sempre più accelerato e, attraverso la pubblicità e i meccanismi creativi rappresentati, nella percezione che quella società aveva di se stessa e nella creazione dello status identitario della middle class. L’ambientazione principale è data dagli uffici annebbiati dal fumo di sigaretta e annaffiati dall’uso e abuso di alcolici, in cui la maggior parte delle donne presenti sono o segretarie single o mogli casalinghe che aspettano nelle periferie il ritorno del marito. È attraverso Betty Draper, Peggy Olson e Joan Halloway, rispettivamente la prima moglie del protagonista Don Draper, una segretaria che riuscirà a diventare copywriter, e una office manager che diventerà socia, che si sciolgono i principali fili narrativi e che si riproducono la complessità delle relazioni di genere negli anni Sessanta e il rapporto delle donne con il potere maschile, nel privato o sul posto di lavoro.

Betty è una bellissima donna, istruita, madre e casalinga, con un complesso rapporto con i figli, vive nei suburbi residenziali di New York ed è completamente dipendente dal marito che, nell’energica Manhattan, ha più di un’amante. Eccellente riproduzione delle donne raccontate da Betty Friedan in The Feminine Mistique (1963), di “the problem that has no name”, è un personaggio piuttosto statico, che decide di separarsi dal marito solo dopo aver trovato un altro uomo in grado di provvedere al mantenimento suo e dei figli con gli stessi standard. Joan Halloway, invece, è uno dei caratteri più complessi: mette agevolmente in mostra la sua femminilità dirompente, è una lavoratrice impegnata e capirà di volere una carriera, tanto da diventare socia dell’agenzia. È molto interessante metterla a confronto con Peggy Olson, che inizia a lavorare come segretaria ma che saprà far notare le sue idee, diventando infine copywriter. Entrambe continuano, costantemente, a sbattere contro il soffitto di cristallo sul posto di lavoro, ma rispondono in modo diverso alla discriminazione cui sono soggette: Joan, da un lato, sarà sempre vista dai colleghi, anche di lunga data, come un oggetto di desiderio sessuale, tanto da essere invitata dagli stessi soci a concedersi a un potenziale cliente interessato a lei, pur di ottenere il lavoro. Dopo aver ceduto al ricatto, Joan insisterà con ancora più decisione sul suo forte senso di indipendenza fino a quando, nell’ultima stagione, realizzerà il suo progetto imprenditoriale nonostante il compagno, alla ricerca di una donna tradizionale, l’avesse messa di fronte a un ultimatum tra la vita familiare o il lavoro. Peggy, invece, pur dovendo impegnarsi sempre più duramente dei colleghi, comincia progressivamente ad acquisire e ad assimilare lo stesso filtro dell’ambiente lavorativo, facendo propri i dispositivi del potere maschile sia nella rappresentazione delle donne e della femminilità nelle campagne pubblicitarie, sia nel rinunciare alla vita privata e focalizzarsi esclusivamente sulla carriera, tanto da adottare questa prospettiva mascolina proprio nei confronti di Joan: nell’ultima serie, recandosi da sole a un incontro con dei clienti che, contrariati dal dover trattare con due donne, sciorinano una serie di battute sessiste e allusive nei confronti di Joan e del suo aspetto fisico, queste sembrano incontrare il consenso di Peggy.

In un gioco di riflessi, la dinamica narrativa si incrocia con la rappresentazione multidimensionale delle donne e delle relazioni di genere nella pubblicità: durante lo svolgersi della serie, si assiste a una progressiva e sempre più evidente divergenza tra l’immagine femminile proposta nelle campagne promozionali e la realtà sociale, civile e sessuale delle donne che popolano gli uffici di Madison Avenue. Ciò che ne esce indebolita e appiattita è la mascolinità: sebbene si scavi molto nell’interiorità complessa del protagonista e anche agli altri personaggi maschili sia dedicata una composita costruzione caratteriale, essi continuano a riprodurre una decisa fatica ad adattarsi a donne sempre più forti e protagoniste nel privato e nel mondo del lavoro, mostrandosi piuttosto immobili e tetragonali, in difficoltà di fronte ai ruoli di genere in cambiamento e alla ricerca di spazi delle donne.

