Il primo maggio e il futuro dell’internazionalismo operaio. Note da “Workers of all lands unite? Working class nationalism and internationalism until 1945”,  7 marzo 2015

Il primo maggio e il futuro dell’internazionalismo operaio. Note da “Workers of all lands unite? Working class nationalism and internationalism until 1945”, 7 marzo 2015

HACAT_V46Circa 130 anni fa, il primo maggio del 1886, centinaia di migliaia di lavoratori americani risposero alla chiamata di un’organizzazione ormai morente, la Federation of Organized Trades and Labor Unions, per uno sciopero generale a favore della giornata lavorativa di otto ore. Tre giorni dopo, a seguito di una bomba esplosa sulla polizia in Haymarket Square a Chicago, otto anarchici venivano rinchiusi in carcere con l’accusa di cospirazione. Quattro di loro vennero effettivamente impiccati, per due la sentenza di morte venne mutata in carcere a vita, un altro accusato si sparò in carcere e l’ultimo venne condannato a quindici anni di reclusione. Il caso dei “martiri di Haymarket”, il nome con cui divennero famosi gli otto, circolò negli ambienti operai come uno dei più eclatanti esempi di uso improprio della giustizia per fini politici nella storia del movimento operaio. Quando, nel 1890, l’American Federation of Labor stabilì il primo maggio come data per rilanciare la battaglia per la giornata lavorativa di otto ore, il supporto ottenuto da socialisti, anarchici e sindacalisti, molti dei quali pochi anni prima avevano lottato per il rilascio dei martiri di Haymarket, fu senza precedenti.

Con quella manifestazione nacque l’idea del primo maggio come festa internazionale dei lavoratori. Da allora, e fino ad oggi, donne e uomini in ogni parte del mondo hanno cercato di mantenere viva questa tradizione e diffonderne i principi fondanti. Eppure, ai nostri giorni questo obiettivo sembra più difficile che mai. Il movimento operaio americano mobilitava più lavoratori nel 1886 di quanto non ne sappia radunare ora, e simili capovolgimenti sono avvenuti in tante parti del cosiddetto “primo” mondo. Altrove, i sindacati hanno spesso ottenuto grandi risultati – si pensi, ad esempio, al loro ruolo nella caduta del dittatore egiziano Hosni Mubarak – ma permangono ovunque le difficoltà a confrontare il livello di potere delle grandi corporations globali, perennemente impegnate in una caccia senza barriere geografiche di “cheap labour” e regimi politici facilmente piegabili ai loro interessi.

mayday oneQuesti temi sono stati al centro dell’evento “Workers of all lands unite? Working class nationalism and internationalism until 1945,” una conferenza organizzata dal Department of History e dal Department of American and Canadian Studies all’University of Nottingham (UK) lo scorso 7 marzo 2015, con il supporto della Economic History Society (Londra). Scorrendo il programma della conferenza, denso di papers dedicati a eventi precedenti alla seconda guerra mondiale, ci si sarebbe potuto aspettare un contesto in cui i concetti di nazionalismo e internazionalismo venissero dibattuti come elementi senza dubbio centrali, ma protagonisti di una realtà che ormai aveva fatto il suo tempo. Invece, la conferenza ha riaffermato fin dal keynote address di Dan Gallin la profonda contemporaneità di questi dibattiti. Gallin è un protagonista del movimento operaio internazionale da più di cinquant’anni, dagli inizi nell’International Union of Food Workers fino al ruolo di chair del Global Labour Institute di Ginevra, che ricopre ancora oggi. Il suo discorso, un’ampia parabola storica partita dal pensiero del sindacalista olandese Edo Finmen fino ad arrivare agli attuali problemi politici della International Trade Union Confederation, la più grande federazione sindacale del mondo, è stato interamente finalizzato a dimostrare che “il nazionalismo può esplodere nel movimento operaio e distruggerne la sua sostanza ideologica.” Secondo Gallin, in altre parole, il nazionalismo è sempre stato il nemico da distruggere per migliorare la condizione globale degli operai. Dalla prima guerra mondiale, all’idea staliniana del “socialismo in un solo paese”, fino alla creazione nel 1973 dell’European Trade Union Confederation (niente più che un sindacato della “nazione” europea), i sentimenti nazionalisti, ha sostenuto Gallin, hanno sempre distrutto i progetti finalizzati all’emancipazione interclassista e interrazziale.