La pubblicità e il mondo pubblicitario diventano il microcosmo per analizzare una precisa fetta di società americana, quella dominante ed egemonica, patriarcale, bianca, eterosessuale – in una parola, wasp – attraverso i più ampi spettri possibili, dal nucleo familiare all’ambiente lavorativo, alla narrazione che quella società faceva di se stessa. Le relazioni di genere diventano in questo contesto la chiave di lettura per l’analisi degli anni Sessanta attraverso un affresco intersezionale che incrocia genere, sessualità, identità e percezione e coinvolge esclusivamente le donne e gli uomini nel rapporto di potere tra di essi, senza includere all’interno di questa riflessione, ad esempio, la maternità – che di certo entra in gioco ma non con un ruolo così definente –, in un decennio di cambiamento in cui il femminismo della seconda ondata stava facendo il suo ingresso.

tumblr_mimlkrKZwI1qa2ylwo1_500Anche in House of Cards, sebbene si tratti di una serie completamente diversa, la rappresentazione delle donne costituisce un veicolo per trattare l’attualità socio-politica e per dimostrare un’analoga crisi dell’America tradizionale, i cui caratteri identitari sono stati ripescati anche nel mondo politico – basti pensare alle ultime campagne elettorali – in risposta alla crisi successiva all’11 settembre. La storia si svolge attorno a Frank Underwood, democratico, eletto per l’undicesima volta membro al Congresso per il South Carolina che, insieme alla moglie, coltiva l’ambizione di diventare presidente degli Stati Uniti. Claire è altrettanto protagonista della serie, ha le stesse identiche ambizioni di potere di Francis e, attraverso la sua società no-profit, contribuisce a sostenere gli intrighi del marito ma anche a dimostrare la forza del suo ruolo nella coppia, eventualmente ostacolandolo. Definita dalla critica “una Lady Macbeth contemporanea”, decostruisce fin da subito il tradizionale personaggio femminile di secondo piano se la figura maschile è forte e dominante. La mascolinità dello scenario politico, e anche della stessa figura egemonica di Frank, giocano un ruolo centrale, in cui però Claire sembra muoversi agevolmente: ha una personalità estremamente fredda e spietata nella sua stessa azienda, condivide e progetta insieme al marito tutti i giochi di potere che mette in atto – anche se si tratta di sfruttare altre donne, come nel caso della giornalista Zoe Barnes – pur di raggiungere gli obiettivi prefissati, è diametralmente opposta alla stereotipizzazione pubblica della loro coppia, una volta entrati alla Casa Bianca.

Se in tutte le tre stagioni finora rilasciate è centrale la presenza di forti riflessi nell’attualità – le relazioni con la Russia, la situazione mediorientale, la crisi economica e lo smantellamento del welfare –, è soprattutto nelle ultime puntate che queste si incrociano con le donne, ritenute da molti critici le vere protagoniste della terza stagione: Frank è l’unico uomo di potere, mentre le tre figure a lui più vicine sono tutte donne: la moglie, la rivale alle primarie democratiche Heather Dunbar e Jackie Sharp, capogruppo di maggioranza della camera.

Claire è decisa a entrare sulla scena politica nonostante la sua evidente mancanza di esperienza, forzando il marito a nominarla ambasciatrice alle Nazioni Unite in un gioco di richiami molto interessante alla presidenza Roosevelt e al ruolo di Eleanor: lo stesso Frank, infatti, si presenta come continuatore del New Deal attraverso America Works, un programma per la creazione di 10 milioni di posti di lavoro con un investimento di circa 500 miliardi di dollari e la ristrutturazione della Social Security e del Medicare, che dovrebbe assicurargli l’appoggio popolare. La First Lady porta avanti penosamente il suo ruolo di ambasciatrice e, di fronte ai propri fallimenti e al potere del marito, per il quale si riduce a figura trofeo da esibire nelle campagne elettorali, decide di andarsene, priva di potere e incapace di ottenerlo senza il sostegno del presidente.