In verità, non sempre i papers presentati durante la conferenza hanno confermato quanto sostenuto da Gallin. Svariati interventi, al contrario, hanno dimostrato che in determinate circostanze il nazionalismo ha funzionato come un impulso fortemente progressista e rivoluzionario nei confronti di situazioni reazionare e conservatrici. La presentazione di Susan Garrard (University of St. Andrews), per esempio, ha spiegato come Giuseppe Garibaldi abbia rappresentato un modello per la classe operaia femminile in Scozia, attivando sentimenti di ribellione prima non esistenti contro la classe dirigente britannica. In un altro panel, Musab Younis (University of Oxford) ha spiegato come l’idea di black nationalism abbia contributo all’avanzamento del movimento di emancipazione afro-americano negli USA tra il 1919 e il 1939. Infine, Brian Casey (University College Dublin) ha mostrato il ruolo del nazionalismo nella costruzione di una coscienza politica nelle lower working classes nell’ovest dell’Irlanda negli anni ’70 del XIX secolo. Altre presentazioni hanno discusso argomenti più in linea con quanto sostenuto da Gallin, per esempio quello di Nikos Potamianos sull’uso dell’origine etnica greca come criterio per escludere lavoratori stranieri dal Pireo nel 1910, oppure la presentazione di Ivan Ielicic (Università di Trieste) sulle difficoltà di costruire un movimento socialista a Fiume, città attraversata da svariate tensioni tra popoli di diversa nazionalità. Le altre presentazioni hanno aiutato ad approfondire le tematiche qui accennate.

La roundtable finale ha usato la storia come punto di partenza per discutere quella che forse è la domanda più cogente di questo dibattito: che fare ora? I docenti intervenuti, Drew Allison (University of York), Dan Gallin (Global Labour Institute), Christopher Phelps (University of Nottingham) e Chris Wrigley (University of Nottingham), presieduti dall’ex collaboratore di Labor Notes (e membro del comitato organizzativo della conferenza) Kim Moody, si sono rapidamente trovati d’accordo su alcuni punti chiave. In primo luogo, i lavoratori, adesso più che mai, hanno bisogno di un movimento internazionale, che possa rappresentarli adeguatamente di fronte alle sfide poste da un sistema di produzione globalizzato. Secondariamente, questo movimento deve essere un sindacato (non un partito politico), perché i partiti politici sono troppo strutturalmente legati alla soluzione di problemi nazionali. Infine, benché sia un sindacato, questo movimento deve avere un’ispirazione politica, un progetto che non sia solo quello di difendere gli interessi dei suoi membri ma piuttosto quello di risolvere i problemi dei lavoratori su scala internazionale. Su queste premesse, la discussione è continuata ben oltre il tempo previsto nel programma, e anzi si è protratta nella serata, durante la wine reception e alla cena di conclusione dell’evento.

mayday twoAll’indomani delle celebrazioni di un altro primo maggio, circa 130 anni dopo che così tanti operai da ogni parte del mondo lo hanno reclamato come il proprio giorno di festa, la conferenza “Workers of all lands unite?” ha dato prova, se non altro, che il tema dell’internazionalismo operaio è ancora in grado di attrarre studiosi di qualità da tutte le parti del mondo. Per quanto riguarda il movimento internazionale in sé, le parole di un venerabile detto ne possono forse spiegare al meglio la situazione- there’s still life in the old dog yet.

 

Il programma completo e tutte le informazioni relative alla conferenza si possono trovare qui. Una parte dei papers presentati alla conferenza verrà successivamente pubblicata in un volume curato dal comitato organizzativo. Tutti i dettagli a riguardo verranno pubblicati sul sito.

Una versione in inglese di questo articolo è stata pubblicata su U.S. Studies Online.   

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