Se l’etica della politica è completamente assente dalla serie tv e non sfiora nemmeno lontanamente i due protagonisti e tutti coloro che ruotano attorno a loro, appare quasi dicotomica l’emersione dell’avversaria di Frank alle primarie, Heather Dunbar, priva di scheletri nell’armadio che possano essere usati contro di lei nei dibattiti o sulla stampa. Interessante il suo confronto, in una eccellente riproduzione di un dibattito televisivo, con Jackie Sharp, una delle protette di Frank, proprio a proposito del sessismo e delle relazioni di genere: così come in Mad Men, anche qui è riproposta la varietà di modi di rapportarsi al potere e, soprattutto, al potere mascolino. Da un lato, Heather Dunbar, un esempio delle donne che sono riuscite a scalare i vertici di Washington per i propri meriti e, dall’altro, Jackie Sharp, politica con grandi aspirazioni ma che, per raggiungerle, decide di adattarsi agli schemi politici di chi è sopra di lei: veterana dell’esercito, si sposa per convenienza politica e finirà per adottare le logiche di potere di Frank, credendo di essere diventata sua protetta ma rimanendone, invece, schiacciata e sopraffatta.

Come è stato affermato in una recensione per il New Yorker, se il motto di Frank Underwood è “democracy is so overrated”, quello di Claire e delle donne di House of Cards potrebbe essere “feminism is so overrated”. Fuori da ogni morale e retorica, infatti, il rapporto delle donne con il potere è discusso anche attraverso il loro misurarsi proprio con quelli che potrebbero essere definiti i punti principali dell’agenda delle questioni di genere, sopra tutti l’aborto. Nella seconda stagione, infatti, Claire concede un’intervista in cui strumentalizza la violenza sessuale subita ai tempi del college, affermando falsamente di aver abortito in seguito – quando invece si viene a sapere che ha abortito tre volte, due in gioventù e una durante una campagna elettorale di Frank –, esclusivamente per lo scopo politico di ottenere visibilità e di farsi promotrice di un disegno di legge sullo stupro. La rinnovata centralità di queste donne sulla scena politica di House of Cards è in grado di dimostrare, come nel caso di Mad Men, il loro protagonismo e le sfaccettature del loro rapporto con il potere, con metodologie e risultati diversi, derivanti proprio dalle relazioni che scelgono di avere con gli uomini.

Se le serie tv devono ormai essere percepite come uno specchio di fenomeni e tensioni storiche e culturali che attraversano gli Stati Uniti, è anche grazie a questo rinnovato interesse verso la politica e la società come temi narrativi che la serialità è stata capace di ritagliarsi un ruolo di primo piano nel dibattito mediale, tanto che la stessa comunicazione politica si è resa conto del peso culturale ormai esercitato da questi veicoli: basti ricordare il discorso sullo Stato dell’Unione del 2014, in cui Obama ha menzionato proprio Mad Men in riferimento alla disparità salariale di genere, in un passaggio che è diventato il più ritwittato di tutto il discorso.

Se si è inoltre discusso del modo in cui la grande serialità abbia dimostrato le risposte dell’America alla ferita dell’11 settembre con la ricostruzione di una mistica della virilità e di una protettiva saggezza paterna, si può forse ipotizzare come la Third Golden Age stia verificando la ricerca di una terza via. La persistenza della mascolinità simbolo dell’America egemonica continua a essere riproposta, tuttavia in modo critico e fallimentare e, soprattutto, a confronto con l’emersione di figure femminili audaci, potenti e intraprendenti – quelle che cedono alla mentalità wasp escono, invece, ferite, perdenti e senz’altro indebolite – che mettono in crisi le relazioni di potere e ricercano nuovi spazi. In Mad Men e House of Cards, le relazioni di genere sono analizzate e costruite proprio a partire dalle scelte che le donne stesse fanno su come misurarsi con il potere maschile, molto lontane dalle logiche di sorellanza: nella società degli anni Sessanta o nella politica di oggi, il gender è uno degli specchi di questo grande fermento.

Quanto questo nuovo modo di fare serie televisive costituisca una risposta a una crisi che dura da più di un decennio negli Stati Uniti è ancora oggetto di un grande dibattito, in un momento in cui la società è di nuovo tesa e in fermento contro i tradizionali paradigmi di potere. Tuttavia, se il prototipo dell’americanità bianca e maschile è in forte crisi, allora il suggerimento sembra essere quello di partire a ricostruire proprio da lì, riflettendo su un nuovo e rivisitato bilanciamento tra le forze, sulle componenti sociali e sulle disparità dei dispositivi di potere, per provare a trovare delle risposte allo scenario attuale, negli strascichi di una crisi politica e sociale che sembra ancora non aver trovato delle risposte.

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